Il termine influencer è ormai entrato a far parte del vocabolario, siamo abituati a sentir parlare di queste persone che, attraverso i social media, “influenzano” le scelte e gli acquisti di chi li segue. Il ruolo degli influencer è proprio quello di consigliare prodotti, vestiti, make-up, destinazioni di vacanza., integratori.

In realtà gli influencer stessi sono influenzati a loro volta dai brand che pubblicizzano, come fonte di guadagno. Di conseguenza, non sempre ciò che viene pubblicizzato è sostenibile, abbordabile o di migliore qualità rispetto ad altri. È in questa ottica che è nato, da pochi anni, il deinfluencing, la battaglia social all’influencing, portata avanti dagli stessi influencer.

Cosa significa deinfluencing?

Partendo dalla parola influencing, è stato pensato il termine, con relativo hashtag, deinfluencing. Il significato è chiaro: sconsigliare prodotti, non promuovere alcuni articoli, e mostrare alternative migliori. L’idea è di combattere la pubblicità ingannevole, proteggendo il pubblico e i follower da essa.

Gli influencer esistono ormai da diverso tempo, ma sempre più spesso nell’ultimo periodo sono accusati di ingannare il pubblico, di piegarsi alle leggi dell’advertising, pur di guadagnare denaro e followers.

Uno dei casi più recenti, che ha fatto il giro del mondo su TikTok, è stato quello di Mikayla Nogueira, make-up influencer con oltre 14 milioni di follower. Ha pubblicato un video per promuovere il mascara di un famoso brand di cosmetici, ma pare che, o almeno così sostengono milioni di user nei commenti, si sia applicata ciglia finte per mostrare un migliore effetto allungante. Come questo, esistono molti altri esempi di influencer accusati di video finti di esaltazione di alcuni prodotti, che nella realtà si rivelano normali o addirittura poco performanti.

@mikaylanogueira THESE ARE THE LASHES OF MY DREAMS!! @lorealparisusa never lets me down 😭 #TelescopicLift #LorealParisPartner #LorealParis @zoehonsinger ♬ original sound - Mikayla Nogueira

L’#deinfluencing è usato soprattutto da influencer stessi, che sostengono di voler mantenere il mondo dei social un luogo sicuro da pubblicità ingannevoli, più libero rispetto ai mezzi tradizionali. Fanno quindi l’esatto opposto dell’influencing, mostrano prodotti per sconsigliarli, per dimostrare difetti di utilizzo o addirittura effetti collaterali indesiderati. Consigliando invece alternative più sostenibili a livello economico e ambientale, ma anche semplicemente più efficaci, ma meno conosciuti.

Le origini e le ragioni

L’hashtag #deinfluencing ha iniziato a circolare all’incirca nel 2020, ma è negli ultimi mesi che ha raggiunto più visibilità, raggiungendo le 80.000 visualizzazioni. La prima ad utilizzare il termine è stata proprio un’influencer, Maddie Wells, ex dipendente di Sephora, che, parlando dei prodotti più restituiti in negozio, e in generale facendo recensioni su articoli di make-up, ha iniziato a pensare a questa nuova modalità.

La principale ragione che anima il deinfluencing sembra essere la lotta al consumismo per proteggere il pubblico da pubblicità ingannevoli e da acquisti sbagliati. Secondo GWI.com, una società di targeting del pubblico nel settore marketing, dal 2015 il numero di consumatori che cercano prodotti sui social media è aumentato del 43%. Oggi tiktok si può dire che stia diventando l’e-commerce più usato dalla gen Z, che si fa guidare dai social per i propri acquisti.

Gli influencer hanno quindi una responsabilità non indifferente, ormai più potente di quella della pubblicità classica. I sostenitori del deinfluencing vogliono esortare a non comprare tutto ciò che si vede sui social, a ponderare maggiormente le proprie scelte di consumo. Ogni prodotto, che sia di make-up, alimentare o altro, è soggettivo. Non siamo tutti uguali, di conseguenza non tutti i corpi reagiscono allo stesso modo, non tutte le carnagioni stanno bene con determinati colori. Acquistare un prodotto senza averlo provato, soltanto perché di tendenza sui social, non è la scelta migliore.

