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"Ho scelto di indossare il velo e di combattere per chi è costretta a farlo"

Visto come obbligo imposto dalla famiglia e dalla religione, in realtà molte donne scelgono spontaneamente di indossare il velo. Talvolta, anche come segno di rispetto verso chi, invece, è costretto a farlo.

Lo hijab, il velo islamico indossato da molte donne, è spesso motivo di discussione e di scontro ideologico; la gran parte delle persone pensa infatti che quello di indossare il velo sia un vero e proprio obbligo, imposto alle donne musulmane da una cultura maschilista che si perpetra anche al di fuori degli stati di origine, protraendosi di generazione in generazione.

Non è raro, infatti, vedere che anche molte ragazze, appartenenti alla cosiddetta seconda o terza generazione di immigrati musulmani, nate e cresciute nei paesi in cui la famiglia si è trasferita, perfettamente allineate con la cultura e lo stile di vita qui esistenti, continuano a indossare lo hijab. Se bisogna ammettere che, in alcuni casi, non si è lontani dalla verità quando si parla di “imposizione” dettata dai genitori o, in generale, dalla radicalizzazione di alcuni precetti spirituali, ciò che molti non sanno è che, spesso, sono invece proprio le donne islamiche a voler indossare il velo. Per se stesse, non perché questo gli venga ordinato dagli uomini di famiglia; esattamente come una donna cristiana sceglie di indossare un crocifisso al collo, o un rosario.

A raccontarlo sono proprio loro, in queste testimonianze che abbiamo raccolto da varie fonti.

Sara: “Indosso il velo per devozione verso Dio, non verso un uomo”

Fonte: termini tv

Sara Ahmed è nata in Italia, da una famiglia musulmana di origine egiziana e, come ha spiegato a Termini Tv, ha scelto di iniziare a portare il velo a 19 anni. Contro il parere dei genitori.

Indosso il velo come segno di sottomissione a Dio – ha spiegato Sara – e non come sottomissione a un uomo oppure per camuffare la mia bellezza, e ho promesso a me stessa di non toglierlo più nonostante le difficoltà che avrei potuto incontrare. 

Sara dice di ricevere critiche perché indossa il velo, o per come lo indossa, perché non lo porta nel modo tradizionale o perché si trucca in una maniera giudicata “eccessiva; “Dall’altra parte vengo criticata perché pensano che sia sottomessa dato che indosso il velo“.

Come donna e poi come musulmana ritengo di essere libera di indossare o non indossare quello che voglio, truccarmi o non truccarmi, come prima ero libera di indossare una minigonna o un costume senza essere giudicata per questo.

Dobbiamo indossare il velo per le donne che sono state obbligate a farlo

Una testimonianza riportata su TPI spiega il valore simbolico che, per molte donne, ha indossare un velo liberamente.

Ho indossato il velo a 19 anni. È stata una mia scelta, nessuna costrizione alcuna. Ho avuto il privilegio di poter scegliere. Opportunità che molte donne non hanno avuto. […]  Io, musulmana che ho deciso di indossare il velo liberamente, voglio dissociarmi dal significato politico, culturale e ideologico che, ad oggi, il velo in tutte le sue forme ha assunto.

Molte di noi, donne musulmane, lo abbiamo indossato come simbolo identitario, come atto di devozione, come un indumento che ci ricordi di mettere al primo piano la nostra spiritualità e non il nostro ego.

Ricordiamoci però che, mentre difendiamo il nostro diritto di indossare il velo senza essere discriminate, ci sono donne plagiate o costrette a metterlo.

Difendere altre donne da un velo imposto, tramite legge o ideologie maschiliste, ritengo sia un dovere morale e religioso che spetta soprattutto a noi che abbiamo potuto scegliere. 

