Era l’ottobre del 2017 quando una doppia inchiesta del New York Times, firmata dalle giornaliste  Jodi Kantor e Megan Twohey, e del New Yorker, stavolta con la firma di Ronan Farrow (figlio di Woody Allen e di Mia Farrow) provocò un vero e proprio terremoto nel dorato mondo di Hollywood: Harvey Weinstein, uno dei più importanti produttori cinematografici al mondo, ex numero uno della Miramax e ora a capo di una casa di produzione a suo nome, veniva accusato di molestie sessuali e stupro.

Uno choc, per molti che nel tempo avevano collaborato e lavorato con Weinstein, l’apertura di un vaso di Pandora conosciuto per qualcun altro, che da tempo covava, in segreto, sospetti o notizie sul produttore. Già nel 1998, ad esempio, Gwyneth Paltrow aveva dichiarato al Late Show con David Letterman che Weinstein “può obbligarvi a fare una o due cose”, mentre un articolo del 2010 intitolato Harvey’s Girls (“Le donne di Harvey”) su Pajiba, parlava delle pratiche di “casting couch” del produttore.

I “casting del divano“, a intendere proprio che Weinstein richiedesse delle prestazioni sessuali in cambio di ruoli o parti in alcune sue produzioni.

Ma perché allora ci è voluto tanto tempo prima che il “segreto di Pulcinella” di Hollywood venisse allo scoperto e ci fossero delle conseguenze per Weinstein? Perché, come è spesso accaduto nelle storie di donne vittime di abusi e molestie sessuali, non tutte hanno avuto la forza e il coraggio di denunciare subito l’accaduto, per vergogna o paura di non essere credute e di subire delle ritorsioni a livello professionale o personale (il caso Bill Cosby insegna).

A farsi avanti per prima furono le attrici Ashley Judd e Rose McGowan, ma anche Asia Argento dichiarò di essere stata molestata e costretta a del sesso orale da Weinstein, a soli 21 anni, mentre sosteneva un provino per interpretare il ruolo di una ladra, Beatrice, nel film B. Monkey – Una donna da salvare, uscito negli Usa nel 1999, distribuito proprio da Miramax.

Invitata a un party della Miramax all’hotel di Cap-Eden-Roc, in Costa Azzurra, all’arrivo Asia aveva scoperto che non c’era nessuna festa, trovando il solo Weinstein in accappatoio, che le chiese di fargli un massaggio. “Se fossi stata una donna forte gli avrei dato un calcio nelle palle e sarei scappata. Ma non l’ho fatto. È stato un trauma orribile“, ha raccontato a Farrow sul New Yorker.

Da lì, moltissime altre donne, più o meno note, hanno ammesso di aver ricevuto delle strane proposte dal produttore, e l’inchiesta si è allargata, diffondendosi a macchia d’olio e coinvolgendo anche altri protagonisti, sia in America che in altri Paesi. A finire nell’occhio del ciclone, accusati di molestie e abusi di natura sessuale, sono stati, fra gli altri, Kevin Spacey – che si è scusato con Anthony Rapp, da lui aggredito quando aveva 14 anni e Spacey 26 – costretto al coming out e licenziato sia da House of Cards che da Tutti i soldi del mondo, Dustin Hoffman, Morgan Freeman e, in Italia, il regista Fausto Brizzi.

La stessa Asia Argento si trovò a passare da vittima a carnefice, accusata dall’attore Jimmy Bennett di averlo molestato appena diciassettenne.

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Weinstein, invece, è finito sotto processo per le accuse dell’ex assistente di produzione Miriam Haleyi, che lo ha accusato di averla costretta a praticargli sesso orale nel suo appartamento nel 2006, e di Jessica Mann, aspirante attrice che lo aveva accusato di averla stuprata in un hotel di Manhattan nel 2013.

L’ex produttore è stato accusato in tutto di cinque capi di accusa: uno di atti sessuali criminali, due di stupro e due di atti da predatore sessuale, un reato che viene commesso quando si compiono più stupri e che, nello stato di New York, prevede come pena massima l’ergastolo. Nonostante Weinstein abbia sempre affermato con forza che quei rapporti erano stati consensuali, il processo a suo carico si è aperto il 6 gennaio 2020.

Nel frattempo, però, il movimento Me Too ha dato voce a tutte le donne, non solo celebri, vittime delle molestie sessuali da parte di datori di lavoro o uomini potenti, rivelandosi come il vero movimento femminista di ultima generazione, grazie anche alla fondazione di Time’s Up,  il 1° gennaio 2018, organizzazione nata proprio per raccogliere fondi in favore di queste donne.