Inoltre, il deinfluencing porta avanti principi contro il consumismo, la continua corsa a comprare e spendere per cose nuove. Mette in luce altre possibilità, come il riciclo e il decluttering. Con l’idea che sia preferibile possedere meno cose, ma quelle giuste e di qualità o efficacia migliori, specialmente nella situazione di crisi che stiamo vivendo, economica, ambientale e sociale.

Alcuni esempi di deinfluencing

Sempre più influencer seguono il trend del deinfluencing, portando avanti le ragioni che abbiamo appena visto. La maggior parte dei video con l’hashtag #deinfluencing consiste in un elenco di prodotti sconsigliati, soprattutto di make-up, vestiti, prodotti di bellezza e oggetti per la casa, che non sono necessari. La frase “non ti serve“, in inglese “you don’t need this”, diventa quasi un mantra, ripetuta in questi video, che spingono all’opposto di ciò che l’advertising sui social ha sempre fatto: a non acquistare.

O meglio, ad acquistare solamente ciò che effettivamente può servire, anche togliendosi degli sfizi, ma finché le spese risultano sostenibili. Tra gli esempi troviamo Michelles Kidelsky, che realizza video in cui elenca una serie di prodotti, mostrandone anche un’immagine, che non sono pericolosi o inefficaci, ma che semplicemente non sono assolutamente necessari o estremamente costosi per il loro effettivo valore.

@michelleskidelsky Replying to @krishateresa 🫡🫡 my bank account hates me, save yours while you can #deinfluencing ♬ original sound - michelle

Altri esempi riguardano invece il consiglio di prodotti simili, che risultano altrettanto utili ed efficaci, ma più abbordabili e magari anche più sostenibili. Come l’haistylist Matt Loves Hair su TikTok.

@mattloveshair the goal here is not to influence, just to inform ❤️ #hairtiktok #hairdryer #hairtrends ♬ Sure Thing (sped up) - Miguel

Ci sono anche Tiktoker che criticano il trend deinfluencing, come Nicole Perfumes, che ritiene le persone utilizzino il trend in maniera errata. Ovvero sconsigliando un prodotto ma consigliandone un altro allo stesso tempo. E che non esistono articoli che cambiano la vita.

Un esempio lampante di ciò che sostiene Nicole è il video di Valeria Fride, che con l’#deinfluencing passa in rassegna una serie di prodotti che sconsiglia apertamente, perché su di lei non hanno funzionato o perché non valgono la spesa, per poi consigliare alternative che considera migliori.

Cosa ne sarà degli influencer?

Questo trend che si sta diffondendo rapidamente sarà la fine degli influencer? Probabilmente no, soprattutto perché viene portato avanti dagli stessi influencer, che lo usano allo stesso modo in cui usano le pubblicità: guadagnare follower e di conseguenza denaro. Il deinfluencing fa parte dello stesso sistema: chi lo fa sta effettivamente influenzando ancora il suo pubblico. Non a comprare qualcosa, ma a evitarlo, o a scegliere un’alternativa.

Vero è che potrebbe modificarsi con il tempo il prototipo dell’influencer sullo stampo di Chiara Ferragni e dei più famosi. Diventando un influencer più consapevole della situazione mondiale. Dal punto di vista economico, smettendo di sponsorizzare brand inaccessibili alla maggior parte del pubblico, così come vestiti, ristoranti e luoghi di soggiorno. Sempre più persone raccolgono follower sponsorizzando proprio luoghi in cui spendere il meno possibile trovandosi bene.

Ma anche dal punto di vista ambientale, criticando prodotti poco sostenibili, sostituendoli con soluzioni migliori. Inoltre, sembra esserci un senso di responsabilità quasi sociale: salvare il pubblico dall’acquisto di prodotti che non fanno bene, o che non servono a nulla e sono quindi uno spreco. Con l’aggiunta di disclaimer come “vai dal medico se pensi di avere questo problema”.

Anche le regolamentazioni per quanto riguarda le pubblicità sui social non sono efficaci come per le pubblicità sui canali tradizionali. Il web, specialmente quello dei social media, cambia troppo velocemente, e le leggi a riguardo arrivano inevitabilmente tardi. Di conseguenza, un trend, seppur valido, non potrà ancora fermare la macchina incredibile che si cela dietro gli influencer più seguiti. Ma potrebbe far ponderare maggiormente anche a loro la scelta dei brand da pubblicizzare e sulla veridicità dei propri video di advertising.

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