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Quando i manicomi erano i luoghi in cui rinchiudere donne troppo libere

La storia dei manicomi in Italia è costellata da violenza, brutalità e ingiustizia: prigioni usate per isolare uomini considerati scandalosi e nemici politici. Alle donne invece bastava solamente essere "femmine" per essere rinchiuse.
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Una parentesi tragica e spaventosa della storia italiana sono i manicomi. Una vera e propria epoca più che parentesi, durata fino agli anni ‘80, quando una legge li fece chiudere definitivamente. Nel corso del secolo scorso i manicomi hanno visto numeri incredibili di internati, tra cui anche moltissime donne, spesso non realmente malati ma semplicemente scomodi socialmente e politicamente.

Le testimonianze che oggi abbiamo sono disturbanti, e mostrano i manicomi come luoghi nei quali i pazienti versavano in condizioni talvolta peggiori rispetto alle prigioni. E anche in questa situazione furono le donne le vittime più maltrattate e traumatizzate, rinchiuse anche solo per “colpa” del loro genere.

Storia dei manicomi

Il termine manicomio deriva dalle parole greche mania, che significa “follia” e komèo, ossia “curare”. Un altro nome con cui sono conosciuti è quello di frenocomi. Seppur nati come case di cura per i disturbi mentali, il loro principale scopo fu rinchiudere persone considerate imbarazzanti, scomode o pericolose dal punto di visto sociale e politico. Ripercorriamo la storia dalla nascita all’abolizione.

Tra il 1800 e il 1900

La nascita ufficiale dei manicomi italiani risale al 1904, ma gli ospedali psichiatrici in realtà sono nati molto prima, a partire dal ‘700, richiesti e fondati soprattutto dalla Chiesa di carattere privato. L’ingente crescita delle persone dichiarate malate in maniera completamente autonoma e di conseguenza l’aumento esponenziale di pazienti, rese necessaria una regolamentazione delle case di cura.

Nel 1891 il ministro Giovanni Nicotera attuò l’“Ispezione sui manicomi del Regno” che mise in luce le condizioni terribili in cui versavano le case di cura. I locali erano scarsi e troppo piccoli per il numero di internati, l’igiene era inesistente e le cure inadeguate. Inoltre in ogni luogo vigeva una registrazione clinica dei pazienti diversa, e l’internamento veniva fatto in maniera arbitraria in mancanza di una legge nazionale.

La legge del 1904

A seguito dell’ispezione, nel 1902 Giolitti, allora Ministro degli Interni, presentò al Senato il disegno di legge che fu poi approvato. Per questo la storia fa nascere i manicomi con la legge n. 36 del 14 febbraio 1904 che portava il nome “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati”. Nel 1905 si contavano fino a 39.500 internati.

Con questa legge si delinearono i criteri di internamento: sarebbero stati mandati in frenocomio non solo i malati con effettivi disturbi mentali, ma anche e soprattutto le persone accusate di pubblico scandalo. Già in questa epoca venivano utilizzate pratiche tremende, che continuarono per tutto il secolo come l’elettroshock, il coma insulinico e farmaci sperimentali.

Il decreto del 1904 stabiliva in particolare: l’obbligo di ricovero soltanto dopo aver eseguito la procedura giuridica, salvo in casi d’urgenza che purtroppo erano i più frequenti; l’attribuzione delle spese alle Province; l’istituzione di un servizio speciale di vigilanza sugli alienati; le dimissioni del paziente solo dopo un decreto del tribunale e soltanto su richiesta del direttore che aveva per legge piena autorità; il cosiddetto “licenziamento in via di prova”, se il malato dimostrava dei miglioramenti, che poteva essere revocato in qualsiasi momento.

Il Ventennio fascista

Già dall’inizio fu chiaro come i manicomi venissero usati per rinchiudere e togliere di mezzo persone scomode, che potevano essere ad esempio oppositori politici ma anche donne e omosessuali, come strumenti di repressione sociale e politica. Dopo la Grande Guerra il numero di pazienti aumentò drasticamente, e si amplificarono con il Fascismo.

Il regime autoritario basato sui valori antichi pretendeva una rivoluzione della società per raggiungere il pieno consenso. Queste strutture servivano perfettamente agli scopi del regime fascista, che utilizzò i manicomi come prigioni per internare qualunque persona non rientrasse nei canoni fisici e sociali imposti dalla dittatura, così come chiunque fosse ritenuto oppositore politico.

Gli anni ’60

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale i manicomi non furono chiusi, e anzi assunsero il ruolo di manicomi criminali, usati per internare ex partigiani e soldati di ritorno dalla guerra. Le cose iniziarono a cambiare a partire dal 1961 quando lo psichiatra e neurologo Franco Basaglia istituì il Movimento di Psichiatria Democratica.

