Maternal wall bias: cos'è e perché coinvolge le mamme lavoratrici

Capire il maternal bias significa andare alla base degli ostacoli alla carriera delle donne: così la maternità o semplicemente il desiderio di maternità può penalizzare un intero genere.

Siete rientrate al lavoro dopo il congedo di maternità che vi spetta per legge, ma colleghi e capi sembrano non rispettarvi come prima. Fioccano frasi del tipo: “Ma sì, questo non devi farlo. Pensa alle cose da mamma”. Oppure vi siete appena sposate e state facendo quel colloquio di lavoro che pensate vi cambierà la vita, ma vi chiedono se avete intenzione di avere dei figli. Si tratta di situazioni che sono accadute a diverse donne, in diversi contesti lavorativi, in ogni parte del mondo. E sono espressione di quello che prende il nome di maternal wall bias.

Cos’è il Maternal wall bias: il significato

L’espressione “Materna Bias” indica il pregiudizio (bias) che viene riversato sulle donne che hanno avuto figli, che stanno per averne o che potenzialmente potrebbero averne a breve (maternal), quasi un muro (wall) per la società in ambito lavorativo. Secondo questo pregiudizio, le prestazioni sul lavoro delle madri lavoratrici non sarebbero all’altezza delle aspettative, né in linea con quelle degli uomini o delle donne che hanno scelto di non avere figli o non possono averne.

Questo si traduce spesso, come si legge su Science, in problemi di avanzamento di carriera: per i colleghi, le madri o le donne incinte sono percepite come meno competenti e meno impegnate sul lavoro, tanto da essere penalizzate nelle selezioni o nelle valutazioni su una determinata prestazione. Accade in ogni campo, ma in particolare in chi ha una carriera accademica o di ricerca nelle discipline Stem.

Gli studi sul Maternal wall bias

L’argomento non è nuovo e nel tempo si è prestato a diversi studi sociologici. Uno dei primi risale al 2007 e prende il titolo di Getting a Job: Is There a Motherhood Penalty?. È stato approntato un esperimento, in cui candidate dello stesso genere ma con status genitoriali differenti si sottoponevano a un colloquio con datori di lavoro reali. È stato fatto anche un confronto con colloqui che riguardavano candidati uomini. È emerso come le madri venissero penalizzate su alcuni parametri, tra cui la competenza percepita e lo stipendio iniziale raccomandato. Gli uomini non solo non erano penalizzati, anzi il loro essere padri li ha talvolta agevolati.

Un anno dopo, nel 2008, è uscito invece lo studio dal titolo Justifying gender discrimination in the workplace: The mediating role of motherhood myths, per cui è emerso come “i miti secondo cui il lavoro femminile minaccia i figli e la vita familiare fungano da mediatore nella relazione tra sessismo e opposizione alla carriera di una madre”. E questo accade anche in quelle nazioni in cui le politiche promuoverebbero la parità di genere. La ricerca ha coinvolto i report su larga scala dell’International Social Survey Program, che raccoglieva i dati raccolti nel 1994 e nel 2012 da 51.632 intervistati provenienti da 18 Paesi.

Una ricerca più recente, pubblicata nel 2023, si intitola invece Maternal wall biases and the maybe baby effect. Cos’è il “maybe baby effect”? È sicuramente uno degli aspetti del maternal bias: la possibilità di avere un bambino per una lavoratrice si traduce in un ostacolo per l’ottenimento di un impiego o per un avanzamento di carriera. Vi si legge: “Il maybe baby effect potrebbe rappresentare un ulteriore fattore che svantaggia le donne sul posto di lavoro, con le aspettative di un possibile bambino innescate da segnali apparentemente innocui da parte delle candidate (ad esempio, essere sposate di recente, parlare di figli)”.

La strada per azzerare il maternal bias

Contrastare il maternal wall bias significa incidere sulla società sul lungo periodo: si tratta infatti di una questione culturale, la stessa per cui, al di fuori delle cerchie lavorative, è possibile che le madri siano oggetto di biasimo perché mandano all’asilo nido i figli molto piccoli. Invece è importante che questo tipo di contesto – madri lavoratrici e figli al nido – sia sostenuto anche da famigliari e cerchie amicali.

È possibile che in futuro la situazione migliorerà, ma la strada è lunga: in tutto il mondo, anche in quei Paesi in cui non si promuove la parità di genere, le famiglie con entrambi i genitori al lavoro sono una realtà sempre più diffusa. E le nuove generazioni iniziano a percepire come il modello mostrato a figli e figlie, di una madre impegnata al tempo stesso nell’educazione della prole – in collaborazione con l’altro genitore, anche questo una necessità per il cambiamento – come un modello positivo.

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!