Se ci tocca spiegare il mansplaining (o minchiarimento) agli uomini

Siamo cresciuti tutti, uomini e donne, a pane e maschilismo. Il patriarcato e la sua visione maschiocentrica del mondo ce l'abbiamo nel linguaggio, nei modi di pensare e di giudicare ciò che è altro da noi. Non si tratta, quindi, di mettere gogne in piazza, ma di mettersi in ascolto e di prenderne consapevolezza. Di stanare gli atteggiamenti maschilisti di ognuno di noi, di sforzarci di cambiare, lavorando su noi stessi e con gli altri. Si tratta di cedere la parola.

“Non si può più dire nulla.
Va bene tutto, è un tema importante, ma adesso state esagerando!”.

Questa è la formula magica con cui la maggior parte delle persone cerca di delegittimare ogni argomentazione o rivendicazione femminista, riconducendo chi la agisce – la femminista o le/i femministe/i di turno – alla sfera dell’umoralità femminile scomposta o dell’isteria.

Due concetti – quello dell’isteria e dell’umoralità femminile, s’intende – in nome dei quali, qualche secolo fa si sono bruciate sui roghi e, in un passato tutt’altro che lontano, si sono rinchiuse in manicomi le donne che non aderivano al ruolo che la società patriarcale aveva previsto per loro.
E già qualcuno penserà, per restare in tema, che sto esagerando!

“Non si può più dire nulla.
Secondo me, stiamo esagerando!”.
(sottotesto: stiamo sta per state; soggetto sottinteso: voi femministe)

È stata l’argomentazione con cui ieri un amico, che non avrei definito maschilista, anzi tendenzialmente aperto ai temi dell’inclusione e della parità, ha scelto di ritornare sul discorso del mansplaining, dopo avermi inviato provocatoriamente un articolo che banalizza quanto accaduto con Corrado Augias e Valeria Parrella alla serata finale del Premio Strega 2020.

Chiamare le cose con il loro nome è sempre un buon segno. Vuol dire dal loro dignità e impedire che qualcuno faccia finta che quella cosa non esiste.
Per  la definizione di mansplaining, quindi, dobbiamo ringraziare Rebecca Solnit e il suo Men who explain things – Gli uomini mi spiegano le cose che, di fatto, ha nominato qualcosa che accade da secoli (e di cui Virginia Woolf parla in Una stanza tutta per sé).

Mansplaining: la violenza degli uomini che vogliono spiegare le cose alle donne

Per l’approfondimento sul tema rimando all’articolo qui sopra per evitare di ripetermi. Qui mi limito a sintetizzare al massimo il senso di questa parola che, unendo l’inglese man (uomo) con il verbo to explain (spiegare), indica l’atteggiamento paternalistico di molti uomini che spiegano a una donna qualcosa di ovvio e scontato, oppure qualcosa di cui quest’ultima è esperta dando per sottinteso che essa non possa essere realmente competente in materia (o comunque meno di loro).

Ne abbiamo avuto un esempio, come dicevamo, in occasione del Premio Strega e dell’intervista a Valeria Parrella, liquidata per fare entrare Corrado Augias – uomo di grande cultura, indubbiamente, ma senza alcuna competenza comprovata sulle questioni di genere – a parlare di MeToo (in ritardo di un paio di anni sull’attualità) e femminismo.

Allora nessun uomo può parlare di femminismo?

Domanda scandalizzato il mio amico.
No, certo che può farlo ma, se già al bar deve rendersi conto di non essere proprio la fonte più autorevole sulla questione, in un contesto politico o culturale importante – vedasi la finale del Premio Strega – dovrebbe porsi quanto meno il problema:

  1. Della competenza.
    La domanda da porsi è “Sono titolato per farlo?”.
    Per intenderci, esistono anche uomini che si occupano di femminismi: non è il caso del buon Augias (se qualcuno ha dei dubbi in merito, più avanti argomento meglio sul perché Augias non è titolato in materia);
  2. Della rilevanza e dello spazio.
    La domanda è “Sono la persona più adatta (o almeno adatta) per parlarne o sto portando via spazio a qualcuno che lo meriterebbe più di me?”; 
  3. Della responsabilità dell’ascolto e del dare voce.
    La domanda è: “Ho ascoltato chi del “problema” – volutamente tra virgolette perché il termine è riduttivo ma serve per capirci – è vittima? Cosa posso fare io? Posso usare la mia autorevolezza per pretendere che sia data voce a chi sul tema ha più diritto e competenza di me per prendere parola? 

Questo è quello che ci si aspetta da un uomo di cultura come Augias, non la lezione sui minatori del Sulcis.

Per entrare in un tema più esemplificativo: è come quando ci è toccato sentirci dire da un uomo, nella fattispecie Francesco D’Uva (M5S), come dobbiamo gestire le nostre mestruazioni. Per inciso, fu così che un uomo ci ha invitate a usare assorbenti lavabili o coppette. Grazie, ma anche no. A meno che noi sia una scelta individuale.

Per amore di contesto, cito il suo intervento a Omnibus: “Non abbiamo abbassato l’Iva sugli assorbenti perché non c’era la copertura finanziaria in quel provvedimento. E, in più, noi siamo anche per l’ambiente, non siamo a favore degli assorbenti usa e getta. Ci sono delle possibilità non inquinanti, come le coppette mestruali e i pannolini lavabili”.