Da allora si iniziò a pensare a trasformare i manicomi in ospedali psichiatrici nei quali curare realmente e possibilmente guarire i malati con problemi mentali. Nonostante questo, ci vollero anni di tentate riforme e lotte per ottenere un risultato. Nel 1967 a Colorno (PR) si tenne un dibattito con il ministro della Sanità e Basaglia stesso presenti, per discutere sulla situazione dei manicomi italiani.

Nel 1968 un gruppo di studenti di medicina volontari nel manicomio di Colorno attuarono un’occupazione fino ad ottenere l’anno dopo l’accoglienza delle loro richieste di miglioramenti delle condizioni della struttura e dei pazienti. Questo episodio è considerato ancora il punto di svolta che portò 10 anni dopo all’abolizione dei manicomi.

La legge del 1978

Il caso di Colorno fu oggetto di manifesti degli anni successivi, finché si arrivò nel 1987 all’approvazione della legge che abolì i manicomi in Italia. La legge n.180 del 13 maggio 1987, meglio conosciuta come legge Basaglia istituì il trattamento sanitario obbligatorio solo dove esistevano alterazioni psichiche che richiedevano urgenti interventi terapeutici. Il decreto trova la sua formalizzazione finale con la legge 833 del 23 dicembre 1978 riguardante il servizio sanitario nazionale.

La legge contiene 11 articoli che riguardano gli accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori solo per malattia mentale, la revoca e la modifica di tali trattamenti, la tutela giurisdizionale e penale, e le norme riguardanti il personale medico. Tra le altre cose, la responsabilità degli ospedali psichiatrici andò dalle Province alle unità sanitarie locali e regionali.

Dopo la chiusura dei manicomi

La legge del ‘78 aveva abolito i manicomi come strutture dove internare prigionieri politici e sociali. E al loro posto istituire ospedali psichiatrici nei quali si curavano effettivamente le persone con disturbi psichici. Dal punto di vista politico, nella legge finanziaria del 1994 è incluso un insieme di norme che impongono la chiusura definitiva dei manicomi, attuata nel 1996.

Oggi esistono diverse tipologie di strutture di cura psichiatrica che hanno sostituito negli anni i 76 manicomi attivi prima del 1987. Comprendono SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura), strutture residenziali, strutture semiresidenziali, imprese sociali, centri di salute mentale e Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, in sostituzione agli ospedali psichiatrici giudiziari, per un totale di quasi 4.000 case di cura.

Le donne e i manicomi

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Fonte: Corriere.it

Non furono esenti le donne in manicomio che anzi subirono in maniera più grave e violenta l’internamento. Questi luoghi servivano a zittire ed eliminare le donne, utilizzando come motivazione legittima la pazzia, che da sempre per l’uomo è caratteristica tipica del sesso femminile.

Negli anni della Prima Guerra Mondiale le donne entravano nei frenocomi perché ritenute traumatizzate dagli eventi bellici. Le diagnosi si basavano su sentimenti ed emozioni naturali in quella situazione tragica: ansia, paura, tristezza e persino fame. Il Fascismo peggiorò una situazione già terribile dalla fine dell’’800, formalizzandola.

Le donne che rifiutavano la visione fascista di moglie, madre e donna di casa, erano considerate ribelli e di conseguenza pazze, deliranti. Erano internate per quelle che erano definite “anomalie della femminilità”.  L’esuberanza, l’aspetto fisico, il rifiuto dei doveri coniugali, l’immoralità, la disobbedienza all’autorità familiare, il desiderio di indipendenza. Ma anche madri, figlie e mogli vittime di violenze e abusi in casa, o di carestia e miseria dovute alla guerra.

Donne in manicomio: le testimonianze di oggi

A raccontare le condizioni in cui vivevano le pazienti internate nei manicomi in tutto il periodo della loro esistenza sono diverse testimonianze. Il saggio di Annacarla Valeriano Malacarne delinea in modo chiaro le condizioni dei manicomi nella prima metà del ‘900 e le motivazioni per cui le donne venivano rinchiuse. Il manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, a cui fa riferimento il testo, fu uno dei peggiori nella storia italiana.

Significativa a proposito è la mostra realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo dal titolo “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista”. Una raccolta di fotografie, lettere e referti clinici che portano alla luce le storie di tantissime donne internate perché considerate immorali rispetto ai valori dell’epoca. Si leggono grida di dolore estremo mai ascoltate di ragazze internate ed escluse completamente dalla società senza essere malate e senza possibilità di salvarsi.

Una delle diagnosi che maggiormente usate per le donne era l’isteria, considerata una vera e propria malattia. Ritenute isteriche erano tutte le donne che avevano tentato di sovvertire le regole, che non accettavano i ruoli imposti, che uscivano dai limiti che delineavano l’identità dell’epoca, per mostrare la propria personalità e le proprie inclinazioni. Donne devastate da violenze subite, dalle perdite della guerra, dalla povertà o semplicemente donne che volevano essere libere in un’epoca che non lo permetteva.

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