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Le spose bambine non erano normali. Gli stupri legalizzati degli italiani in Africa

Non fu solo Montanelli a sposare una dodicenne abissina. Nell'Africa conquistata dagli italiani stupri legalizzati, madamato e concubinato, anche rispetto a bambine e ragazze giovanissime, erano la "prassi" con cui si rivendicava la "supremazia dell'Impero".

Questo post di Natalino Balasso, che per una volta sveste gli abiti del comico per concentrarsi su tutt’altro tipo di argomenti, fa riaffiorare una riflessione davvero dolorosa ma, al contempo, necessaria, per comprendere appieno cosa sia la guerra nella sua complessità e totalità, intesa non solo come armi da imbracciare e nemici da abbattere, ma soprattutto come azioni di crudeltà e violenza gratuite verso quelli che, molto sinteticamente (e crudamente) sono definite “vittime collaterali”.

Su Liberation trovo un’intervista che mi fa tornare alla mente la polemica su Indro Montanelli e la sua vicenda con la sposa-bambina africana – scrive Balasso – Montanelli disse che laggiù funziona così, che lui ha fatto né più né meno che quel che facevan tutti. Ma, come sempre, creare mostri ci allontana dalla visione dell’insieme. Si tratta in realtà di una rappresentazione mentale molto più ampia, che attiene all’idea di centralismo morale del colonialismo occidentale. Un’idea, logicamente, maschilista e prevaricatrice. Lo storico Pascal Blanchard ha scritto un libro in cui sono raccolte 1200 immagini come quella che vedete qui sopra (si tyratta di soldati portoghesi in Angola). Il libro è intitolato ‘Sexe, race et colonies’.
A cappello dell’intervista c’è questa dicitura:
‘Per lo storico Pascal Blanchard, la pornografia utilizzata dalle potenze coloniali per promuovere una zona di pensiero in cui tutto è permesso, dev’essere mostrata allo scopo di decostruire un immaginario tuttora presente’.
Una domanda dell’intervista è questa:
Perché la scelta di pubblicare 1200 immagini di corpi colonizzati, dominati, sessualizzati, erotizzati? Non è troppo?
La risposta è:
‘È proprio l’abbondanza d’immagini che deve farci porre domande. Essa sottolinea che non si tratta di aneddotica, ma che quelle immagini fanno parte di un sistema su grande scala. Quando si pensa alla prostituzione nelle colonie, nessuno immagina a che punto questo sistema sia stato pensato, mediatizzato e organizzato dagli stessi Stati colonizzatori.
Quelli che pensano che la sessualità è stata un’avventura periferica al sistema coloniale si sbagliano. La cartografia significa molto: sugli atlanti, le terre da conquistare sono sempre rappresentate allegoricamente come donne nude per simbolizzare le americhe, l’Africa o le isole del Pacifico. La nudità fa parte del marketing della spedizione coloniale, e modella l’identità stessa delle femmine indigene.
In tempi di conquiste, a partire dalla fine del XV secolo, le immagini che circolano evocano un paradiso terrestre popolato di buoni selvaggi che offrono i propri corpi nudi. Fanno parte della scenografia naturale del luogo.
Più tardi, il paradiso terrestre si trasformerà in paradiso sessuale. Gli occidentali partiranno per le colonie col sentimento che tutto è loro permesso.

Laggiù non ci sono proibizioni, tutti i dettami morali saltano: abuso, stupro, pedofilia. La maggior parte delle immagini che pubblichiamo traccia questa storia, sono state nascoste, marginalizzate o dimenticate in seguito: l’80% di ciò che c’è nel libro non si trova in nessun museo dell’immagine’.

Quel che mi viene in mente è che esiste oggi una sorta di colonizzazione turistica. Non dimentichiamo che l’Italia è da molti anni ai primissimi posti nella classifica del turismo sessuale. Si tratta di migliaia di bravi padri di famiglia che, tornati a casa, faranno discorsi moralizzanti sulla decadenza del nostro paese”.

Gli stupri sono da sempre stati uno degli aspetti più feroci e tremendi di ogni conflitto, soprattutto nella fase dell’espansione imperialistica e coloniale, anche se non devono essere dimenticate le testimonianze delle donne vietnamite durante la guerra, o la figura delle comfort women usate come schiave del sesso dall’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale.

A pagare il prezzo più alto, come spesso accade, sono state le donne, non solo costrette a vedere mariti, genitori, fratelli o figli uccisi dall’esercito rivale, o a fuggire dai propri villaggi, ma brutalizzate e ridotte al rango di oggetti di piacere sessuali da parte degli invasori, che in questo modo rivendicavano il loro diritto alla conquista, equiparando le femmine locali al territorio appena guadagnato, di cui potevano disporre come meglio credevano.

E gli italiani, in questo quadro mostruoso che racconta di barbarie e violenze senza tregua, si sono dimostrati tutt’altro che “brava gente”, nonostante per lungo tempo la verità sull’atteggiamento dell’esercito durante le operazioni di conquista in Libia o in Etiopia sia stato taciuto sotto una coltre di opportuna noncuranza.

