«Addio Wanda!». Così Montanelli, all’indomani dell’approvazione della legge Merlin che sanciva la messa al bando definitiva delle case chiuse” o, come scrisse, le «case delle Wande».

Il nome non è affatto casuale, ma è un riferimento diretto a “La Bolognese”, al secolo Wanda Senigalliesi, prostituta e maitresse la cui storia, fuori e dentro le pareti del budoir, ha accompagnato quella del Novecento.

Il giornalista Carlo Bernieri l’ha incontrata a metà degli anni ‘90, ormai senza fissa dimora, nel sottopassaggio della Stazione Centrale di Milano. A lui, ha raccontato la sua caleidoscopia biografia, il racconto di 60 anni di prostituzione, incontri, relazioni, aborti (tantissimi, almeno 30 già prima del 1964) e di un pezzo della storia italiana vista da una prospettiva inedita, quella delle case di tolleranza che tanti italiani, illustri o meno, hanno visto passare tra le loro mura. Dice Bernieri su Milano Post che le memorie dell’ultima tenutaria del bordello di Via Fiori Chiari sono

molto osée e non political correct (Wanda non era femminista, ma finì addirittura a fare la partigiana durante gli anni della guerra, a Bologna) rappresentano un caso letterario.

Rifiutate da ben 34 case editrici, boicottate, censurate, coperte da copyright per impedirne la pubblicazione, infatti, le memorie della Wanda non tacciono niente, né della vita della Bolognese, né di quelle delle persone che ha incontrato.

La sua carriera come prostituta inizia per fare un dispetto al compagno Italo Balbo, gerarca fascista di cui era diventata l’amante. Quella volta, per rabbia, diventerà la prima di tante. A introdurla al mestiere, la Venere Tascabile, per cui lavora due anni e mezzo al Casino Villa Bianca di Roma.

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A volerla sono soprattutto gerarchi fascisti, molti dei quali sadomasochisti. Parte per Tobruch (Libia) e Addis Abeba (Etiopia), al seguito dei bersaglieri. Qui, dice Affari Italiani, si sarebbe cucita la bandiera italiana nella vagina durante l’avanzata inglese.

Il rientro in patria coincide con non solo con la sua marchetta più celebre – il Duce in persona, secondo i racconti – ma con la sua ricerca da parte delle Brigate Nere e con la trasformazione in staffetta partigiana a Bologna, ma l’impegno dura poco. Scoperta la città assediata dai Tedeschi, infatti, racconta l’Enciclopedia delle Donne,

scappa in montagna per tre mesi coi partigiani che la tengono come staffetta, ma la vita è dura per la fame, la sporcizia, i pidocchi. Decide così di partire alla volta di Napoli dove erano sbarcati gli americani. Finita la guerra Wanda guadagna anche un milione e mezzo al mese ma ha il vizio del gioco, si spende tutto a Montecarlo.

Riesce comunque a sistemarsi e diventa la felice e sistemata tenutaria del casino di via dei Fiori Chiari 17 a Milano, dove passano scrittori e giornalisti che la intervistano, come Dino Buzzati, Lamberto Sechi, Enzo Biagi, Salvatore Quasimodo. I colpi di scena – nel Paese e nella sua vita – però, non sono finiti. Nel 1954 la senatrice Merlin deposita la sua proposta di legge per l’abolizione delle case chiuse. Wanda e le colleghe le provano tutte per impedire l’approvazione della legge, mettendo in campo le loro conoscenze, tra cui quell’Indro Montanelli che, dopo averle incontrate e intervistate, scrisse:

In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, La Patria e la Famiglia. La famiglia all’italiana funziona solo finché le figlie sono vergini, le lenzuola sono (in genere) pulite solo perché i maschi possono sporcare quelle dei bordelli. E con la famiglia andrebbe a gambe all’aria la Fede per la semplice ragione che non c’é Dio senza Diavolo e la prostituzione è il migliore di tutti i diavoli. E poi la Patria, l’Italia si era fatta lì, nelle case delle Wande, anticamere di ogni eroismo, nell’accogliente affetto di quelle “pensioni” peripatetiche che seguivano gli eserciti nelle avanzate e nelle ritirate, sempre pronte a offrire una consumazione gratis al ferito, al decorato, al reduce stanco. Un invisibile ma infrangibile cordone ombelicale legava per sempre Wanda al concetto stesso di Patria.

Gli sforzi non servono e la legge passa, con i no solo di monarchici e missini, quattro anni dopo. Un momento che la Wanda commentò laconicamente con un avvertimento molto poco politically correct: «ricordate che il gnao sarà la passera di domani. I omeni diventeranno tutti busoni!».

Dopo la fine della carriera come maitress, la vita di Wanda non si ferma: matrimonio, soldi, benessere. Il vizio del gioco, però, la riporta a terra e dai sedili della Porche a quelli della Punto, che per un po’ diventa la sua casa. Senza dimora, senza soldi, soffre la fame e il freddo – oltre a diverse malattie come infezioni, anemia, sifilide e sieropositività – tra gli sguardi di biasimo dei passanti e dei viaggiatori della stazione di Milano. Così la incontra Busoni e raccoglie la sua storia, ma lei fa perdere le sue tracce. Ora, più che centenaria, secondo le ultime notizie vive in Uruguay, ricoverata in una casa di cura a Montevideo.

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