Perché MeToo?

L’espressione Me Too è stata usata, in riferimento al caso Weinstein, per la prima volta dall’attrice Alyssa Milano, anche se la sua nascita è avvenuta molto prima, nel 2006, usata dall’attivista del Bronx Tarana Burke proprio per invitare le persone a denunciare abusi e aggressioni sessuali di cui erano state vittime.

Milano la usò nuovamente su Twitter per “dare alle persone un’idea della grandezza del problema“, invitando le/gli utenti dei social network a raccontare la loro esperienza di molestia o violenza sul lavoro, sotto l’hashtag #metoo.

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Twittata per la prima volta il 15 ottobre 2017, solo a fine giornata era stata già rilanciata 200.000 volte, 500.000 volte dopo due giorni. Su Facebook, l’hashtag è stato usato da più di 4,7 milioni di persone in 12 milioni di post nelle prime 24 ore.

Ma #metoo è stato anche tradotto in diverse lingue: nel canadese #moiaussi, ad esempio, o nel francese #balancetonporc.

I protagonisti del movimento Me Too

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Harvey Weinstein al processo (Fonte: web)

Sono davvero tanti i nomi coinvolti nel Me Too, sia come protagonisti in negativo che come vittime uscite allo scoperto per denunciare abusi e violenze subite.

Come detto le prime sono state l’attrice Rose McGowan e la collega Ashley Judd, poi Asia Argento, ma da lì anche Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Mira Sorvino si sono scagliate contro l’ex numero uno della Miramax. Ma tra le accusatrici di Weinstein figura anche un’altra italiana, la modella Ambra Gutierrez, che già nel 2015 aveva accusato il produttore di averla palpeggiata – accusa confermata da lui stesso. Nell’occasione, il giudice aveva deciso di non perseguire Weinstein, lamentando una mancanza di prove, contro l’opinione della polizia per cui le prove erano invece sufficienti.

Come accennato poco sopra, saranno fondamentali le testimonianze di Kantor e  Twohey per far partire il procedimento penale nei confronti di Weinstein.

Il Me Too ha inoltre fatto riaffiorare anche la presunta storia di abusi a sfondo sessuale di cui Dylan Farrow accusa da anni il padre adottivo Woody Allen, complice anche il fatto che una delle due inchieste principali, come detto, sia stata portata avanti dal fratellastro Ronan.

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Ma molti personaggi non direttamente interessati dalle vicende giudiziarie e dallo scandalo hanno comunque voluto esprimere il proprio parere, da Paris Hilton, Emma Stone, Dakota Johnson, Elisabeth Olsen, Kate Hudson fino a Bruce Miller o Keith Urban.

In realtà, però, il personaggio principale del Me Too è proprio… Il Me Too, insignito dal Time del titolo di “persona dell’anno”, in una copertina che vedeva in posa Ashley Judd, Susan Fowler, Adama Iwu, Taylor Swift e Isabel Pascual con la didascalia “The silence breakers“, ovvero “coloro che hanno rotto il silenzio”.

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Si tratta del moving social change più veloce degli ultimi decenni e che è partito da atti di coraggio individuale da parte di centinaia di donne, e anche di alcuni uomini che si sono fatti avanti per raccontare le loro (brutte) storie.

La motivazione con cui il direttore del settimanale, Edward Felsenthal, spiegò la decisione.

Le critiche al movimento Me Too

Il Me Too non ha trovato solo critiche positive nel suo cammino; molti, infatti, si sono scagliati in maniera piuttosto veemente contro le accusatrici di Weinstein (e non solo), domandandosi perché ci avessero impiegato tanto tempo prima di farsi avanti, e insinuando, ad esempio, che molte di loro avrebbero prima approfittato dell’interesse del produttore per fare carriera, per poi colpirlo in un momento di debolezza.

