Curriculum nascosto, quei segnali che ci dicono sin da bambine che valiamo meno

Il curriculum nascosto è quell'insieme di messaggi impliciti, veicolati già a partire dal sistema educativo scolastico, e ormai inglobati nel sistema culturale odierno, che perpetuano gli stereotipi di genere e condizionano la vita delle donne e il loro futuro.

L’attuale società, nonostante i progressi mostrati negli ultimi anni nella direzione di una maggiore uguaglianza tra i sessi, continua a reiterare una serie di dinamiche socio-culturali che legittimano il persistere di stereotipi di genere, che influenzano non solo le scelte professionali e di vita delle donne, ma anche la percezione che hanno di sé e delle proprie capacità.

Siamo infatti ancora oggi di fronte a una società che, più silenziosamente e meno esplicitamente rispetto a un passato ben più sfacciato, continua comunque a essere costruita su misura e a vantaggio degli uomini. Non solo per via di un sistema socio-economico che tiene conto in misura maggiore delle esigenze della popolazione maschile e che si dimentica quasi del tutto di adeguarsi alla prospettiva di genere, ma anche per via di un apparato ideologico e culturale – eredità di una radicata mentalità patriarcale e maschilista con cui ancora, purtroppo, facciamo i conti – che a partire dai banchi di scuola, e forse ancora prima, mostra un trattamento e una considerazione diversa nell’approccio ai generi, con conseguenze importanti sugli scenari socio-economici globali.

Come anticipato, sono modelli stereotipati poco visibili e ormai inglobati nella mentalità corrente, che influenzano le vite di ognuno nei suoi primi anni di vita, a partire dalle prime esperienze di socialità con cui entriamo in contatto, ossia il sistema educativo e l’istituzione della scuola.

Un recente studio pubblicato su Science e condotto da Lin Bian, ricercatrice dell’Università dell’Illinois, dimostra che le bambine, già a partire dai 5-6 anni, si considerano in media meno brillanti dai loro coetanei maschi. Una convinzione priva di fondamento – anzi, i dati delle performance scolastiche dimostrerebbero il contrario – che si consolida sempre di più negli anni a seguire, e che porta le studentesse a sottostimarsi e determina in loro mancanza di sicurezza e autostima.

Una situazione che presenta costi sociali non indifferenti, perché influisce sulla scelta di percorsi universitari e future strade professionali, portando le donne a operare con maggiore facilità scelte “al ribasso”, considerate maggiormente di loro portata, sempre per via di quel divario di fiducia, o confidence gap, di cui “soffrono”.

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Uno dei fenomeni che contribuisce a rafforzare questo sistema ideologico fondato sugli stereotipi di genere è il curriculum nascosto. Vediamo di che si tratta.

Che cos’è il curriculum nascosto?

Per curriculum nascosto si intende quell’insieme di valori, convinzioni e comportamenti impliciti e latenti, fondati sugli stereotipi di genere, presenti nei contesti dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Il termine, coniato da Philip Jackson nel 1968, si contrappone a curriculum formale, che indica quell’insieme di informazioni intenzionalmente veicolate agli studenti, attraverso programmi mirati, corsi e lezioni specifiche. Nel curriculum nascosto, invece, i messaggi accademici, sociali e culturali che gli studenti ricevono sono non detti e impliciti e si esprimono attraverso differenti e infinite modalità.

Questi possono coinvolgere, ad esempio, i modelli di socializzazione, il modo in cui gli insegnanti trattano e interagiscono con gli studenti, le aspettative che hanno su questi ultimi, il linguaggio utilizzato, i materiali didattici e i libri di testo, fino a trascendere l’ambito della scuola per toccare più in generale i media per l’infanzia e i messaggi veicolati dalla società nel suo insieme.

Ecco alcuni esempi di questi atteggiamenti e messaggi impliciti che contribuiscono a formare un sistema ideologico-culturale fondato sugli stereotipi di genere.

Esempi di curriculum nascosto

Uno degli esempi più lampanti riguarda il diverso trattamento riservato ad alunni e alunne da parte degli insegnanti. Si è infatti rilevato negli anni che gli insegnanti e le insegnanti tendono a incoraggiare atteggiamenti di indipendenza, ambizione e individualità negli allievi maschi e ad attribuire modelli di passività, accondiscendenza e conformismo alle femmine.

Questi risentono dei vecchi stereotipi maschilisti ancora in auge, secondo cui le donne sarebbero – o meglio, dovrebbero essere – più concilianti, empatiche e collaborative, o detto in altro modo: meno ambiziose, più modeste e maggiormente focalizzate sulle esigenze degli altri.

