Il queerbaiting è un problema enorme di cinema e TV, ma non solo

Il queerbaiting è una tecnica di marketing diffusa a più livelli nell'industria dell'intrattenimento che però non rispetta, e anzi danneggia, la comunità LGBTQ+ e i suoi diritti.

Negli ultimi anni può sembrare che i vari prodotti di intrattenimento, tra cui film e serie TV in primis, abbiano mostrato una maggiore apertura nei confronti di tematiche e personaggi LGBTQ+. Questo risulta lampante se li confrontiamo con quelli di qualche decennio fa, dove, nella maggior parte dei casi l’inclusione era una parola pressoché sconosciuta e la rappresentazione di minoranze un lontano miraggio.

In realtà, molti prodotti dell’industria cinematografica e televisiva dei giorni nostri sono solo apparentemente inclusivi: la quota queer, presente in moltissimi di questi, risponde spesso a un’operazione commerciale di captatio benevolentiae per rivolgersi anche a quella fetta di pubblico, senza però di fatto rappresentarlo davvero.

Vediamo nel dettaglio questo fenomeno, noto con il nome di queerbaiting, degli esempi celebri e quanto oggi la rappresentazione di personaggi e storie LGBTQ+ sia di fondamentale importanza, anche per ragioni di carattere sociale.

Cos’è il queerbaiting?

Per queerbaiting si intende letteralmente “adescamento di persona queer” e si riferisce a una tecnica di marketing che punta a inserire all’interno di una narrazione un’allusione, poi non realmente trattata e approfondita nella storyline, a un tema queer, con lo scopo di attirare il pubblico LGBTQ+ e al tempo stesso non scontentare l’altro pubblico “tradizionale” e le sue classiche aspettative.

È un’operazione subdola, più di immagine che di sostanza, più di ammiccamento che di reale rappresentazione, che non fa bene alla comunità LGBT, proprio perché usata principalmente per adescare gli individui queer a spingerli a guardare un particolare prodotto in cui però non sono di fatto raccontati e inclusi.

Questa pratica si manifesta soprattutto nell’allusione a storie d’amore gay che vengono però solo velatamente accennate, anche attraverso il ricorso insistente a musiche, sguardi e inquadrature particolari, ma che non costituiranno mai una parte della trama, o a personaggi di cui vengono evidenziati aspetti di ambiguità, ma che rientreranno poi nel classico canone dell’eteronormatività.

Questo continuo flirtare per scopi promozionali con un sottotesto queer, che non diventerà mai una storyline centrale del prodotto, è in fin dei conti una promessa non mantenuta nei confronti del pubblico queer, oltre che un’operazione poco rispettosa della comunità LGBTQ+, che continua a non vedersi degnamente rappresentata, pur essendo una parte sempre più consistente del mondo là fuori.

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Esempi di queerbaiting

Ecco degli esempi celebri di plot narrativi che hanno ammiccato al queerbaiting in questi ultimi anni:

