Il dramma della povertà educativa, le sue conseguenze e come superarla

Causata nella maggior parte dei casi da difficoltà economiche, la povertà educativa nega ai minori che la subiscono la possibilità di studiare, sperimentare e far fiorire i propri talenti e le proprie ambizioni. Una condizione ingiusta, in cui nessuno dovrebbe mai ritrovarsi.

A pochi giorni dalla fine del 2021, l’Agenzia per la Coesione territoriale ha pubblicato un bando per combattere la povertà educativa nelle regioni meridionali d’Italia, usufruendo dei 40 milioni messi a disposizione dal Pnrr – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

L’obiettivo prefissato è quello di aumentare le azioni e le iniziative volte a combattere la povertà educativa, raggiungendo almeno 20.000 minori in situazioni di rischio o di disagio entro il mese di giugno del 2023 e altri 44.000 entro il giugno del 2026.

Per farlo, si riserveranno 30 milioni di euro per progetti inediti proposti dal Terzo Settore e 10 milioni di euro per consentire il finanziamento di progetti che, quando erano stati presentati negli anni precedenti, non avevano ottenuto fondi a causa dell’esaurimento delle risorse disponibili.

Gli interventi saranno, inoltre, differenziati in tre diverse fasce d’età, in base alle esigenze specifiche di ciascuna di esse: per i bambini di età compresa tra gli 0 e i 6 anni (e le loro famiglie), infatti, saranno ampliati e potenziati i servizi educativi e di cura, migliorando la qualità e l’accessibilità dei servizi esistenti e il benessere generale dei nuclei familiari.

Per quelli dai 5 ai 10 anni, invece, saranno garantite opportunità educative efficaci e azioni di prevenzione per le forme di disagio correlate alla povertà educativa (dal bullismo all’abbandono scolastico precoce), affiancate da progetti di orientamento e accompagnamento psicoattitudinale. Alla fascia di ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, infine, sarà proposto un miglioramento dell’offerta formativa (mediante percorsi individualizzati) e, al contempo, una serie di attività che consentano il riavvicinamento scolastico e contrastino il fenomeno dei NEET.

Per comprendere a pieno le iniziative poste in atto dal Ministero, tuttavia, è necessario fare un passo indietro e soffermarsi sul punto focale della questione: la povertà educativa. Scopriamo di che cosa si tratta e quali sono le sue cause e conseguenze.

Che cos’è la povertà educativa?

Spesso silente e invisibile, la povertà educativa, come spiega Save the Children, indica:

L’impossibilità per i minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. Nel nostro paese, la povertà educativa priva milioni di bambini del diritto di crescere e seguire i loro sogni.

La povertà educativa, dunque, descrive la situazione di disagio in cui un minore vede negato il proprio diritto a formarsi e a sviluppare competenze, abilità e ambizioni, non solo in ambito scolastico, ma anche in quello personale e sportivo. Il bambino/adolescente che vige in tale condizione, infatti, non ha libero accesso né agli strumenti di studio, né alla fruizione culturale (musei, cinema, teatri etc.), alle attività sportive e al gioco.

A questo proposito, in Italia, sempre Save the Children stima che 1 minore su 7 lascia prematuramente gli studi, quasi la metà dei bambini e adolescenti non ha mai letto un libro e quasi 1 su 5 non fa sport. Conducendo, così, a:

Bambini e adolescenti, in tutto il paese, privati delle opportunità educative e dei luoghi dove svolgere attività artistiche, culturali e ricreative, che potrebbero, di fatto, raddoppiare le possibilità di migliorare le proprie competenze e costruirsi un futuro migliore.

Le cause della povertà educativa

La causa principale che conduce a una situazione di povertà educativa è, senza dubbio, la deprivazione materiale. Una scarsa disponibilità economica, infatti, alimenta l’assenza di accessibilità scolastica e culturale, avviando un circolo vizioso in cui le due componenti si influenzano a vicenda.

I dati Ocse-Pisa elaborati dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata per Save the Children, per esempio, ci mostrano che il 24% dei ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate non raggiunge le competenze minime nella lettura e in matematica, contro solo il 5% di quelli cresciuti in famiglie abbienti. Le disuguaglianze economiche si tramutano, in questo modo, in dislivelli culturali, educativi e sociali, e si tramandando di generazione in generazione.

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La povertà materiale, però, non è l’unica causa alla base del fenomeno. Ad alimentare la povertà educativa, infatti, vi sarebbe, secondo l’indagine demoscopica promossa dall’Istituto Demopolis, anche una serie di altri fattori determinanti.

Come si legge sul sito della Fondazione di Modena, accanto all’indigenza si registrano:

  • la “disattenzione dei genitori”, tra le cause più accreditate;
  • condizioni di conflittualità familiare e disagio sociale;
  • il degrado dei quartieri in cui tali famiglie risiedono;
  • una frequenza scolastica irregolare;
  • stimoli culturali inadeguati;
  • scarse occasioni di approfondimento educativo al di fuori della scuola;
  • l’uso eccessivo dei social network.