C’è inoltre chi ha parlato di “esagerazioni”, sottolineando come molte donne avrebbero potuto cavalcare l’onda per spacciare come molestie sessuali anche apprezzamenti innocenti o semplici sguardi. Bret Easton Ellis, in un articolo per Vanity Fair, ad esempio, ha scritto

La prossima volta cosa sarà? Il fatto di aver chiesto a una massaggiatrice di massaggiarti la coscia ‘un po’ più su’ nel 1993? Una battuta sessuale fatta in ascensore durante l’amministrazione Obama? Un polso afferrato nel 2005? Un’avance indesiderata nel 1976? Ecco in cosa sembra si stia trasformando il #MeToo: in una caccia agli stronzi, agli sfigati, agli studenti ottusi, ma soprattutto agli uomini di potere bianchi, e la lista delle infrazioni si andava allungando – troppo ubriaco, un po’ aggressivo – in base all’urgenza con cui bisogna spazzarti via. A un certo punto capisci che, se Hillary Clinton fosse stata eletta, il #MeToo forse non sarebbe esistito, perché il punto di tutto è arrivare a Trump: colpire uomini di potere bianchi più accessibili del presidente, che si è dimostrato uno scarafaggio impossibile da uccidere.

Non sono solo gli uomini a pensarla così; Elena Stancanelli, su La Stampa :

Io sono una donna del ‘Novecento’, e come tale non posso impedirmi di aver perplessità rispetto a un movimento nato e cresciuto tutto dentro la rete. Manca il corpo, e quindi manca la responsabilità. E infatti è capitato già parecchie volte che accuse gridate nei social sono state archiviate, abdicate, non sono arrivate neanche davanti un giudizio reale. Non diverse da un pettegolezzo qualsiasi, in grado di rovinare la vita di una persona. E ho qualche dubbio anche sul senso del reato di molestia. Non mi piace pensare che ci debba essere una legge a punire la volgarità, la maleducazione, l’arroganza. Il confine invalicabile è sempre la violenza, e la violenza è appunto la violazione di un corpo. Dobbiamo imparare a gestire tutto ciò che sta al di qua, altrimenti finiremo per cedere allo stato ogni sovranità su di noi. Uno Stato così, che ci tratta da bambini, non mi piace. Ben diverso è l’abuso di potere, che però non riguarda soltanto il sesso. Se io esercito la mia forza su qualcuno che è più debole, se gli impedisco di fare carriera, se minaccio licenziamenti, se impongo le mie angherie, devo essere sanzionato. Ma, ripeto, il sesso è un’altra cosa. E nel sesso è concesso tutto, compreso lo scambio di favori. E il sesso tra adulti o è consenziente o implica stupro, violenza. non mi pare che possa esistere una via di mezzo. Quella, semmai, si chiama rimorso o vendetta.

Checché se ne dica, e qualunque genere di perplessità si possa nutrire, è comunque importante non sminuire né il gesto compiuto da chi ha denunciato, e in questo senso fondamentale è ricordare che non esiste un tempo per parlare, né gli atti di cui queste donne sono state vittime.

Perché di ragioni per tacere ce ne possono essere a migliaia – paura di non essere credute, di mettersi contro un potere forte, di essere giudicata e, perché no, anche di perdere il lavoro, visto che spesso le molestie sono taciute non solo da donne in carriera o attrici di successo, ma anche da operaie, donne delle pulizie, normali impiegate – e perché è giusto chiamare le cose con il loro nome. Quindi sì, una palpata sul sedere è una molestia, così come lo è un apprezzamento pesante e insistito che si cerca di ignorare.

E nessuna donna è esagerata, poco socievole  o f**a di legno se lo dice.

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Il futuro del movimento Me Too

Naturalmente lo scandalo che ha travolto Hollywood – e non solo – non ha cambiato soltanto la gerarchia di potere o le amicizie e i sodalizi professionali (molti attori e attrici hanno pubblicamente reso noto che non lavoreranno più con alcuni dei nomi coinvolti nelle storie di molestie, altri – un esempio è proprio Kevin Spacey – sono stati praticamente “licenziati” da ogni produzione), ma anche il modo in cui vengono condotti provini e casting nel cinema.

Basta ai colloqui a tu per tu in stanze chiuse e isolate. Il sindacato degli attori Sag-aftra ha emesso delle vere e proprie linee guida raccomandando di non prendere appuntamenti negli hotel e nei residence, o, se la cosa non è evitabile, di presentarsi almeno accompagnati.

Molti studio hanno deciso di fare i loro casting nelle hall degli alberghi, così da fare tutto alla luce del sole; mentre, se una sceneggiatura prevede scene di sesso, entra in gioco il “coordinatore dell’intimità”, una figura professionale con cui si vuole evitare ogni tipo di disagio o imbarazzo ai protagonisti.

Insomma, nel futuro del cinema sembra davvero non esserci più spazio per i casting couch. Per fortuna.

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