La vita di Elsa Schiaparelli, "scioccante" come il colore che ha inventato

Elsa Schiaparelli fu una vera e propria innovatrice della moda: si devono a lei, infatti, i primi maglioni tatuaggio, la gonna pantalone, i dettagli fantasiosi e in rilievo, il rosa shocking e, in generale, una visione esuberante e fantasiosa degli abiti e degli accessori, apripista delle creazioni inedite degli stilisti che la succedettero.

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo indossato un indumento o un accessorio tinto di uno dei colori forse più sovversivi e originali della gamma di sfumature cromatiche esistenti: il rosa shocking.

Pochi, tuttavia, conoscono la storia che ne è alla base, e soprattutto la mente da cui trasse origine. A intuirne potenzialità e declinazioni fu, infatti, Elsa Schiaparelli, l’eterna “rivale” di Coco Chanel e tra le stiliste italiane di maggior rilievo del secolo scorso.

Sensuale, ribelle, geniale, Schiaparelli fu una donna cosmopolita e libera, come si evince dagli abiti che disegnò nel corso della sua carriera e che si stagliano come vere e proprie opere d’arte, per l’originalità delle loro forme e dei tessuti utilizzati e per le preziose collaborazioni da cui sorsero, da Salvador Dalì a Jean Cocteau, fino a Pablo Picasso e Man Ray.

Nessuno poteva resistere all’estro travolgente di Elsa Schiaparelli.

Chi era Elsa Schiaparelli

Elsa Schiaparelli
Fonte: Youmanist

Elsa Schiaparelli nacque il 10 settembre 1890 a Roma, da Celestino Schiaparelli, appartenente a una famiglia di intellettuali piemontesi, e Giuseppa Maria de Dominicis, aristocratica di origini napoletane. Tra i suoi parenti di fama, anche l’astronomo Giovanni Schiaparelli e l’egittologo e senatore Ernesto Schiaparelli, rispettivamente suo zio e suo cugino.

Fin dalla più tenera età, il sogno di Elsa fu quello di creare: non abiti, però, ma poesia. Scrisse, così, una raccolta di componimenti licenziosi, ma poiché ritenuti inopportuni da parte della famiglia, fu mandata in un collegio in Svizzera, dal quale trovò ben presto una via di fuga con un ingegnoso sciopero della fame.

Nel 1913 scappò, poi, a Londra, dove fece la tata occupandosi di bambini orfani e conobbe il conte polacco William de Wendt de Kerlor, teosofo ed esperto di spiritismo e chiromanzia che sposò nell’arco di un anno e con cui visse a Nizza.

Nel 1916 Elsa e William si trasferirono a New York e quattro anni dopo nacque la loro prima e unica figlia, Maria Luisa Yvonne Radha, soprannominata “Gogo”. In questo periodo, Schiaparelli mosse i primi passi nell’avanguardia dadaista e fece la conoscenza di uno dei “padri” del movimento artistico, Francis Picabia, e della moglie, Gabrielle Picabia, nella boutique della quale iniziò a lavorare e da cui venne introdotta al fotografo Man Ray e all’artista Marcel Duchamp.

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La vera svolta, però, doveva ancora arrivare. E giunse grazie al tradimento del marito, che condusse Elsa a lasciare l’America e a trasferirsi – madre single nel 1922: una pioniera – a Parigi, ossia la città che, di fatto, elesse come sua casa “putativa”.

Qui, Schiaparelli fu travolta da un colpo di fulmine con il mondo della moda. Fu grazie allo stilista Paul Poiret – che le regalò un cappotto per lei troppo caro, dicendole che avrebbe potuto «indossare qualunque cosa in qualunque posto» –, infatti, che cominciò a conoscere le proprie doti da stilista, divenendone allieva e lavorando ai suoi primi modelli.

Fino a giungere al 1927, quando Elsa Schiaparelli – denominata “La Schiap” dagli amici francesi – cominciò a lavorare alle sue creazioni nell’appartamento di rue de Seine e l’anno seguente, a causa dell’ingente richiesta, trasferì la sua attività in rue de la Paix, chiamandola “Schiaparelli – Pour le sport”.

Aveva, così, inizio l’era Schiaparelli.

Abiti come opere d’arte

Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli
Fonte: La Repubblica

Negli anni Trenta del Novecento, il mondo della moda era dominato da due donne, entrambe di base in Francia: Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli. Entrambe erano caratterizzate anche da un estro brillante e fuori dal comune, plasmato, però, in declinazioni differenti.

Chanel era, infatti, l’emblema dell’eleganza, del rigore e della semplicità, spesso sfocianti in una austerità quasi monacale (forse eco dei suoi anni con le suore di Aubazine), mentre Schiaparelli rappresentava la fantasia ostentata, il colore, l’esuberanza, la ribellione alle norme imposte.

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Non stupisce, allora, che la prima fosse solita apostrofare la seconda come:

L’artista che fa vestiti.

