Fashion Revolution: chi cuce i miei vestiti? | Roba da Donne

Fashion revolution: ti sei mai chiesto chi cuce i tuoi vestiti?

Ogni anno, nella settimana del 24 aprile viene celebrata la Fashion Revolution Week. Obiettivo di questa iniziativa è chiedere alle aziende e ai brand maggiore trasparenza sulla filiera di produzione, un percorso lungo e complesso che spesso nemmeno le aziende stesse conoscono. Che cos’è e perché è così importante partecipare a questo movimento.

Fashion Revolution vuole essere

il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo.

Sono queste le parole scelte da Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia, per condividere l’obiettivo di un movimento che negli ultimi anni ha visto tra le sue file l’adesione di un numero sempre più elevato di persone.

La Fashion Revolution si fonda sull’annuale ricordo del crollo del Rana Plaza (Bangladesh) dove il 24 aprile 2013 persero la vita gli operai e le giovani donne che lavoravano in quell’edificio mentre producevano abiti per diversi marchi occidentali, tra cui diversi brand del fast fashion.

Chi si unisce a questo importante movimento chiede trasparenza all’intera industria della moda: si chiede che vengano rispettati i diritti dei lavoratori e che non ci siano più episodi di sfruttamento e abuso, sia nei confronti delle persone che dell’ambiente. Per il 2020 l’appuntamento è fissato nella settimana dal 20 al 26 aprile, giornate che si trasformeranno in azioni concrete dove ognuno farà sentire la sua voce, perché nessuno dovrebbe morire per la moda.

Il crollo del Rana Plaza e l’hashtag della campagna

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Il crollo del Rana Plaza nel 2013, i lavoratori e le operaie con la frase del movimento. Fonte: pinterest

“Chi ha fatto i miei vestiti?” è la domanda lanciata dal movimento Fashion Revolution che invita a prendere coscienza e informarsi con consapevolezza sul modo in cui vengono prodotti i capi d’abbigliamento. Il movimento nasce in Gran Bretagna da un’idea di Carry Somer e Orsola De Castro per ricordare ogni anno l’anniversario della strage del Rana Plaza, in Bangladesh, dove il 24 aprile 2013 persero la vita e rimasero ferite le vere fashion victim di questo sistema: operai e lavoratrici, la cui maggior parte erano giovani donne.

Il complesso produttivo del Rana Plaza, un imponente edificio composto da otto piani, era sede di diversi stabilimenti tessili coordinati da prestigiosi marchi di abbigliamento. Nonostante le molteplici e insistenti proteste dei lavoratori per evidenziare lo stato di insicurezza dato dalle crepe presenti all’interno del palazzo, l’avviso di abbandonarlo fu prepotentemente ignorato dai proprietari che ordinarono ai lavoratori di presentarsi comunque sul posto di lavoro il giorno successivo. Ma nessuno si aspettava che proprio quel 24 aprile sarebbe stato protagonista di uno dei più grandi disastri della storia dell’industria.

Dal 2013, proprio nella settimana che ruota attorno all’anniversario del crollo, l’hashtag #WhoMadeMyClothes si trasforma in un grido all’azione volto a sensibilizzare, educare e spingere sempre più persone a riflettere su chi realizza e in che condizioni si trovano tutte le persone che producono quei capi che, quotidianamente, acquistiamo e indossiamo.

I principi e il manifesto della Fashion Revolution

Marina Spadafora, coordinatrice della Fashion Revolution in Italia, sostiene che

comprendere come nascono i vestiti, da dove arrivano e qual è la catena di produzione serve a ristabilire il valore degli abiti che acquistiamo, domandandoci se tutto questo calpesta i diritti dei lavoratori, che spesso si trovano nelle aree più povere del mondo.