Da piccola, continua la ragazza protagonista della testimonianza, sentiva spesso ripetere la parola Awra. Parola che significa “parti intime” o “parti da dover coprire”. Come i capelli, ad esempio, ritenuti calamite per attirare gli uomini. Allo stesso tempo, la ragazza ricorda di essere stata colpita da un cartello affisso all’entrata della moschea che frequentava da piccola, a Roma, su cui erano raffigurate due donne: una donna con il velo e una senza velo, quest’ultima circondata da fiamme che rappresentavano l’inferno. Nell’immagine, una scritta in arabo, “L’hijab prima del giorno del giudizio”.

Senza girarci intorno, molte donne musulmane sin da piccole vengono in qualche modo indottrinate e plagiate. Crescono convinte che per essere delle vere musulmane bisogna indossare il velo altrimenti si è condannate all’inferno.

Più si è intransigenti nell’indossarlo più si è vicine a Dio. Così molte iniziano a indossare il hijab, il velo che lascia scoperto il viso, e si prefiggono l’obiettivo di mettere un giorno il Niqab, il velo che copre tutto il viso lasciando scoperto solo gli occhi.

La ragazza prosegue, racconta di aver incontrato una giovane donna,  in un centro estetico al Cairo, che lo indossava, e di averle chiesto il motivo.

La sua risposta fu: ‘Mi hanno costretto i miei fratelli ma un giorno lo toglierò, l’Islam è nelle mie preghiere che compio cinque volte al giorno. L’Islam è in ogni gesto di benevolenza e non nelle loro imposizioni’. Il nodo cruciale della questione è racchiuso in queste parole.

Noi musulmani, in primis, abbiamo messo più in rilievo i nostri veli che ogni altro aspetto spirituale dell’Islam. Abbiamo deciso di far diventare un obbligo religioso il velo, anche ci sono varie interpretazioni a riguardo. Anche se nel Corano non viene menzionata nessuna punizione divina per le donne che non lo indossano.

Alcune hanno accusato di discriminazione i governi europei che hanno vietato l’uso del Niqab e del Burqa, retaggi culturali e non prescrizioni islamiche, dimenticandosi che in Arabia Saudita e In Afghanistan milioni di donne vorrebbero ribellarsi e non indossare più un indumento che le soffoca e annulla la loro identità.

La dottrina wahabita, una forma estremamente rigida dell’Islam sunnita, ha macchiato la purezza dei veri precetti islamici e ha catapultato il mondo islamico in una fase oscurantista da cui è sempre più difficile uscire.

Dobbiamo essere noi velate liberamente a spogliare il velo da ogni suo aspetto maschilista, dispotico, ideologico e politico affinché lo stereotipo delle donne maltrattate non esista più. Dobbiamo parlare. 

La scelta di Aida, “Il velo appartiene alla mia intimità”

Aida Begić  Fonte: web

Aida Begić, nata a Sarajevo nel 1976, è probabilmente l’esponente più importante di una nuova generazione di registi bosniaci, con all’attivo film come Snijeg (‘Neve’, 2008) e Djeca (‘I figli’, 2011, uscito in Italia con il titolo Buon anno Sarajevo.  Durante un’intervista con linkiesta ha spiegato il motivo per cui, pur essendo nata in una famiglia laica, ha scelto di indossare il velo.

Io sono nata e cresciuta in una famiglia secolarizzata, laica in tutto e per tutto. La guerra ha avuto un’importanza fondamentale nel cambiare il mio atteggiamento nei confronti di Dio. In guerra il tempo di riflettere non manca, e spesso lo si impiega per interrogarsi sul senso della vita, e della prossimità della morte. La religione è stata una mia scelta personale, che io ho avuto il diritto di fare perché è il solo modo che ho scoperto per essere felice. [..] Il velo appartiene alla mia intimità, alla mia vita personale. È una scelta che è parte integrante di me, e che spesso viene fraintesa dai media: ci sono così poche rappresentazioni di donne velate alla televisione, è molto importante per me dimostrare agli altri che portare un velo non è incompatibile con la nostra vita quotidiana.