In linea puramente teorica tutto fila, peccato che evidentemente a D’Uva manchi la pratica, altrimenti gli sarebbero stati chiari i motivi per cui non sempre è fattibile – posto che una donna voglia tornare a lavarsi gli assorbenti! – utilizzare queste due soluzioni. Solo per citare tre questioni cruciali: i limiti di alcune disabilità, l’utilizzo di questi dispositivi nei bagni pubblici e l’igiene in viaggio.

Per tornare a bomba sul tema: il minchiarimento, perdonerete l’italianizzazione che però, come si suol dire, rende l’idea anche di uno stato d’animo femminile sulla questione, nella maggior parte dei casi (ma forse sono ottimista!), è fatto in modo inconsapevole. Finché qualcuno non ce lo fa notare: allora negarlo diventa colpevole.

In realtà quello che mi preme provare a spiegare qui (e al mio amico) ha a che fare con il non guardare il dito (il fatto fine a se stesso), ma la luna. Perché davvero, non si tratta di andare a stanare i singoli episodi e i singoli maschilisti per metterli al rogo, ma riflettere sul problema culturale del mansplaining, per prenderne consapevolezza e agire di conseguenza.

Per farlo, permettetemi di analizzare brevemente le reazioni dei due uomini coinvolti nell’affaire Strega, perché rappresentano due possibili modi di reagire a una contestazione.

Il buon Giorgio Zanchini, introducendo Augias e conversando con la Parrella dopo la magistrale risposta di lei, ma soprattutto nella disputa nata sui social il giorno dopo, parte dal presupposto di non negare l’errore, semmai ne prende gradualmente atto opponendo la sua più che credibile buona fede in materia.
Arriva ad affermare, Zanchini, di non essere maschilista, ma riconosce la possibilità di aver fatto qualcosa di maschilista; di essere ciò stato vittima di un maschilismo interiorizzato (solo per questo standing ovation!), che non ne rispecchia il reale pensiero e contro cui promette di sforzarsi a lottare.

Augias no. Nonostante sia uomo di grande cultura e intelligenza tira in ballo i minatori del Sulcis, mostrando di non capire perché gli venga contestata l’autorevolezza a parlare di femminismo e diritti delle donne (peraltro non solo e non tanto per via del suo essere maschio). Corrado Augias, secondo lui stesso e il pubblico che lo sostiene, è titolato a farlo e autorevole in nome della sua vasta cultura, nonché per la sua anzianità di giornalista e studioso. Ed ecco l’errore, che non è solo o tanto un errore di umilità, ma proprio di competenza.

Se Augias fosse davvero competente in materia di femminismo saprebbe che una delle principali istanze che noi donne – e i femministi con noi – stiamo rivendicando è l’avere voce, uguali spazi di espressione e parola, uguale riconoscimento e credibilità e, soprattutto, il diritto di parlare e decidere di ciò che riguarda il nostro corpo. Se Augias, come da lui stesso affermato, avesse davvero studiato e approfondito il tema (come è doveroso, se si va su RaiTre a parlarne e di lavoro fai il giornalista!), avrebbe saputo di non essere la persona adatta a parlarne (almeno non da solo!).

Zanchini si mette in ascolto. Augias alza la barricata della sua autorevolezza e dei suoi studi (sul tema evidentemente insufficienti per il motivo di cui sopra).

La realtà è che il maschilismo non è una questione maschile.
Recentemente Franca Leosini ce ne ha dato un assaggio nell’intervista a Sonia Bracciale e nel rifiuto a utilizzare il termine femminicidio che, ahinoi, le fa “venire i brividi”, perché l’italiano già prevede il lemma omicidio per definire un assassinio (peccato che il femminicidio non sia l’omicidio di una donna, come può accadere nel contesto di una rapina, di un attentato o di una vendetta mafiosa).

Ma, tornando a noi, si diceva: il maschilismo ci riguarda tutti, a prescindere dal genere e dal nostro orientamento sessuale. Siamo cresciuti tutti, uomini e donne, a pane e maschilismo. Il patriarcato e la sua visione maschiocentrica del mondo ce l’abbiamo nel linguaggio, nei modi di pensare e di giudicare ciò che è altro da noi.

Non si tratta, quindi, di mettere gogne in piazza, ma di mettersi in ascolto e di prenderne consapevolezza.
Di stanare gli atteggiamenti maschilisti di ognuno di noi, di sforzarci di cambiare, lavorando su noi stessi e con gli altri. Si tratta di accettare che chi ha più diritto di noi a parlare di un argomento ce lo faccia notare. Si tratta di ascoltare. Di cedere la parola e di smettere di parlare dall’alto di un privilegio – essere uomo o, in alternativa, essere una persona bianca – “al posto di” qualcuno: donne, migranti, persone nere, minoranze etniche.

L’unico modo per mettere in atto il cambiamento culturale necessario è smettere di raccontare la monostoria del mondo (quella del maschio bianco, che tutto può spiegare e di tutto può parlare) e dare spazio alle varie narrazioni che compongono, con pari dignità, la Storia dell’essere umano.

Sbaglieremo ancora, tutti e tutte, perché è difficile estirparsi di dosso quello che ci ha nutrito per secoli e ci scorre sotto pelle, ma abbiamo l’occasione di essere umani migliori e di usare i nostri privilegi, la nostra autorevolezza e i nostri spazi per diventare parte di un grande cambiamento.
Necessario, dicevamo, e non più rimandabile.

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