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7.200 €: questo è quanto vale la vita di una donna che viene uccisa

La maggior parte delle persone non sanno, finché non si trovano nella condizione di vittime, che la loro vita e quella delle persone che amano valgono 7.200 euro (8.200 per gli orfani), da rifondere a rate, dopo anni di spese e iter burocratici

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Questo contenuto fa parte della rubrica “365 giorni Donna”

Nel 2004 la direttiva Europea CE/2004/80 ha imposto a tutti gli Stati membri di dotarsi, testualmente, di “un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime” (capo II, art. 12).

Con la premessa, espressa anch’essa testualmente a cappello della direttiva stessa, in cui si ribadisce la necessità che le vittime di reato abbiano “un indennizzo equo e adeguato per le lesioni subite, indipendentemente dal luogo della Comunità europea in cui il reato è stato commesso”.

Cosa s’intende per compenso equo e adeguato? Per lo Stato italiano gli indennizzi equi e adeguati per le vittime di reati violenti e i loro familiari sono i seguenti:

a) per il reato di omicidio, nell’importo fisso di euro 7.200, nonché, in caso di omicidio commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, nell’importo fisso di euro 8.200 esclusivamente in favore dei figli della vittima;

b) per il reato di violenza sessuale di cui all’art. 609-bis del codice penale, salvo che ricorra la circostanza attenuante della minore gravità, nell’importo fisso di euro 4.800;

c) per i reati diversi da quelli di cui alle lettere a) e b), fino a un massimo di euro 3.000 a titolo di rifusione delle spese mediche e assistenziali.

Questo come recita il Decreto 31 agosto 2017 del Ministero dell’Interno (previsto dall’articolo 11 comma 3 della legge 7 luglio 2016, n. 122).

Scandalizziamoci per le cifre, che sanno più di elemosina che di “indennizzo equo e adeguato”, ma non fermiamoci qui.

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Perché la lista delle cose per cui indignarsi e rispetto alle quali chiedere che la giustizia possa davvero essere tale riguarda almeno altri 4 punti (escludendone un quinto, fortunatamente superato, per cui tali indennizzi all’inizio erano stati concessi non a priori, ma solo a fronte del mancato superamento di una soglia di ingresso in termini di reddito annuo):

  1. L’indennizzo è erogato solo a conclusione dei tre gradi di giudizio che, in Italia, si svolgono non in mesi ma in anni. Con un esborso economico da parte della vittima – o dei familiari della stessa in caso di omicidio – sicuramente maggiore rispetto al danno indennizzato.
  2. L’indennizzo è erogato solo dopo che la vittima o i suoi familiari abbiano condotto un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno direttamente da parte dell’assassino o del reo.
    Quindi, anche qui, si chiede alle vittime di farsi carico dei costi di un’azione che, per ottenere poi l’indennizzo da parte dello Stato, deve dare esito negativo.
  3. L’indennizzo può essere erogato dallo Stato a rate.
  4. L’indennizzo è erogato solo in assenza di altri risarcimenti da parte di enti pubblici e persino privati per lo stesso fatto di reato.

La legge 122/2016, in fatto di Indennizzi alle vittime di reati violenti, resta, a oggi, una violenza a sua volta, che si esercita sulle vittime in termini di burocrazia, umiliazione e iniquità del risarcimento stesso. Tant’è vero che la maggior parte delle vittime o dei familiari di donne uccise si sono rifiutati di iniziare un iter che, oltre a essere molto più oneroso di quello che rifonde, è umiliante e toglie ulteriormente dignità alla vittima stessa.

Qualunque politico voglia oggi parlare di violenza sulle donne, femminicidio o rappresentare i diritti delle donne nelle giornate simbolo dell’8 Marzo e del 25 Novembre, non può tacere questo affronto e ha il dovere di mettere questa legge al centro della sua lotta e di una campagna di informazione.

Perché la maggior parte delle persone non sanno, finché non si trovano nella condizione di vittime, che la loro vita e quella delle persone che amano valgono 7.200 euro (8.200 per gli orfani), da rifondere a rate, dopo anni di spese e iter burocratici.

Qui a parlarcene è Gigliola Bono, la cui figlia è stata uccisa a 19 anni dall’ex fidanzato.
Questa è la sua storia:

"Il femminicidio di mia figlia": Gigliola Bono, mamma di Monia Del Pero

La sua battaglia per indennizzi realmente “equi ed adeguati” non ha nulla a che fare con benefici personali. La legge è retroattiva a decorrere dal 30 giugno 2005, ovvero dalla data entro la quale avrebbe dovuto recepirsi la direttiva 2004/80/CE. Sua figlia Monia Del Pero è stata uccisa nel 1989. La sua è una battaglia di civiltà, “per Monia e per le tante Monia là fuori”, oltre la sua.