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Chi fu Bertha Pappenheim, il caso zero di "donna isterica" curata con l'ipnosi

La storia di Anna O., come veniva chiamata da Freud, e di come divenne il simbolo della psicanalisi: dopo la guarigione, non volle più parlare della malattia e si dedicò al nascente movimento femminista
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Per la storia della psicanalisi lei sarà sempre Anna O., anche se il suo vero nome era Bertha Pappenheim. L’uomo che la rese famosa agli occhi del mondo, ma che in realtà non ebbe mai l’occasione di incontrarla, fu Sigmund Freud. Paziente dello psichiatra austriaco Josef Breuer, Bertha divenne un vero e proprio mito moderno, come ricorda lo studioso Daniel Boyarin in un capitolo a lei dedicato nel libro Unherioc conduct: the rise of heterosexuality and the invention of the Jewish man. Ciò che non tutti ricordano, invece, è il fatto che sia stata anche un’antesignana del movimento femminista, promuovendo l’associazionismo delle donne già a inizio Novecento. La sua storia è raccontata anche nella biografia più nota del fondatore della psicanalisi, intitolata Vita e opere di Sigmund Freud e scritta da Ernest Jones. Ma come è iniziato tutto?

Dal dicembre 1880 al giugno 1882, Breuer ebbe in cura una ragazza diversa da tutte le altre. Insolitamente intelligente per essere appena ventenne, aveva sviluppato una pletora di sintomi collegati alla grave malattie e alla successiva morte del padre. Tra questi, c’erano la paralisi di tre arti, gravi disturbi alla vista, difficoltà di linguaggio, inappetenza e tosse nervosa, che lui trattava attraverso l’ipnosi, una pratica molto diffusa nell’Ottocento. Bertha Pappenheim prese l’abitudine di riferire quotidianamente allo specialista tutto ciò che di sgradevole le accadeva durante la giornata, tra cui anche terribili allucinazioni e incubi. Quando parlava di questi problemi allo psichiatra, la giovane iniziava a mostrare segni di miglioramento, tanto che dopo diciotto mesi decise di interrompere le visite.

Una sera lo psichiatra venne chiamato d’urgenza a casa di Bertha: i sintomi erano ritornati e lei era paralizzata a letto, dove si contorceva in preda al parto immaginario del figlio di Breuer. Confuso, l’uomo fu suo malgrado costretto a rimettere in discussione il suo operato, visto che la giovane non era affatto guarita. Fece quello che aveva sempre fatto, ovvero le posò le mani sugli occhi e la invitò a dormire tramite l’ipnosi. Non si sarebbe più occupato di lei, però: non riusciva a comprendere come una donna così riservata avesse potuto precipitare in una tale spirale di terrore.

Senza saperlo, Breuer si era trasformato per Bertha Pappenheim in un sostituto del padre morto. La sua presenza affettuosa le aveva dato quel conforto che era venuto a mancare in seguito alla scomparsa del genitore. Ecco perché l’interruzione delle visite aveva rappresentato per lei un secondo lutto: l’intuizione venne a Freud, il collega con cui Breuer si era confidato in cerca di una soluzione al caso di Anna O. e delle sue crisi isteriche. Fu in quel momento che iniziò a collegare un’origine sessuale ai sintomi isterici. Insieme, i due studiosi decisero quindi di redigere un manuale di Casi clinici, in cui raccontare anche la vicenda della giovane paziente.

Quasi un ventennio dopo, nel 1900, il padre della psicanalisi pubblicò L’interpretazione dei sogni, un testo fondamentale per la comprensione della mente umana. Il meccanismo del transfert, messo in pratica inconsciamente tra Bertha Pappenheim e Josef Breuer, nella teoria freudiana è il processo attraverso cui il paziente “ravvisa nell’analista un ritorno di una persona importante della sua infanzia, del suo passato, e trasferisce perciò su di lui sentimenti e reazioni che certamente erano destinati a quel modello”, come spiegato nel Compendio di psicanalisi.

Dopo la conclusione del trattamento di Josef Breuer, fino al 1889 Bertha continuò a soffrire di ricadute gravi. Grazie al trasferimento a Francoforte, supportata da alcuni benefattori, iniziò a dedicarsi ai temi sociali, scrivendo un saggio sulla condizione dei bambini e dei poveri. In particolare, si occupò dei diritti delle donne e decise di pubblicare in tedesco il libro di Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Women, oggi considerato il primo testo femminista. Morì il 28 maggio 1936 a causa di un tumore, poco tempo dopo essere stata interrogata dalla Gestapo in seguito a un’accusa di antinazismo. Lei, che aveva fondato la lega per le donne ebree, non fece in tempo ad assistere allo scempio dell’Olocausto.

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