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Concubinato: quando la convivenza serviva per fare sesso senza dare scandalo

Il concubinato non appartiene a un passato così remoto come possiamo pensare. E ha poco a che fare con la convivenza per come la intendiamo oggi.

Se pensiamo alla parola “concubinato” probabilmente la nostra mente corre subito a tempi antichi, al Medioevo o persino prima, oppure a luoghi geograficamente lontani da noi e che riteniamo per qualche motivo “meno civilizzati”.

In realtà, la figura della concubina non è poi così remota nel tempo e neppure sconosciuta alla nostra società, dato che ancora agli inizi del ‘900 era usanza, per i signori che non volevano “macchiare” il buon nome della famiglia di appartenenza con un matrimonio con donne di ceto sociale inferiore, prendere a casa propria una donna – solitamente una serva – e avere con lei una relazione all’infuori del matrimonio così come canonicamente considerato. Un escamotage davvero astuto per sfuggire non solo alle implicazioni del matrimonio stesso, ma anche dallo scandalo che le nozze fra “impari” avrebbero provocato nella comunità.

Di una concubina parla, ad esempio, anche il più recente libro di Bianca Pitzorno, Il sogno della macchina da cucire, che descrive perfettamente, seppure in maniera romanzata, cosa accadeva ancora negli ultimi decenni dell’800 e i primi del XX secolo, attraverso le parole di una sartina chiamata dalla madre di un nobile a servire nella casa di quest’ultimo e a diventarne l’amante.

Ma di concubini ha parlato addirittura Papa Francesco nel 2016, dichiarando che proprio il concubinato sarebbe da preferirsi a un matrimonio celebrato con troppa fretta, i “matrimonios de apuro“, come li ha definiti.

Una precisazione doverosa, però, va fatta: chiaramente il tipo di “concubinato” cui fa riferimento il pontefice è la convivenza, e usa perciò il termine in modo improprio, dato che quest’ultima è tutt’altra cosa rispetto al significato stesso del concubinato. Che è questo.

Cosa significa concubinato

Con il termine concubinato (dal latino con/cum, ovvero assieme, e cùmbere/cubare, ossia giacere a letto) si descrive la situazione familiare in cui una donna conviveva ed era economicamente mantenuta da un uomo, fosse quest’ultimo libero o coniugato con un’altra donna. Molto spesso la “prassi” prevedeva che queste donne facessero le serve nelle case dei nobili e avessero rapporti con il padrone pur non diventandone mai la moglie. Talvolta, venivano assunte come donne di servizio nei cui compiti specifici c’era appunto quello di intrattenere una relazione sessuale con il padrone di casa, esattamente come se fosse parte del loro lavoro.

Parlarne quindi con toni romantici, come “storie d’amore” clandestine che non potevano vedere la luce del sole a causa della differenza di rango fra i due amanti è una forzatura piuttosto evidente, dato che il più delle volte queste donne non solo venivano “sfruttate” sessualmente, ma naturalmente veniva anche tolta loro l’opportunità di crearsi una vita propria, obbligate a vivere 24 ore su 24 nella casa del padrone e non più vergini, come veniva richiesto a ogni ragazza giudicata “in età da marito”.

Infatti, e poco sorprendentemente in realtà, il corrispondente maschile,”concubino”, non è mai entrato in uso, poiché nella quasi totalità dei casi si trattava di una relazione asimmetrica, in cui l’uomo era, ovviamente, il partner dominante, socialmente ed economicamente. E anche il fatto che il concubinato rappresentasse un vero e proprio mezzo di sostentamento per la donna non deve ingannare, perché molto spesso dietro l’apparente consensualità del rapporto c’era solo una necessità estrema, per cui queste donne erano, purtroppo, davvero disposte a tutto.

È curioso notare che in paesi come la Francia il termine concubinage corrisponda esattamente al concetto di convivenza more uxorio o unione civile, così come nella Svizzera italiana.

