Virtue signalling: lo stai dicendo perché ci credi davvero?

A volte si parla di radical chic, in altri casi di politically correct. Molto più semplicemente, si potrebbe dire che tutti questi atteggiamenti rientrano nell'abitudine di fare virtue signalling, ovvero di mostrare forzatamente delle virtù.

Spesso, e non sempre in maniera centrata, sentiamo parlare di “politically correct” o di “radical chic“; più raro è invece usare il termine virtue signalling che, pure, racchiude in sé anche questi due concetti.

Per questo cerchiamo di fare chiarezza e di capire cosa intendiamo con questa “segnalazione della virtù”.

Virtue signalling: cosa significa?

La dicitura italiana che abbiamo usato poc’anzi in realtà non è che una distorsione del termine inglese, mentre nella nostra lingua il termine più appropriato da usare per capire di cosa parliamo è probabilmente farisaismo (dai farisei, lo storico popolo giudaico, che, secondo le scritture della Bibbia, è stato condannato da Gesù per l’ipocrita formalismo).

Sulla paternità del termine virtue signalling c’è una sorta di disputa aperta; da una parte, infatti, qualcuno sostiene che già a partire dal 2004 si sia cominciato a usare, mentre il giornalista britannico James Bartholomew è assolutamente convinto di aver “inventato” la frase, usandola in un articolo del 2015 su The Spectator a proposito della campagna pubblicitaria di Whole Foods. Quale che sia la verità, molto più importante è il significato di questa espressione, che il Cambridge Dictionary definisce come:

Un tentativo di mostrare ad altre persone che sei una brava persona, ad esempio esprimendo opinioni che saranno accettabili per loro, soprattutto sui social media.

In sostanza, quindi, parliamo di un atteggiamento che avrebbero un individuo, un’azienda o un’organizzazione che tentano di mettersi in bella luce rispetto a un determinato argomento, con posizioni e opinioni “di comodo” che possono compiacere la maggioranza. Chi sostiene che si stia praticando il virtue signalling ritiene che ci sia un secondo fine dietro i discorsi, e che chi li faccia, quindi, agisca solo per convenienza.

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Quando si verifica il virtue signalling?

Come detto, il virtue signalling si accompagna spesso ad altri termini di uso comune e a carattere dispregiativo, come politically correct, radical chic o poser; se i primi due sono piuttosto noti, l’ultimo termine è forse meno conosciuto, e sta ad indicare chi, pur non appartenendo a un certo movimento, finge di farne parte, per esempio vestendosi secondo i canoni tipici di quel movimento, anche senza conoscerlo realmente, solo per ottenere un certo grado di accettazione sociale.

In generale, il virtue signalling si verifica ogni volta che si vogliono ostentare presunti valori morali ed etici, più alti di altri, e c’è qualcuno che lo fa notare. Una curiosità: questo concetto, per quanto si disquisisca sull’origine del termine, era già stato sostanzialmente teorizzato nientemeno che da Charles Darwin nel The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, del 1871, in cui, parlando dell’idea di evoluzione attraverso la selezione sessuale, lo scienziato suggerì che, nell’attrazione tra sessi, un ruolo fondamentale è giocato da tratti che, pur non biologicamente indispensabili, servono proprio ad attirare i potenziali partner.

Un esempio in natura è dato dal gesto, da parte del pavone maschio, di mostrare il piumaggio, rendendolo una sorta di “status symbol”: così facendo, il maschio, per attirare la femmina, ostenta le proprie virtù.

E, in effetti, c’è una buona dose di narcisismo nel virtue signalling.

Virtue signalling e narcisismo

C’è una forte, e chiara impronta narcisista, dietro alcuni atteggiamenti di virtue signalling: chi lo pratica tende infatti a enfatizzare comportamenti, come il volontariato o le inclinazioni spirituali, che confermano la sua superiorità morale. Come Sheri Heller scrive per un articolo su Medium,

Queste persone eccezionali e magnanime, altamente abili nella virtue signalling e nella magnificenza, sono conosciute come narcisisti nascosti e violentatori ambientali.

E aggiunge poi:

Il terreno più ampio del culto delle celebrità, dei guerrieri della giustizia sociale e della politica è pieno di segnalatori di virtù e tribune. Qui vediamo plutocrati ‘virtuosi liberali’ che reclamizzano l’ambientalismo, l’uguaglianza economica e la pace nel mondo. Sono bravi solo a parole.

La componente narcisistica, insomma, è decisamente forte, perché parliamo di persone che, per apparire al meglio di sé, promuovono azioni caritatevoli e benevole le quali, spesso, restano esclusivamente sulla carta, senza tramutarsi in nulla di concreto; da qui il chiaro riferimento all’espressione “radical chic”, che, coniata da Tom Wolfe nel 1970, descrive invece l’associazione con una crociata alla moda, ma senza un autentico impegno rispetto ad essa.

Se però quest’ultima presuppone che le cause siano adottate da celebrità e socialite, chiunque può praticare il virtue signalling.

Alcuni casi di virtue signalling

Ancora Heller, nel suo articolo per Medium, riporta all’attenzione un caso eclatante di virtue signalling: quello della star della BBC e filantropo Jimmy Savile, nominato cavaliere dalla regina Elisabetta e da papa Giovanni Paolo II, amico della famiglia reale e dei Thatcher, che, pur conformandosi pubblicamente a un’immagine di benevolenza e virtù, era un pedofilo, predatore sessuale e necrofilo.

In tempi più recenti, invece, ha suscitato scalpore la “riabilitazione”, da parte del presidente americano Trump, di  Susan B. Anthony, una suffragetta condannata per aver votato illegalmente come donna nel 1872. A qualcuno questo atteggiamento di Trump, storicamente misogino – forse qualcuno ricorderà lo scontro con Megyn Kelly in occasione dei primi dibattiti presidenziali – è sembrato piuttosto sospetto, tanto da gridare al virtue signalling; anche perché, siamo effettivamente a tiro di nuove elezioni, dove il tycoon deve vedersela con Joe Biden.

Anche il rinnovato movimento Black Lives Matter, soprattutto dopo la recente morte di George Floyd, è finito al centro di accuse di virtue signalling, ad esempio quando i  i Democratici del Congresso americano si sono presentati indossando abiti kente, un tessuto ghanese, e si sono inginocchiati per un minuto di silenzio in onore di Floyd. Un gesto che non tutti hanno apprezzato, e che Repubblicani e liberali hanno interpretato come virtue signalling.

Di esempi di virtue signalling, comunque, ce ne sono davvero tanti; dal complesso del white savior, che spinge i bianchi a riconoscersi come salvatori dei popoli africani, ad esempio, e a mostrarsi in toccanti immagini mentre sfamano o abbracciano le popolazioni locali, fino, andando a ritroso nel tempo, all’atteggiamento di tirannia coloniale inglese in India o alla capitalizzazione della tratta degli schiavi africani, mascherata sempre sotto una sorta di ostentato buonismo.

Lo stesso discorso che si potrebbe applicare, ad esempio, alla famosa frase “Gli USA esportano la democrazia“, diffusa per giustificare l’invasione in Afghanistan prima e in Iraq poi, ma in realtà potremmo andare avanti con moltissimi altri casi, più o meno celebri.

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