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I principi del manifesto della Fashion Revolution. Fonte: fashionrevolution.org; pinterest.com

Fashion Revolution è diventato un movimento globale formato da attivisti che credono in un’industria della moda capace di rispettare i diritti umani dei lavoratori e l’ambiente in tutte le fasi del ciclo produttivo. Per sensibilizzare un numero sempre più elevato di persone nell’assumere una piena consapevolezza del reale impatto che hanno le loro scelte di acquisto e di come ognuno abbia il potere, anche grazie a una semplice azione, di contribuire a rendere il mondo della moda più sostenibile, il movimento si appella a tre pilastri che stanno alla base del suo Manifesto: Be curious. Find out. Do something.

Sono questi gli ideali che nel corso degli anni hanno raccolto l’adesione di moltissimi produttori, lavoratori e personalità rilevanti dell’universo moda, seguiti da imprenditori, brand e negozi che hanno deciso di partecipare a questa rivoluzione.

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Anche l’appello di Emma Watson si unisce al movimento della Fashion Revolution. Fonte: fashionrevolution.org

La missione di Fashion Revolution è quella di trasformare l’industria della moda da un punto di vista etico, chiedendo un cambiamento non solo nei confronti di chi produce e realizza, ma anche di chi acquista e consuma quei capi dei quali troppo spesso non ci si preoccupa di informarsi e conoscerne la storia. Il Fashion Revolution Manifesto raggruppa tutti i principi fondanti di questo movimento, tra cui:

  1. la moda rispetta ogni cultura e ogni tradizione dove incoraggia, celebra e ricompensa il talento e la maestria. La moda onora l’artigiano e sta per solidarietà, disponibilità e democrazia, indipendentemente da razza, classe sociale, genere, età, forma, identità o abilità. Sostiene che la diversità sia fondamentale per il successo;
  2. la moda conserva e preserva l’ambiente. Non esaurisce risorse preziose, degrada il nostro terreno, inquina l’aria e l’acqua o mette in pericolo la nostra salute. La moda protegge il benessere di tutte le cose viventi e salvaguardia i diversi ecosistemi;
  3. la moda non distrugge o getta senza motivo, ma ridisegna e recupera consapevolmente in modo circolare. La moda è riusata, riciclata e creata da scarti.
  4. la moda è trasparente e responsabile, adotta chiarezza e non si nasconde dietro la complessità né si affida a segreti commerciali per ricavarne valore. Chiunque, ovunque può scoprire come, dove, da chi e sotto quali circostanze vengono prodotti i capi d’abbigliamento.

Fashion Revolution Week 2020: come partecipare

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Come partecipare alla Fashion Revolution Week 2020 dal 20 al 26 aprile. Fonte: fashionrevolution.org

La Fashion Revolution Week quest’anno si svolgerà tra il 20 e il 26 aprile: queste giornate saranno un importante occasione per diffondere una maggiore consapevolezza rispetto a ciò che si nasconde dietro ai vestiti che acquistiamo e indossiamo quotidianamente, sensibilizzando i consumatori rispetto all’impatto globale e ambientale del fast fashion, l’industria più inquinante al mondo seconda solo a quella petrolifera.

Attivarsi per partecipare alla campagna è molto semplice:

  • Vi siete poste domande sulla sostenibilità del vostro brand di abbigliamento preferito e dei capi che produce? Mettetevi in contatto con loro! Twitter, Instagram, Facebook sono solo alcuni dei canali da utilizzare per far sentire la vostra voce alle aziende.
  • Nella settimana dal 20 al 26 aprile indossate un indumento al contrario e con l’etichetta ben in vista, scattate una foto da pubblicare e condividetela sui social non dimenticando di inserire l’hashtag #WhoMadeMyClothes e #FashRev, taggando anche l’azienda che lo ha prodotto.
  • Seguite le influencer di settore che ogni giorno sensibilizzano i loro follower rispetto all’argomento eco-fashion: durante questa settimana si faranno ulteriormente portavoce del movimento e vi daranno moltissimi spunti per partecipare attivamente a questa rivoluzione.

Infine, come ricorda il sito ufficiale di Fashion Revolution,

più persone si uniranno alla campagna e chiederanno alle aziende #WhoMadeMyClothes, più brand e marchi lo leggeranno e risponderanno.

La discussione continua nel gruppo privato!