La verità, quella di oggi, venuta alla luce, parla di un’Africa italiana devastata da stragi, torture e deportazioni  di intere popolazioni in campi di concentramento, con 100.000 morti nelle operazioni di conquista e riconquista della Libia tra il 1911 e il 1932, e addirittura 400.000 in Etiopia ed Eritrea tra il 1887 e il 1941. A questo si aggiunge, come detto, il quadro delle violenze di genere, che all’epoca erano vissute come perfettamente “normali” (ricordiamo che lo stesso Montanelli definì la sua sposa dodicenne un “animaletto docile”), perfettamente riassunto in un articolo di Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca.

La “porno-tropics tradition”

Almeno fino al momento della conquista dell’Etiopia, gli italiani erano in linea con quella che McClintock, in uno studio del 1995, definì la “porno-tropics tradition”, ovvero la metafora della Venere nera, che riduceva l’immagine della donna africana al rango esclusivo di “sogno” esotico ed erotico. La donna nera non aveva perciò altra identità all’infuori di quella sessuale, per cui era del tutto naturale che gli italiani venissero allettati all’idea di trasferirsi nelle colonie con la  promessa di poter coltivare un vero e proprio “harem coloniale”.

Ma, dopo la creazione dell’impero in Etiopia, il regime fascista sostituì l’immagine della Venere nera con quella, assai meno aulica, dell’essere inferiore, che doveva essere sottomesso per riaffermare la superiorità occidentale ed europea e la legittimità della colonizzazione.

Le relazioni sessuali intrecciate tra donne africane, spesso appena bambine o poco più, e colonizzatori furono definite “madamato”, termine con cui si intende una relazione temporanea, pur se non occasionale, tra un cittadino e una “suddita indigena”. Anche in questo caso, dopo la creazione dell’impero vennero predisposti dei meccanismi giuridici tesi a riaffermare il prestigio dei bianchi, tra cui il divieto alle relazioni coniugali ed extraconiugali tra “razze diverse”, al riconoscimento legittimo e all’adozione dei figli nati dalle unioni tra cittadini e suddite, e l’instaurazione di una severa segregazione razziale che ricacciò i “meticci” nella comunità di appartenenza, sciogliendo ogni istituzione precedentemente creata per la loro assistenza.

Chiaro che, in un contesto del genere, le donne africane vennero stigmatizzate tre volte: per razza, per classe, per genere. Senza contare che il divieto di relazioni “legittime” tra conquistatori e loro acuì, in molti italiani, il desiderio di possederle comunque, aumentando a dismisura gli atti di violenza nei loro confronti.

Alcune storie di violenza sulle donne africane

Sempre nell’articolo della Volpato si leggono alcuni episodi di violenza posti in essere dai conquistatori italiani nel Corno d’Africa. Nel 1891, nel processo portato avanti dalla Commissione reale d’inchiesta dopo la conquista di Asmara, teso a far luce su alcuni dei misfatti compiuti dall’esercito italiano, emerse che le cinque mogli del Kantibai Aman (morto in carcere) erano state sorteggiate, su disposizione del generale Baldissera, tra gli ufficiali italiani del presidio. Eppure, nessuno dei personaggi coinvolti fu punito, sulla base della decisione che non fosse stata violata la disciplina militare.

Una testimonianza di Alberto Pollera del 1922:

La legge indigena ammette la ricerca della paternità; anzi questo è uno dei cardini di quel diritto; la legge italiana la vieta; e basandosi su questo contrasto di diritto, molti Italiani, approfittando della ignoranza delle indigene su questo punto, ne fanno facilmente delle concubine, per abbandonarle quando ne abbiano prole.

Una lettera, inviata nel 1911 al console Piacentini, da parte di un colono che protestava per la richiesta delle ragazze bilene di cento talleri di Maria Teresa per la loro verginità; l’uomo si stupiva del fatto che

… In un paese di conquista, come l’Eritrea, non fosse permesso al dominatore bianco di impadronirsi colla violenza di queste ragazze, od almeno non fosse loro imposto un prezzo molto minore.

Testimoninaza di Tertulliano Gandolfi, operaio che ci ha lasciato le sue memorie d’Africa, del 1910:

Fra i tanti dolorosi casi osservati da me, eccone uno. Una volta vidi in pieno giorno un sottufficiale trombettiere curvo, come una bestia in calore, sopra un bimbo di circa otto anni, malaticcio, che non aveva altro che la pelle e ossa, che lo stuprava.

Testimonianza di Ladislav Sava, medico ungherese che era ad Addis Abeba al momento dell’occupazione italiana, al settimanale londinese New Times & Ethiopia News, nel 1940:

Ho assistito personalmente alla deportazione di donne etiopiche in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli.

Nelle interviste raccolte nel 1994 tra i reduci d’Africa uno degli intervistati ha dichiarato:

La colonia era un paradiso per gli uomini anziani che potevano avere rapporti con bambine di dodici anni.

Due sentenze emesse dal tribunale di Addis Abeba per stupro: nella prima la vittima, Desta Basià Ailù, è una bambina di appena nove anni, segregata per diversi giorni, contro la sua volontà, nell’abitazione dell’imputato, poi processato per violenza carnale, non per sequestro di persona. Ha ottenuto le attenuanti sulla base del fatto che la vittima fosse una bambina abbandonata, facile preda di chiunque.

Nella seconda parliamo di Lomi, di tredici anni, legata “per punizione”, dopo la violenza carnale. Il suo carnefice fu in prima istanza assolto, perché i giudici ritennero che a tredici anni si trattasse di un’abissina sessualmente maggiorenne. Venne condannato in appello, per non aver seguito i dettami della missione civilizzatrice della razza superiore.

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