Non solo, accanto a questo, si verifica ancora oggi una generale tendenza a imputare i successi femminili più all’impegno, allo sforzo e allo studio che non alle reali capacità intellettive delle studentesse. Ossia, voti, performance e carriere scolastiche più brillanti nelle femmine sarebbero solo il risultato di un comportamento più serio e diligente e non frutto di abilità cognitive e intellettuali.

Le donne sarebbero cioè più precise, diligenti e studiose, mentre agli alunni maschi viene in media riconosciuto maggiormente il talento e l’abilità. Un processo che, ancora una volta, porta le studentesse ad avere conferma di quelle insicurezze descritte in apertura e che ha come conseguenza un loro bisogno di applicarsi con sempre maggiore impegno, perché portate a pensare da un sistema culturale distorto di non essere in grado di brillare di luce propria e grazie “solo” alle loro capacità.

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Anche il materiale didattico e i libri di testo stanno facendo grossi danni in questo senso. Come sostiene Irene Biemmi nel libro Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, i testi scolastici contribuiscono a perpetuare la diffusione degli stereotipi di genere nel sistema educativo odierno. E lo fanno soprattutto attraverso l’uso di un linguaggio stereotipato che porta, velatamente e in modo subliminale, a nobilitare la figura maschile, attribuendogli potere e un’immagine vincente e di successo, e a minimizzare quella femminile.

Nella maggior parte dei casi, nei libri scolastici, le figure maschili sono associate a una più ampia varietà di professioni, mentre quelle femminili sono ancora perlopiù identificate nel ruolo di madre e definite attraverso attività e compiti inerenti all’ambito domestico e alla gestione della cura. E il messaggio subliminale che alunni e alunne ricevono è quello da una parte di sentirsi autorizzati a puntare in alto e dall’altra di limitare aspirazioni e ambizioni, visto che i ruoli di maggiore affermazione sociale sono accostati alla controparte maschile.

Oltre ai programmi educativi e al sistema scuola, sono diversi gli ambiti in cui vengono veicolati messaggi impliciti legati agli stereotipi di genere.

Succede ad esempio nel codice dell’abbigliamento. Al di là della ghettizzazione dei colori, con cui entriamo in contatto a partire dal fiocco di nascita, ci sono alcuni messaggi sessisti impliciti che passano attraverso scelte stilistiche solo apparentemente irrilevanti: spesso, infatti, i capi per bambini presentano tasche più grandi o più numerose, mentre quelli per le femmine sono di meno, più piccole e non di rado finte o del tutto assenti. Anche in questo caso il messaggio che ne deriva è svilente per il genere femminile: le bambine possederebbero meno cose o avrebbero esigenza di portare con sé meno cose, un concetto che allude nuovamente a una condizione di maggiore passività e inattività, opposta a quella di dinamicità, attività, creatività e realizzazione.

Anche la segnaletica stradale non ci aiuta. Se pensiamo al segnale triangolare che esorta gli automobilisti a prestare attenzione, perché in prossimità di luoghi frequentati da minori, possiamo notare che i due bambini disegnati sul cartello portano con sé due cartelle di dimensioni diverse: più grande quella del bambino, decisamente più piccola quella della bambina. Ancora una volta, è il bambino a essere detentore di più cose, a realizzare più cose o cose più grandi. Non è difficile associare l’immagine maschile, anche a partire da un semplice disegno, a un’idea di maggiore potere, capacità e possibilità.

Anche i cartoni animati passano veicolano purtroppo questi messaggi stereotipati. Ce lo dimostrano Carmen Fought e Karen Eisenhauer, due linguiste della North Carolina State University, che, esaminando dodici classici Disney prodotti tra il 1937 e il 2013, hanno rilevato come ancora oggi i personaggi femminili abbiano in media meno linee di dialogo rispetto a quelli maschili.

Il cartone Frozen, del 2013, lodato per aver sdoganato un’idea di femminilità indipendente e intraprendente, purtroppo da questo punto di vista è messa peggio rispetto ai cartoni del passato. Sebbene le protagoniste siano due, Elsa e Anna, queste parlano in totale solo solo il 41% del tempo, contro al 71% della Bella Addormentata e al 60% di Cenerentola, cartoni tradizionalmente “accusati” di veicolare un’immagine femminile stereotipata legata alla classica storia della principessa salvata dal principe azzurro.

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Le due linguiste hanno infatti rilevato come le cose siano peggiorate negli anni. Ad esempio, alla principessa Jasmine, sebbene sia un personaggio fondamentale nel cartone Aladdin, vengono riservate poche battute: le – insieme ad altre poche figure femminili – parla solo il 10% del tempo nel film; In Pocahantas le donne parlano solo il 24% del tempo, mentre in Mulan, il 23%.