Dati interessanti, ai quali si affianca, inoltre, anche un altro aspetto peculiare: secondo l’11% degli intervistati, appunto, la scuola non sarebbe l’unica istituzione designata alla crescita di bambini e adolescenti, ma quest’ultima sarebbe un compito e una responsabilità di tutta la comunità. L’educazione, insomma, non passerebbe solo attraverso i banchi di scuola.

Ad acuire la povertà infantile vi sarebbero, infine, anche altri elementi, legati strettamente alle professioni dei genitori e alla loro debole partecipazione al mercato del lavoro, causata da contratti temporanei, salari inferiori alla media (soprattutto per le donne), contratti part time e sottoccupazione. Senza considerare, poi, l’onda d’urto della pandemia, che ha notevolmente peggiorato condizioni già altamente critiche di povertà e basso reddito.

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Le conseguenze della povertà educativa

Uno scarso, o nullo, accesso all’educazione ha, come si può facilmente intuire, delle conseguenze disastrose, non solo a livello individuale, ma anche a livello economico e sociale. Come riportato dalla Caritas italiana:

In un mondo in cui i cambiamenti socioeconomici richiedono sempre maggiori competenze e abilità, tanti giovani dei paesi più poveri rimarranno privi della possibilità di partecipare attivamente allo sviluppo del proprio paese e beneficiare dei progressi raggiunti. I costi di questa crisi – disoccupazione, povertà, disuguaglianze e instabilità – potranno, quindi, minare le fondamenta delle nostre economie e società.

Dal punto di vista individuale, perciò, la povertà educativa inficia – minandolo alla base – il diritto di ciascun minore a realizzare se stesso e a raggiungere una sempre maggiore gratificazione personale, riducendo, sul lungo periodo, la possibilità che possa sottrarsi, da adulto, alla condizione di disagio culturale ed economico in cui vige.

A livello sociale, invece, come accennato, la povertà educativa impatta notevolmente sullo sviluppo del paese, intaccandone il benessere e la crescita economici e sociali. Per questo motivo, la comunità internazionale ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che tra i suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile include anche quello di “eliminare la povertà estrema e dimezzare la povertà in tutte le sue dimensioni”, garantendo:

Un’educazione di qualità, inclusiva, equa, e promuovendo opportunità di apprendimento permanente per tutti, nell’ambito dell’impegno a non lasciare nessuno indietro, cercando di favorire coloro che sono attualmente svantaggiati – le famiglie più povere, le donne, e soprattutto i bambini.

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Come superare la povertà educativa

Le azioni messe in campo per ridurre la povertà educativa sono molteplici. Tra queste spicca, per esempio, il progetto “Lost in Education” di UNICEF Italia, che intende fornire agli enti della nostra comunità gli strumenti utili per prendersi cura dei propri giovani, a partire dall’ascolto e dalla partecipazione attiva alle loro esigenze.

Come? Migliorando il benessere dei ragazzi e la loro capacità di percepirsi quali soggetti “trasformativi” della propria collettività scolastica e di vita, rafforzando il ruolo centrale della scuola, inteso come luogo educativo, e aumentando il supporto della comunità educante, e, ancora, sviluppando una cerchia di attori sociali in grado di riconoscere le proprie competenze didattiche e prendersi carico del processo educativo.

“Comunità educante” – spiega, infatti, Paolo Rozera, direttore generale dell’UNICEF Italia – è un’espressione che ci ricorda che l’istruzione non è un processo solitario. È necessario che tutti, i ragazzi, le ragazze, gli insegnanti, le istituzioni, si uniscano in un dialogo comune per capire nel concreto cosa significhi “povertà educativa” oggi e come contrastarla, per fornire ai nostri ragazzi la migliore istruzione possibile e un futuro pieno di speranza.

Tra gli altri progetti in atto si segnala, poi, l’impresa sociale Con i Bambini, società senza scopo di lucro – partecipata interamente dalla Fondazione Con il Sud – che, a oggi, ha pubblicato ben 11 bandi per l’assegnazione delle risorse e ha selezionato complessivamente più di 400 progetti diffusi in tutta Italia, raggiungendo mezzo milione di bambini e ragazzi (e rispettive famiglie) ed elargendo un contributo di oltre 335,4 milioni di euro.

Per contrastare la deprivazione educativa senza precedenti causata dalla pandemia, infine, vi sarebbe, come si legge su Left, anche un’ultima proposta: l’investimento in “politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, che consentirebbe di aumentare il reddito di numerose famiglie e, al contempo, di ridurre la loro povertà materiale ed educativa.

Promuovendo una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro – ossia i soggetti più colpiti dagli effetti della pandemia e, da sempre, soggiogati a sproporzioni reddituali e contrattuali – e sostenendone l’occupazione mediante l’erogazione di servizi ricreativi, educativi e culturali rivolti a bambini e adolescenti (come il semplice accesso al nido d’infanzia, sempre più un “servizio d’élite”, ma fondamentale per rompere il legame tra povertà educativa e materiale), le famiglie monoreddito avrebbero, infatti, maggiori possibilità di risollevarsi da condizioni di precarietà e povertà, garantendo un futuro migliore ai propri figli.

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