Il nostro valore non dipende da quanto siamo vestite (o nude) sui social e fuori

Io trovo che non esista nulla di più bello del poter disporre della propria immagine nei modi che riteniamo più consoni e che ci rendono libere: di coprirci, scoprirci, spogliarci del tutto o girarci di spalle davanti a un obiettivo fotografando il nostro culo. Che rimane, innegabilmente e prepotentemente, soltanto un culo. Non un valore aggiunto alla moralità. Non una discriminante per poterci insultare ed escludere dai giochi di potere.

“Eh ma il sesso vende sempre, per questo si spogliano tutte sui social” e “Vabbè, facile fare così” sono due capisaldi della mortificazione del web, che vengono riproposti ogni volta che una donna piazza una foto in bikini, reggiseno, top sportivo o leggings particolarmente attillato.

Quando poi una donna si spoglia del tutto e mostra senza vergogna il suo corpo, apriti cielo: i commenti di questo tipo si trasformano immediatamente in un j’accuse di dimensioni pantagrueliche.

Come infatti mi piace sempre ricordare, il corpo femminile ha quell’incredibile super potere di essere costantemente divisivo, ben più del derby Milan-Inter e della diatriba pandoro-panettone: fa proprio uscire fuori i peggiori lati della società, a cavallo tra un consiglio non richiesto “da donna a donna” e il più brutale degli slut shaming provenienti dalla comunità intera.

Già: il corpo femminile nudo fa sbarellare come poche cose al mondo e ci ricorda sempre che no, la morale non ce la possiamo scrollare di dosso, ce l’hanno tatuata su misura e per ogni centimetro di pelle che mostriamo questa diminuisce, in modo inversamente proporzionale e anche con una certa irrimediabilità.

Perciò, più una donna si spoglia e più le critiche sulla sua moralità saranno aspre e violente.

Ho quindi deciso di stilare un mio personalissimo breviario – non supportata da nessun dato ISTAT ma da un sacco di esperienza sia di foto di nudo sia di social media (in cui nuda spesso mi ci mostro) – sulle forme di intolleranza collegate alle immagini femminili in cui viene mostrata della pelle scoperta.
Analizzerò di seguito i vari passaggi che portano dalla foto ritenuta più innocua a quella che a detta di molti incarna la “rovina della società, dove andremo a finire io non lo so”. Queste immagini sono SEMPRE postate dalla donna sul suo profilo personale e sono SEMPRE intenzionali e volte all’autodeterminazione, sia della propria sensualità che della propria immagine.

Iniziamo con la prima tipologia di foto incriminata e contestata dal presunto decoro sociale, ovvero…

1. La foto in costume

Al mare, col sole, in un posto bellissimo. Sorrisi, magari qualche amic* e una birra in mano. Qui abbiamo una piccola possibilità di sfangarla, ma solo se la foto viene postata in estate: fuori stagione è additata come una forma di esibizionismo e qualcun* dirà che no, non si deve per forza mettere una foto in costume quando è inverno, perché è sintomatologia di aver pochi argomenti dalla nostra. Consiglio della zia Carlotta: i discorsi sul clima e le stagioni ascoltateli solo se fatti da Greta Thunberg, altr* attivist* o al massimo dal colonnello Giuliacci, non da chi cambia la morale in base al momento in cui volete rivivere un ricordo felice.

La seconda tipologia di foto colpevolizzata è..

2. L’upgrade della foto-mare, ovvero la foto-mare girata di spalle con il sole al tramonto

Già, qui ho visto scatenarsi vere e proprie guerre civili sulla caption da usare, sulla poca serietà di abbinare mare e culo, sul dispiacere del vedere cose così – cito – poco valorizzanti. In definitiva: per il senso comune, se siete al mare ma vi girate di spalle siete delle donne poco serie. Consigliabile quindi muoversi sempre al contrario come i gamberetti, dando le spalle al bagnasciuga, in modo da non cadere in tentazione e finire per fare una cosa assolutamente naturale come mostrare il 50% del nostro corpo, ovvero il suo retro.