Elsa Schiaparelli era, a tutti gli effetti, un’artista prestata al tessuto, con cui diede vita a vere e proprie rivoluzioni della moda, ancora oggi associate al suo nome e fonte di ispirazione per molti stilisti che la succedettero, da Yves Saint Laurent a Giorgio Armani, da John Galliano ad Alexander McQueen – come si legge su Fashion Network.

Il connubio tra arte e moda, coadiuvato anche dalla moltitudine di artisti con cui si interfacciò nel corso della sua carriera, trovò in Elsa Schiaparelli la sua piena manifestazione, mediante abiti e accessori emblematici e sintomo di modernità, visioni e prospettive inedite.

Come afferma la stessa Schiaparelli nelle sue memorie, Shocking Life:

Disegnare abiti non è una professione, è arte. Una delle arti più complesse, difficili, sconfortanti, perché un vestito, quando nasce, appartiene già al passato. Un vestito non rimane attaccato al muro come un quadro, né tantomeno la sua esistenza potrebbe essere paragonata a quella di un libro.

Quindi, che cos’è un abito? Continua la stilista:

Esistenza immutabile, integra, inalterabile. Un vestito vive solo se lo si indossa.

E allora ecco che dall’incontro con intellettuali, pittori, artisti, registi ed esponenti dell’aristocrazia del tempo presero corpo – talvolta letteralmente – alcune delle creazioni più iconiche del secolo scorso, tuttora simboli di avanguardia e singolarità.

La prima rivoluzione si ebbe con un maglione impreziosito da un dettaglio “surrealista” sul collo, ossia una sorta di sciarpa a doppio nodo in trompe-l’œil, che riscosse così tanto successo e interesse da attirare l’attenzione dei produttori di massa degli Stati Uniti, tra cui la ditta newyorkese Abraham & Straus, che ne fece subito un ordine ingente.

Di qui, ebbe inizio l’espansione della maison di Elsa Schiaparelli – con negozi in giro per il mondo e, a Parigi, con lo spostamento in Place Vendôme –, la quale diede, così, libero sfogo alla propria creatività ideando i cosiddetti “maglioni tatuaggio”, con figure e decori in risalto, costumi da bagno in jersey, capi sportivi, abiti con cerniere a vista – utilizzate, per la prima volta, come vezzo estetico –, turbanti, occhiali con ciglia finte, abiti prêt à porter e applicazioni fantasiose. Il tutto mediante sfilate che, per la prima volta, assunsero quasi l’aspetto di spettacoli teatrali, con musica, trucchi ed effetti di luce.

Senza dimenticare, poi, le creazioni che segnarono irrimediabilmente un solco nel percorso mondiale della moda, come la gonna pantalone, una prima versione – come riporta Vogue – delle moderne culottes, rea di aver creato scandalo perché utilizzata dalla tennista Lilí Álvarez nel 1931.

O, ancora, il tubino nero con disegnato in rilievo lo scheletro umano e, in collaborazione con il genio di Salvador Dalì, il cappello a forma di scarpa rovesciata e il vestito con una grande aragosta stampata sulla gonna.

Fino al già accennato “rosa Schiaparelli”, o rosa shocking, ispirato probabilmente a un diamante di Cartier – o forse a un colore usato dalla pittura di Christian Bérard – e con cui colorò la confezione del suo profumo, Shocking!, lanciato nel 1937 – e il cui flacone riproduceva la sinuosità del corpo di Mae West, la prima “sex symbol” del cinema. Il colore raggiunse, poi, la sua acme con il vestito indossato da Marilyn Monroe in Gli uomini preferiscono le bionde, nel 1953.

Prima stilista donna a comparire sulla copertina della rivista Time, Elsa Schiaparelli vestì, nel corso della sua esistenza, attrici e celebrità del calibro di Katharine Hepburn, Greta Garbo, Wallis Simpson, Lauren Bacall, Vivien Leigh, Marlene Dietrich, Ginger Rogers, Juliette Gréco e molte altre, divenendo anch’essa una vera e propria celebrità del tempo.

Anche l’ascesa vorticosa di Schiaparelli, però, era destinata a precipitare. Nel 1940, infatti, Elsa tornò a New York e vi restò fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, conflitto che provocò un irrimediabile danno alla maison e alla sua produzione.

Le collezioni ideate nel secondo dopoguerra, sebbene oggetto di riconoscimenti e apprezzamenti, non riscossero, appunto, il medesimo successo degli anni precedenti, complici anche le innovazioni introdotte da Christian Dior e Cristóbal Balenciaga, che con le loro linee più popolari introdussero una nuova idea di silhouette femminile, lontana dalle figure squadrate e con spalle imbottite proposte da Schiaparelli.

Dopo aver dichiarato la bancarotta nel 1954, dunque, Elsa si ritirò in Tunisia e morì nel sonno il 13 novembre 1973: probabilmente sognando quegli elaborati giochi visivi e quelle simboliche immagini illusorie sul corpo che abitarono la sua arte dadaista e surrealista resa in tessuto. E che, come qualsiasi opera di ingegno, non passerà mai di moda.

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