  • Uno dei primi esempi di queerbaiting lesbico risale alla metà degli anni ’90: si tratta della serie TV Xena, principessa guerriera. In tutte le sei stagioni, Xena viene accompagnata nelle sue avventure da Olimpia, sua fidata compagna di viaggio e “migliore amica”. La loro alchimia e il loro legame, più volte sottolineato non senza malizie sullo schermo, non sfocerà però mai in una storia d’amore, nonostante l’attrice interprete di Xena, Lucy Lawless, avesse dichiarato a Stellar Magazine nel 2019 che il loro era a tutti gli effetti un amore. La cosa trovò conferma anche nelle parole del produttore esecutivo e co-creatore Rob Tapert, che nel 2016 a EW disse: “Lo studio era così preoccupato che sarebbe stato percepito come uno show lesbico che non ci avrebbero permesso di avere Xena e Gabrielle”. Non possiamo non sottolineare che la televisione, e il mondo in generale, a metà anni ’90 era decisamente un’altra storia, rispetto a oggi, ma infatti il punto è: se non vi era alcun interesse ad approfondire quel plot narrativo, perché cavalcare quel sottotesto queer fine a se stesso, con scene di intimità e atmosfere ambigue?
  • Un esempio simile, ma in scenari ed epoche diverse, lo ritroviamo nella serie Rizzoli&Isles incentrata sulle vicende di una detective della omicidi di Boston, Jane Rizzoli, e un medico legale, Maura Isles. Gli autori hanno giocato molto su una possibile relazione omosessuale tra le due, mai davvero realizzata, e hanno persino ammesso a TV Guide di aver esagerato il sottotesto lesbico per ragioni di audience.
  • La stessa cosa succede più o meno nella serie Law & Order, i cui sceneggiatori hanno giocato insistentemente sulla chimica tra le due protagoniste femminili, Alex Cabot e Olivia Benson, senza però mai degnarle di una storia d’amore.
  • Stesso scenario anche per la serie TV How to Get Away with Murder, in particolare per la relazione ambigua tra Annalise Keating e la sua delfina Bonnie Winterbottom. Dall’inizio della serie, si è sempre velatamente alluso al sentimento di adorazione che Bonnie provava nei confronti di Keating, e in un certo senso, la cosa trovava giustificazione nel fatto che Winterbottom fosse stata salvata da quest’ultima: quell’adorazione era imputabile a gratitudine, affetto e riconoscenza. La situazione scivola però in un pericoloso terreno di queerbaiting quando, nella terza stagione, dopo una serata difficile, quasi in un momento di debolezza le due si baciano. Ovviamente, la cosa finisce lì. Era davvero necessario?
  • Anche in Once Upon a Time, si allude di continuo a una tensione sessuale tra i due personaggi di Emma Swan e Regina Mills, una tensione che non andrà mai da nessuna parte.
  • Un altro caso emblematico di queerbating, almeno nelle prime stagioni, è la serie TV creata da Ryan Murphy, Glee. Facciamo riferimento all’amore saffico tra Brittany e Santana che per moltissime puntate viene solo alluso velatamente, e senza mai trovare una degna collocazione nella trama. E, tra l’altro stiamo parlando di Murphy, uomo gay, che è però stato chiamato spesso in causa per aver riservato al mondo lesbico un trattamento poco dignitoso, quasi non considerandolo come una parte effettiva della comunità gay. Ci sono allusioni sul fatto che le due facessero sesso, atteggiamenti ambigui e ammiccamenti insistenti fino a un bacio vero e proprio nella terza stagione (la terza stagione!). A partire dalla stagione successiva però, la loro si tramuterà a tutti gli effetti in una relazione e diventerà una delle storie centrali, e più belle, della serie.
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  • Anche nella serie TV Sherlock assistiamo alla pratica del queerbating: quella tra Holmes e Watson è una delle bromance più acclamate degli ultimi anni, ma in più di un’occasione gli sceneggiatori giocano con un sottotesto queer e con segnali che alludono a un qualcosa di più. Mai davvero realizzato.
  • Un altro celebre esempio è il riferimento che J.K.Rowling fa dell’omosessualità di Albus Silente e alla sua relazione da giovane con Grindelwald, un aspetto di cui però nel film prequel Animali Fantastici non vi sarà traccia, e che provocherà grande delusione per moltissimi fan.
  • Casi di queerbaiting hanno interessato anche il mondo della musica: la celebre canzone di Katy Perry, dal titolo emnbrlematico I kissed a Girl, ne è un esempio. Anche in quel caso, si trattò perlopiù di un’operazione di marketing fine a se stessa, che lanciò la carriera della giovane star giocando proprio sulla sua “finta” ambiguità.
  • È poi avvenuto di recente un caso di queerbaiting nella pubblicità. Ci riferiamo alla pubblicità di Calvin Klein in cui viene mostrato un bacio tra la modella eterosessuale Bella Hadid e Miquela Sousa, una influencer virtuale con più di un milione e mezzo di follower con una particolarità: quella di essere fatta di pixel e generata da un computer. L’operazione è stata infatti definita offensiva e irrealistica, perché “inganna” il pubblico con un finto incontro lesbico, dove, per di più, una delle due donne non è reale. Una situazione che ha portato la società americana a scusarsi per queerbaiting, subito dopo la messa online dello spot.
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Il queerbaiting al cinema e in TV

