Poverty matters: finché esisterà la povertà esisteranno violenza e ingiustizia

La povertà è una condizione oggi più che mai frequente, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, che contribuisce ad esacerbare ingiustizie, violenze e tensioni sociali. Porre fine a questo scenario significa anche contribuire a migliorare l'intero sistema economico-sociale globale.

*** Aggiornamento dell’11 ottobre 2021 ***

La pandemia si è inevitabilmente fatta sentire per tutti, ma alcuni Paesi hanno pagato o pagheranno il prezzo più caro per l’emergenza sanitaria globale, e soprattutto anche all’interno di ogni Paese cambierà molto il livello di uguaglianza tra i cittadini.

Secondo i dati del World inequality database 2020 sono soprattutto l’America Latina e il Medio Oriente le regioni più diseguali del mondo, con il 10% a più alto reddito che detiene rispettivamente il 54% e il 56% del reddito nazionale medio.

Anche negli Stati Uniti si è assistito a un aumento clamoroso della concentrazione dei redditi, con il 10% più ricco che ha registrato un aumento dal 34% al 45% del reddito nazionale tra il 1980 e il 2019.

Dai dati si evince che i Paesi che investono nei servizi pubblici, nella protezione sociale e nelle politiche del welfare hanno livelli di disuguaglianza inferiori, e l’Europa, in questo, è la più uguale di tutte le regione.

Ma se la ricchezza globale nel 2020 è aumentata del 7,4%, secondo quanto riporta Credit Suisse nel suo rapporto sulla ricchezza delle famiglie Global wealth report 2021, India e America Latina sono andate in controtendenza; per i poveri tornare al tipo di vita precedente la pandemia potrebbe richiedere più di un decennio, mentre i patrimoni dei mille miliardari più ricchi al mondo hanno impiegato appena nove mesi per tornare agli standard pre-pandemia.

*** Articolo originale ***

La povertà, l’ingiustizia sociale e l’ineguaglianza sono a oggi condizioni che riguardano molti Paesi in via di sviluppo, ma anche popolazioni di società ricche e industrializzate del mondo occidentale. Il periodo che stiamo vivendo attualmente, e quello che seguirà, con gli strascichi che la pandemia da Covid-19 si porterà dietro – anche e soprattutto dal punto di vista economico e sociale – ha poi esacerbato differenze e disparità, andando a gravare ulteriormente su situazioni già fragili e compromesse.

Oggi, purtroppo, la povertà è una condizione più che mai diffusa in ogni parte del mondo, che deve essere adeguatamente affrontata da governi e politiche locali, anche nel pieno di un’emergenza come quella che ci troviamo a gestire, perché, come vedremo meglio in questo articolo, finché tutti non saranno adeguatamente integrati in una società equa e sostenibile, l’intero sistema socio-economico a livello globale ne risentirà.

Sono più di 700 milioni le persone che oggi vivono in condizioni di estrema povertà. Stiamo parlando dell‘11% della popolazione mondiale. Per povertà non si intende solo la mancanza di guadagno e di risorse necessarie per assicurarsi da vivere, ma anche la mancanza di bisogni considerati elementari, come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua, ai servizi igienici e agli altri servizi di base.

Per povertà si intende anche discriminazione, esclusione sociale, mancanza di partecipazione ai processi decisionali e alta vulnerabilità a disastri naturali, malattie e altri fenomeni che impediscono alle popolazioni di essere produttive e costruire un modello socio-economico virtuoso.

Sebbene, infatti, la situazione sia migliorata rispetto agli scorsi decenni – si pensi che gli indici di povertà estrema si sono ridotti di più della metà dal 1990 – ancora oggi nelle zone in via di sviluppo una persona su cinque vive con meno di 1,25 dollari al giorno e sono moltissime le persone che guadagnano ogni giorno poco più di questa cifra. La maggioranza di queste vive nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana e rappresenta il 70% del totale globale delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà.

Come accennato, però, non è solo una tragica questione che riguarda i Paesi in via di sviluppo: sono 30 milioni i bambini vivono in condizioni di povertà nei Paesi più ricchi del mondo. Si stima, poi, che entro il 2030 saranno 167 milioni i bambini poveri, se non si interviene in modo efficace già da ora con importanti provvedimenti per agire su salute e istruzione in primis.

E, come se non bastasse, questo scenario ha visto un importante peggioramento per via del Covid, che rischia di cancellare i faticosi progressi raggiunti nel decennio precedente. Stando ai dati, questa situazione ha spinto in condizioni di estrema povertà circa 120 milioni di persone in più nel 2020, un numero che potrebbe arrivare a 150 milioni entro la fine di questo anno. Le persone colpite da insicurezza alimentare sono raddoppiate lo scorso anno, arrivando a toccare i 272 milioni, mentre sempre nel 2020 sarebbero 250 milioni i posti di lavoro persi in tutto il mondo.