Con questi atteggiamenti, si educano i bambini e le bambine a prestare meno ascolto alle voci femminili e ad attribuire loro meno peso e rilevanza. Come ha dichiarato Fought al Washington Post:

Non crediamo che le bambine giochino naturalmente in un certo modo o parlino in un certo modo. Non nascono amando un vestito rosa. Ad un certo punto, glielo insegniamo. Quindi una grande domanda è dove le ragazze prendono le loro idee sull’essere ragazze.

Curriculum nascosto e stereotipi di genere

Abbiamo già delineato in apertura come il sistema educativo sia profondamente caratterizzato da stereotipi di genere duri a morire, che influenzano il futuro delle studentesse, le loro vite e le loro possibilità di carriera.

Del resto, da sempre ci hanno fatto crescere nella convinzione che le femmine siano meno brave nelle materie scientifiche, che queste ultime siano più idonee a fare le infermiere, le ballerine e le maestre e che il medico, l’astronauta o lo scienziato siano lavori “da uomini”.

Ancora una volta questo ha dei costi sociali non indifferenti: le materie STEM sono quelle che garantiscono il più alto tasso di occupazione e stipendi più elevati, e, anche a causa di questi stereotipi, sono meno prese in considerazione dalle studentesse, perché vittime loro stesse di quel sistema culturale che le reputa non all’altezza e che le considera più idonee in ambiti maggiormente dediti all’assistenza, alla cura, alla creatività e alla cooperazione.

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Come accennato in precedenza, in questo scenario un ruolo determinante viene svolto dagli insegnanti, che, inconsapevolmente, contribuiscono in modo importante a reiterare questo meccanismo stereotipato fondato sullo squilibrio di genere. L’American Association of University Women nel 1992 ha pubblicato un rapporto che indica che le femmine ricevono meno attenzione dagli insegnanti e che nella maggior parte dei casi, questo tipo di considerazione è più negativa rispetto a quella riservata ai ragazzi.

A questo proposito, citiamo lo studio di Myra e David Sadker, che hanno individuato quattro diversi tipi di risposte rivolte dagli insegnanti ai loro studenti: un feedback positivo, ossia lodi e complimenti, per una risposta corretta; in caso di risposta sbagliata da parte dell’alunno, un atteggiamento di aiuto e incoraggiamento per spingere lo studente a correggere la riposta o argomentarla meglio; un atteggiamento di critica, affermando esplicitamente che la risposta è sbagliata; un atteggiamento neutrale di riconoscimento della risposta ricevuta dall’alunno.

I Sadker hanno scoperto che i ragazzi erano molto più propensi a ricevere lodi o un incoraggiamento a fare meglio, mentre con le ragazze, gli insegnanti si limitavano perlopiù a riconoscere la risposta da loro data, in modo neutrale. Atteggiamento saltano in apparenza poco rilevanti, perché vanno a influire in modo importante sull’autostima e la percezione delle proprie capacità da parte degli studenti.

Come contrastare il curriculum nascosto

Una prima modalità utile per contribuire a rendere innocuo quell’insieme di norme e comportamenti stereotipati, è rappresentata dalla presa di consapevolezza da parte degli insegnanti.

Questo deve essere inevitabilmente accompagnata da un’altra necessità: quella di fornire ai docenti le risorse utili e le strategie adatte per consentire loro di mettere in atto comportamenti e misure più inclusive, combattere i pregiudizi e promuovere l’equità di genere nelle loro classi.

Uno studio del 2000 condotto dai ricercatori Jones, Evans, Burns e Campbell, si concentrava sugli effetti di un modello virtuoso operato dagli insegnanti e maggiormente finalizzato a non perpetuare le differenze di genere. Gli insegnanti sono stati dotati di una serie di materiali, tra cui ricerche sull’equità di genere in classe e fogli di lavoro di autovalutazione e sono state suggerite loro attività specifiche per ridurre il pensiero stereotipato negli studenti. Al termine della ricerca è emerso che le studentesse avevano tratto giovamento dal programma più inclusivo, applicato dai docenti: queste, infatti, erano state spinte a intervenire maggiormente nelle interazioni in classe rispetto a prima.

Ma insieme al coinvolgimento dei docenti, un lavoro altrettanto fondamentale deve essere fatto sui libri di testo e, in generale, sul materiale didattico utilizzato e proposto agli studenti, a partire dal linguaggio, fino ai messaggi veicolati, più o meno consapevolmente. Questi devono infatti essere inclusivi e rappresentare i bisogni, le esperienze e gli interessi di maschi e femmine.

Inoltre, gli insegnanti possono aiutare gli studenti a identificare i pregiudizi di genere presenti nei testi e favorire discussioni costruttive sul perché questi pregiudizi esistano e siano controproducenti per l’intera società.

Articolo originale pubblicato il 13 Aprile 2021

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