Come possiamo notare fino a qui, in moltissimi casi sono stati introdotti qua e là delle allusioni a dinamiche queer con ammiccamenti di dubbio gusto e fini a se stessi al pubblico LGBTQ+, giusto per dare prova di inclusione e mostrarsi rispettosi delle diversità, per poi finire, però, a deluderlo del tutto, negandogli una rappresentazione. Rappresentazione di cui oggi abbiamo più che mai bisogno.

Le scene queer, sul piccolo e grande schermo, sono quindi spesso relegate a occasionali effusioni o scene di sesso che non portano da nessuna parte a livello narrativo, a platonici scambi di sguardi allusivi e conversazioni infinite che restano sospese e non si concretizzano mai, a coming out che non avvengono o storie d’amore spezzate sul nascere, magari attraverso la morte di uno dei personaggi, come successo recentemente nella serie Supernatural, come vedremo meglio in seguito.

E non è sorprendente che si ricorra a questa tecnica quando ci si torva di fronte a un calo di audience. Ci si gioca cioè la carta queer, per dare un twist avvincente alla trama, tenere col fiato sospeso il pubblico, sperando di acquistarne di nuovo. Ma in questo modo, si finisce per trattare la comunità LGBTQ+ come un qualcosa di anomalo e “strano”, al pari di un imprevisto più fortuito che fortunato.

Si arriva persino a preferire epiloghi drastici pur di non dover affrontare davvero una cosa cosi spaventosa come l’amore tra due persone dello stesso sesso. Il finale di Supernatural ce lo insegna.

Il caso Supernatural

Dopo ben 15 stagioni, l’angelo Castiel rivela il suo amore a Dean, uno dei due protagonisti principali, che l’angelo aveva salvato dall’inferno nel passato. Purtroppo la dichiarazione e la promessa di una futura storia tra i due viene spezzata sul nascere dalla morte di Castiel. Un’altra operazione altrettanto subdola che ha letteralmente devastato i moltissimi fan della serie.

Creare tutte le premesse per una trama queer, arrivare a un passo dalla sua realizzazione e poi distruggerla, introducendo nello storyline un impedimento artificioso non è altro che un’altra manifestazione di queerbating. Un’altra negazione della rappresentazione del mondo queer.

Il caso Star Wars

Non possiamo poi non dedicare uno spazio speciale a un altro queerbaiting da manuale, quello dell’amore mai nato tra Poe Dameron, interpretato da Oscar Isaac, e il personaggio di Finn, portato in scena dall’attore John Boyega, i due personaggi della nuova trilogia di Star Wars targata Disney.

Nel primo lungometraggio della trilogia, dal titolo Star Wars: Il risveglio della forza, i due personaggi sono legati da una forte amicizia che sembra essere qualcosa di più. Lo stesso Isaac, durante le interviste e il press tour del film, ha alimentato queste sensazioni, fino ad arrivare a dire nel 2015:

C’era del romanticismo – almeno io giocavo al romanticismo. Nella cabina di pilotaggio, c’era una storia d’amore molto profonda.

Parole che purtroppo non porteranno mai alla prima coppia queer di Star Wars. E il primo a rimanerne deluso è stato proprio l’attore, che, anzi aveva spinto perché il sottotesto romantico tra lui e John Boyega si concretizzasse, uno scenario bloccato dai Signori della Disney, come da lui stesso ammesso.

E infatti, per scansare ogni dubbio – o meglio, ogni pericolo – sulla sua presunta omosessualità, alla fine del film del 2019, Star Wars: L’ascesa di Skywalker, gli sceneggiatori hanno pensato bene di rendere noto che il personaggio di Isaac, Poe Dameron, ha una ex fidanzata, Zorii Bliss, con il chiaro intento di alludere alla sua eterosessualità.