La questione dell’istruzione, poi, specie nei Paesi in via di sviluppo, è una delle più gravi e dalle maggiori ripercussioni a lungo termine: sono più di un miliardo i bambini che non hanno avuto accesso alla scuola in questo anno, e le ragazze, sempre a causa di questo periodo, avranno meno probabilità di tornarci, una volta che la situazione sarà tornata alla normalità.

Ancora una volta, saranno fatti notevoli passi indietro che avranno un costo incalcolabile in termini di possibilità di realizzazione e futuro delle giovani generazioni, specie di quelle femminili. Non solo, infatti, la mancanza di un’adeguata istruzione sta negando a bambini e bambine sapere e apprendimento, ma sta togliendo loro la possibilità di trovare un’occupazione futura e sta incidendo sulle loro vite, che, in alcuni casi, rischiano di essere segnate per sempre e condannate a una condizione di povertà e discriminazione.

Istruzione e Covid-19, perché bambine e ragazze rischiano di più

E tutto questo non riguarda solo i Paesi direttamente toccati dalla povertà, ma presenta importantissime ripercussioni su scala globale. In questo scenario la povertà diventa quindi un reale tema di interesse universale e una questione che deve diventare centrale nelle agende dei governi nazionali e dell’intera comunità internazionale, anche in un momento in cui l’interesse primario continua a essere la lotta alla pandemia, perché in caso contrario, il divario con le popolazioni povere diventerebbe incolmabile.

Dimenticare ora queste popolazioni e i loro bisogni significa infliggere un altro flagello all’intero sistema economico-sociale globale, oltre che al loro. Risulta fondamentale in questo senso un’azione combinata dei governi affinché una efficace cooperazione internazionale possa accelerare il sostegno ai Paesi in estrema difficoltà per permettere loro di riprendersi in modo sostenibile.

Una crescita economica inclusiva promuove non solo occupazione, ma anche uguaglianza e può contribuire a mettere fine alle discriminazioni, una situazione che porta vantaggi all’intera comunità globale.

Poverty Matters: la risposta alla povertà deve essere globale

Come abbiamo accennato, le ripercussioni della povertà sono tante e si accusano in ogni società ed economia del mondo. Mai come in questo periodo, vessato dalla pandemia e dalle sue conseguenze, diventa essenziale che la risposta sia tempestiva e globale. È quindi di primaria importanza, soprattutto per bloccare le devastanti conseguenze che potremmo vedere sul lungo termine, che si impegnino e investano risorse sostanziali per i Paesi a basso e medio reddito. Questo per evitare che il divario tra il mondo in via di Sviluppo e quello industrializzato diventi sempre più abissale e porti a una situazione di non ritorno.

Un investimento che deve partire dalle nazioni nel mondo industrializzato, anche in questo tempo di pandemia, perché i Paesi poveri non restino una questione accantonata, poiché questo porterebbe a costi incalcolabili e a danni che si conterebbero per gli anni a venire, annullando decenni di conquiste e progressi.

Ci basta però un semplice dato per capire che la situazione è purtroppo rischiosa: negli ultimi sei mesi, infatti, le nazioni industrializzate hanno speso in media fino al 20% del loro PIL in piani di stimolo per mitigare gli effetti sociali ed economici della pandemia, mentre hanno riservato meno del 2% per i Paesi più poveri.

L’intervento della Banca Mondiale ha però garantito un maggiore impegno nell’investimento di capitale in fondi specifici per i Paesi poveri: si parla di 55 miliardi di dollari che dovrebbero essere investiti nel periodo che va da aprile 2020 al giugno di questo anno.

Non solo, l’impegno della Banca Mondiale non è finalizzato unicamente a lavorare con istituzioni internazionali e autorità nazionali, ma anche a sollecitare i finanziatori privati a sospendere i rimborsi del debito e a spingerli a investire con maggiore partecipazione. In questo senso l’impegno delle aziende può risultare essenziale per creare un ambiente maggiormente virtuoso attraverso politiche fiscali ed economiche che stimolino la crescita e siano in grado di generare occupazione e opportunità di lavoro, puntando su segmenti di economia presenti nei Paesi più poveri.

L’azione deve essere a 360 gradi e mirata a creare solidi sistemi di politiche nazionali, locali e internazionali che prevedano investimenti accelerati e puntino a precise strategie di sviluppo e tutela a favore delle categorie più fragili e sensibili alle differenze di genere, perché possa vedersi concretizzato l’ambizioso ma necessario obiettivo fissato dalle Nazioni Unite nel piano degli obiettivi per uno sviluppo sostenibile: ossia quello di porre fine entro il 2030 ad ogni forma di povertà nel modo.

In questo discorso non può che essere prioritaria anche la questione vaccini: è infatti essenziale che la comunità internazionale si impegni in modo concreto e responsabile a garantire un pieno accesso su scala globale anche ai Paesi a basso reddito.