Nella terza tipologia ci sono…

3. Le foto in intimo

Siamo dunque, per molti commentatori del web, nella pura sfera del dolo. Infatti la frase ricorrente sotto a immagini di questo tipo è: “Se ti metti in intimo è una foto volutamente sensuale e per noi persone intenzionate a mantenere vivi e vegeti gli stereotipi di genere certe cose non vanno bene: sensuale mai, Maria Maddalena sempre”.

Il reggiseno ha dunque il presupposto di non essere innocuo moralmente come il pezzo di sopra del costume, perché dovrebbe rimanere al sicuro, nascosto sotto i vestiti. Se si espone, sono 15 punti in meno nella classifica di merito per diventare UNAVERADONNA™ proprio perché la connessione tra intimo, peccato e poco valore va ancora fortissimo nella società patriarcale che si rafforza a colpi di “Nuda sì ma solo quando lo vogliamo noi”.

Le foto di nudo scattate da altr* (artistico, erotico, bianco e nero, catalogo di moda mare o con finalità di sex working) sono direttamente incluse nella sfera del delitto contro la pubblica decenza e, spesso, con le donne che fanno certi scatti non ci si parla neanche per paura di macchiarci di rimando la coscienza. Ricordo un problematico ex frequentante che, in seguito a un mio (bellissimo) set di nudo integrale mi insultò per giorni dandomi della sudicia, sporca, vergognosa cameriera (esatto: classismo e sessismo allo stesso tempo, mica pizza e fichi). Io, la foto di me nuda sotto il sole cocente di Latina la vorrei pure sulla lapide, ma tant’è. Non so dove sia finita questa persona, ma nel frattempo ricordo alle donne di non frequentare quelli come lui che si definiscono sovente UOMINIDIALTRITEMPI™ (un giorno parleremo anche di questo pericolosissimo immaginario romanticizzato creato per fregarci tutt*).

Ultima categoria, la più temuta, quella che supera perfino le foto di capezzoli censurati, di intimo trasparente, di magliette bagnate d’acqua o di abiti in latex è una e una soltanto:

4. La temutissima, odiatissima e maledetta FOTODELCULO

Corpi nudi e stigma sessuale: una lunga storia. Eppure un c*lo è solo un c*lo

Al solito: se ti metti di schiena sei processabile con dolo, perché la posa è inequivocabilmente intenzionale. E ancora non ho capito come mai sul culo femminile ci sia questo particolare stigma. Il culo non perdona e non viene perdonato e fa così paura da scatenare l’ira funesta in chilometri e chilometri di commenti sotto ai post che lo celebrano e immortalano. Ne ricordo uno mio che sentenziava un perentorio “Un culo è soltanto un culo” e ancora, a distanza di quasi un anno, ricevo insulti sotto a quella foto. Le donne dopotutto si sa, il culo non lo usano manco per cacare, quindi figuriamoci farlo vedere rivendicandolo con orgoglio.

La sensualità consapevole è infatti bannata, non prevista e condannabile sempre, perché significa autodeterminazione e un corpo consapevole non è quindi un corpo schiavo, fruibile in ogni momento e fantasticabile lasciandolo però passivo, in un senso tutto abusante di rivendicazione di potere di un genere sull’altro.

Per questo ogni donna che si mostra come sicura della propria immagine viene bannata dalla categoria delle VEREDONNE™, ed è anche per la paura di uscire dalla suddetta categoria che proprio molte donne accusano le altre di essere poco serie: per rassicurarsi di essere nel giusto, nel corretto e inattaccabile, in quello che ci hanno sempre dipinto come il migliore dei mondi, pudico e un po’ nascosto, sempre passivo nel ricevere la seduzione, mai attivo nel volerla esternare.

Io trovo che non esista nulla di più bello del poter disporre della propria immagine nei modi che riteniamo più consoni e che ci rendono libere: di coprirci, scoprirci, spogliarci del tutto o girarci di spalle davanti a un obiettivo fotografando il nostro culo. Che rimane, innegabilmente e prepotentemente, soltanto un culo. Non un valore aggiunto alla moralità. Non una discriminante per poterci insultare ed escludere dai giochi di potere.

Nel 2021 la definizione monocromatica della figura femminile è stata ormai messa in dubbio anche a colpi di chiappe sui social.

Articolo originale pubblicato il 4 Marzo 2021

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