Ma per mantenere la quota queer, gli autori hanno scelto di inserire nel film un bacio omosessuale tra due semplici comparse, un’operazione maldestra e senza senso che suona più come ridicola che come inclusiva. Tutt’altra cosa sarebbe stata l’evoluzione del rapporto dei due personaggi di Poe e Finn, per di più motivata da precise dinamiche narrative.

Come se non bastasse, è una dichiarazione rilasciata a Variety dallo scrittore e regista della saga, J.J. Abrams, a dare il colpo finale:

Quella relazione per me è molto più profonda di una relazione romantica. È un legame profondo che questi due uomini hanno, a causa della loro volontà di essere così intimi come sono, così spaventati e insicuri come sono, e di essere comunque audaci, e ancora audaci e coraggiosi.

Parole che non solo mettono fine a ogni speranza di un possibile amore tra i due, ma che fanno male alla comunità queer – e non solo – perché vedono le loro relazioni sminuite e non meritevoli di conquistarsi un posto in scena.

Del resto, Disney aveva già messo in atto un’operazione più o meno simile di “vorrei ma non posso” con una scena velatamente gay nel film di animazione La Bella e la Bestia, dove il personaggio di LeTont, interpretato da Josh Gad, canterà parole di incoraggiamento e lancerà sguardi di intesa a Gaston, l’uomo che si batte per conquistare il cuore di Belle e di cui lui è aiutante. Ancora una volta siamo di fronte a una scena che ammicca al pubblico queer ma che resta sospesa nel niente.

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Perché il queerbaiting fa male

Il queerbating è però una pratica ben più dannosa di quel che possa sembrare. Non solo ci nega delle trame interessanti e rispettose della diversità di cui gode il mondo reale, ma, cosa ben più grave, non rispetta la comunità LGBTQ+ e le nega una degna e giusta rappresentazione.

Inoltre, scegliendo di non cavalcare una storyline queer, si dice implicitamente al pubblico eterosessuale che quello che stanno vedendo è uno scherzo, una perversione, qualcosa di non meritevole o normale. E questa operazione subdola finisce quindi per essere non solo un’occasione mancata e una promessa non mantenuta, ma una rivendicazione culturale dell’eteronormatività.

Ma la rappresentazione delle persone LGBTQ+ è una questione fondamentale. Alcune ricerche hanno dimostrato l’efficacia della rappresentazione di storie e personaggi queer nei prodotti di intrattenimento poiché, appunto, questo contribuisce a normalizzarli e favorisce una maggiore accettazione tra le persone queer.

Una persona queer, specie se agli inizi della sua esperienza con la sessualità, quando vede una rappresentazione queer in TV, vede se stessa, si sente presa in considerazione e compresa. Sa che altri stanno vivendo la sua stessa condizione e questo le permette di sentirsi meno sola e di accettare se stessa con maggiore facilità.

Il queerbaiting la priva di questa opportunità. La cosa assume ancora più importanza, se si analizza questo dato: l’accettazione queer dal 2016 è scesa del 18% tra gli adulti statunitensi 18-34.

In questo scenario, risultano quindi evidenti le importanti ripercussioni socio-culturali che una significativa rappresentazione LGBTQ+ in tutti i prodotti di intrattenimento avrebbe.

Queste sono le parole con cui l’autore e scrittore gay Wilson Cleveland si esprime in merito alla questione del queerbaiting e della scarsa e irrispettosa rappresentazione nei media della comunità LGBTQ+:

Non ho bisogno di “vedere il gay in ogni cosa”, e sono contento che ce ne sia così tanto oggi da vederlo in giro. Ciò di cui ho bisogno è che gli studios e i creatori che continuano a marciare su questa rappresentazione subdola e irrispettosa smettano di farlo. Rispettate la vostra influenza, e rispettate le persone queer. Chiamatelo come lo vediamo noi, o non chiamateci.

Articolo originale pubblicato il 22 Marzo 2021

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