La povertà grava soprattutto sulle donne

Oggi le donne hanno più probabilità degli uomini di vivere in povertà: a loro sono riservati salari più bassi e minori possibilità occupazionali e di carriera. In tutto il mondo, le donne hanno stipendi inferiori rispetto alla controparte maschile, guadagnando in media il 24% in meno di questi ultimi.

Oltre al gap salariale, le donne si ritrovano ad avere con maggiori probabilità rispetto agli uomini contratti instabili e precari, che non consentono loro di uscire da una condizione di povertà, rendendole ulteriormente vulnerabili e soggette a discriminazione e dipendenza, prima di tutto economica. Si pensi che nei Paesi in via di sviluppo il 75% delle donne è impegnata nella cosiddetta economia informale, ossia quell’insieme di transazioni di beni e di servizi che non vengono inseriti nella contabilità nazionale e a cui non corrisponde un regolare salario, tra qui, ad esempio, quelli che si svolgono all’interno del nucleo familiare e con finalità di autoconsumo.

Di questo fa parte quindi anche il lavoro della cura dei bambini e della gestione domestica, che in media le donne svolgono fino a 10 volte tanto gli uomini, spesso in aggiunta al loro lavoro retribuito, il cui valore ammonta ogni anno a circa 10,8 trilioni di dollari, pari al fatturato dell’industria tecnologica globale.

Annullare la disuguaglianza di genere porterebbe a un aumento dell’economia su scala globale. I Paesi con i più alti livelli di uguaglianza hanno infatti anche livelli di reddito più alto. Lo dimostra anche un fatto piuttosto recente avvenuto nell’America Latina: tra il 2000 e il 2010 l’aumento del numero di donne con un lavoro retribuito ha favorito qui il 30% della riduzione complessiva della povertà e della disuguaglianza di reddito.

Lo ribadisce a chiare lettere il Fondo Monetario Internazionale, secondo il quale un aumento del tasso di occupazione femminile favorirebbe un aumento del PIL globale del 35%. Una teoria che viene sostenuta anche dalla Harvard Business Review, come dichiarato nel 2015: stando a quanto riporta, la parità di genere in termini di accesso al mercato del lavoro porterebbe nel 2025 un PIL globale annuo superiore di 28 mila miliardi di dollari, pari al +26%.

Economia di genere: la parità conviene a tutti e ci porterebbe +35% di ricchezza

Poverty Matters: il costo globale della povertà

Proprio come per la questione di genere, se si intervenisse a livello globale per porre fine a condizioni di povertà, ancora una volta a beneficiare sarà l’economia di tutto il mondo. A sostenerlo è Jeffrey Sachs, direttore del Earth Institute della Columbia University e autore del rapporto mondiale sulla Felicità (World Happiness Report) secondo il quale:

Gli aiuti verso i Paesi poveri portano a una maggior stabilità globale per tutti.

Gli aiuti allo sviluppo sono pertanto un passo fondamentale e imprescindibile, senza il quale non si potrebbe assistere a una ripresa in alcuni dei Paesi più poveri del mondo in via di sviluppo, tra cui  l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale. In particolare, Sachs ritiene che se i Paesi industrializzati destinassero agli aiuti allo sviluppi lo 0,7% dei rispettivi PIL, entro il 2025 potrebbe essere sconfitta la condizione di povertà estrema, oltre a beneficiarne tutto il mondo.

Attualmente, però, ci dice Sachs, i Paesi ricchi stanno dando in media ogni anno lo 0,31% del loro PIL in aiuti allo sviluppo, una cifra troppo bassa – che diminuisce ulteriormente in questi tempi di pandemia – e che non basta per soddisfare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che chiedono, tra le altre cose, di porre fine alla povertà estrema e alla fame entro il 2030.

Non solo, insieme alla povertà, continueranno a coesistere violenze e ingiustizie. La povertà e la crescente disuguaglianza sono infatti dannose per la crescita economica, minano la coesione sociale e provocano situazioni di instabilità, portando più facilmente a tensioni politiche e sociali e in alcuni casi ad aperti conflitti, che, nuovamente, hanno ripercussioni sul lato economico.

Il report di Sachs ci dice infatti che nei Paesi in cui c’è una minore disuguaglianza, c’è anche meno infelicità e di conseguenza anche una minore tensione sociale. Sono i modelli dei Paesi del Nord Europa a registrare maggiormente questi scenari virtuosi: si tratta di paesi che adottano precise politiche economiche fondate su un’alta tassazione (circa il 50% del reddito nazionale) e un re-investimento dei fondi ottenuti nei servizi pubblici e negli aiuti alle famiglie e ai bisognosi.

Come scrive Sachs nel suo libro del 2005 dal titolo La fine della povertà, sono proprio gli investimenti nelle infrastrutture sociali, nella spesa pubblica, nella salute e nell’istruzione in particolare a garantire una maggiore crescita economica, il primo passo per porre fine alle disuguaglianze e intervenire in modo concreto contro la povertà.

Articolo originale pubblicato il 31 Marzo 2021

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