Il concubinato nella storia

Fin dall’antica Grecia le condizioni in caso di adulterio erano evidentemente diverse per uomini e donne: mentre le seconde potevano essere ripudiate (e l’amante ucciso), i mariti avevano la libertà di portare a casa un’etera, donne di compagnia, assimilabili alle cortigiane o alle prostitute, che intrattenevano spesso lunghe relazioni con i clienti, o una concubina, che invece era di solito una schiava, ma talvolta anche la figlia di un cittadino ridottosi in povertà.

Lo stesso modus operandi venne seguito in epoca romana, dove una cosiddetta donna di “facili costumi” che non avesse solo occasionali rapporti con il marito della matrona (un romano libero non è mai colpevole di adulterio), poteva ufficialmente convivere nella casa come concubina.

Tuttavia, il concubinato romano, apportando modifiche notevoli rispetto a quello ateniese e facendone un istituto tipico,

Il concubinato, importato con molte modifiche da Atene, diviene un istituto tipicamente romano, trovando una prima rilevanza giuridica con la Lex Iulia de adulteriis. A un certo punto della storia romana, infatti, proprio sulle concubine possono essere fatti gravare i rischi del parto, evitandoli così alle spose “ufficiali”.

Spesso erano addirittura le matrone a fornire ai propri uomini donne del genere, come nel caso della moglie di Augusto che, secondo quanto riferito da Svetonio, si occupava personalmente di scegliere le schiave o le donne non rispettabili da “offrire” al marito.

Con la condanna del concubinato da parte della nuova società cristiana, l’intervento legislativo, che intendeva agevolare la trasformazione dello stesso in matrimonio, mutando la condizione della concubina e dei figli, lo rese  un vero istituto giuridico, che trovò con Giustiniano una definizione più precisa, secondo cui doveva avere carattere rigorosamente monogamico. Nel diritto bizantino l’istituto fu abrogato dalle costituzioni di Basilio il Macedone e di Leone il Filosofo, e anche se la Chiesa lo condannò sempre, nella pratica questo resistette, tanto che furono molti anche gli ecclesiastici che intrattennero relazioni con le concubine.

In Italia il concubinato, come si legge sull’Enciclopedia Treccani, è definito come “il reato del marito che tenesse una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove“, ed era punito dall’art. 560 del Codice Penale; è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte costituzionale, con sentenza del 4 dicembre 1969.

Andando avanti con i tempi, nell’XI secolo e, in generale, in tutto il Medioevo furono soprattutto proprio gli ecclesiastici ad aggirare il vincolo del celibato tramite il ricorso alle concubine. Mentre, secoli dopo, in Europa si parlò soprattutto di “cortigiane”, per indicare le concubine dei nobili, e di “favorita“, ovvero della concubina che intrattenesse con il nobile, il cui matrimonio era il più delle volte combinato, una relazione sentimentale.

Il concubinato nella Chiesa

Come accennato poc’anzi, anche nella Chiesa quello del concubinato era un metodo assai diffuso tra i religiosi, che in questo modo potevano “beffare” l’obbligo del celibato imposto dai voti.

Ma, in generale, l’istituto creò sempre grandi problemi al mondo ecclesiastico, dato che il canone 17 del primo concilio di Toledo (anno 400, epoca in cui i concili provinciali dettavano precetti validi non solo nell’ambito geografico di pertinenza), sembrava ammettere il concubinato, permettendo di far parte della comunione dei fedeli anche a chi avesse un’unica concubina, che doveva però essere tenuta con affectio maritalis.

Nel diritto romano, all’epoca più solido di quello canonico, c’era almeno una decina di categorie di donne che non si potevano sposare, ma solo tenere come concubine, dalle “sceniche” alle “obscuro loco natae”, insomma tutte le donne del basso proletariato.
Il diritto canonico si trovava quindi in una situazione in cui non poteva qualificare come matrimonio un’unione da questo vietata, ma nemmeno scomunicare i tanti che sceglievano di convivere con una sola donna tenendola pro uxore, come moglie, e si conformavano ai precetti cristiani. Ecco il perché della soluzione proposta dal canone 17, che consentiva il concubinato nel caso di concubina unica “pro uxore habita”, insomma come una specie di antesignano dell’unione di fatto.
Le legislazioni laiche arrivarono al divieto generale di concubinato solo dopo il Concilio di Trento che si tenne fra il 1545 e il 1563.

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