Maschio o femmina. Fin da bambini ci insegnano che le possibilità sono solo due, e che tutte le altre strade adiacenti o nel mezzo non siano percorribili. La dicotomia si innesta, così, dentro di noi, plasmando pensieri, attitudini e comportamenti, e provocandoci dolore nel caso in cui non ci sentissimo adeguati nel riconoscerci in uno dei due poli posti alle estremità della bipartizione.

Come sappiamo, però, la realtà è molto più complessa e stratificata di quanto ci sia stato inculcato a livello culturale e societario. Soprattutto per quanto riguarda l’identità di genere, figlia della percezione – assolutamente personale e unica – che ciascuna persona ha di se stessa.

In questo senso, trovano ancora difficoltà a essere pienamente compresi gli individui intergender, così definiti perché non si posizionano né in un genere né in un altro, esulando, dunque, dal binarismo tradizionale. Spesso, poi, l’identità intergender viene anche confusa con l’intersessualità, la quale, tuttavia, afferisce a un ambito diverso e concerne, nello specifico, delle determinate variazioni fisiche riguardanti i caratteri sessuali primari e secondari.

Quali sono le specificità e le differenze? Scopriamole.

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Intergender: che cosa significa?

Come accennato, la parola intergender si riferisce a tutte le persone che si percepiscono in un modo diverso rispetto alle etichette secolarmente diffuse a proposito delle identità di genere. Lo spiega anche la sua etimologia, composta dall’unione tra “inter”, ossia “tra”, e “gender”, “genere”. L’individuo intergender, infatti, si colloca “tra” le due identità di genere considerate cardinali, non identificandosi in nessuna di esse.

A parlarne per prima fu, negli anni ‘90, Donna Lynn Matthews che, in un gruppo di discussione creato su Internet, coniò il termine e lo definì nel modo seguente nel suo statuto:

Gli individui intergender non si identificano come uomini o donne, ma da qualche parte nel mezzo, come un mix di qualità maschili e femminili, […] ponendosi così completamente al di fuori dello spettro di genere. Sono entrambi e nessuno dei due allo stesso tempo. […] Non ci interessa passare per donne o uomini, non vogliamo altro che essere semplicemente ciò che siamo, senza dover scegliere tra due estremi.

Intergender e intersessualità

Non tutti, però, sono d’accordo con la definizione di Matthews. Ne è un esempio l’utente di Tumblr Aeshling, che nel 2014 ha dichiarato che l’espressione dovesse riferirsi solo alle persone intersessuali.

Ma chi sono queste ultime? Vi è una differenza che merita di essere colta. Con il concetto di intersessualità, infatti, ci si riferisce a individui che presentano variazioni fisiche che possono riguardare sia gli aspetti sessuali del proprio corpo (cromosomi, ormoni, genitali, marker genetici, gonadi, organi riproduttivi), sia i caratteri sessuali secondari (come il seno, la barba e la peluria).

Anche l’intersessualità, quindi, crea una alterazione significativa delle caratteristiche del sesso – inteso in senso stretto –, scardinando le nozioni abituali e valicando la dicotomia tradizionale tra maschio e femmina. Ma l’intersessualità, a differenza dell’intergenderismo, non è un’identità di genere, ed è proprio qui che i due concetti si allontanano e divergono. Dal momento che, appunto, il “genere” indica la percezione che ciascuno ha di sé, e non la mera anatomia, anche le persone intersessuali possono essere cisgender, transgender, agender, non binarie, genderqueer o gender fluid.

Identità e caratteristiche fenotipiche, dunque, non devono e non possono essere sovrapposte.

La bandiera intergender

Bandiera intergender
Fonte: Wikipedia

A esplicare la varietà e l’assenza di un collocamento netto e preciso all’interno del binarismo di genere vi è anche la bandiera intergender.

Osservandola, infatti, si possono notare sette righe orizzontali delle medesime dimensioni, accostate l’una all’altra a significare la sfumatura delle possibilità identitarie. In alto vi è la riga rosa, associata tradizionalmente al genere femminile, cui segue la riga bianca, simbolo del genere neutro.

A essa si affianca, poi, la striscia di colore viola, utilizzata nella comunità LGBTQI+ come emblema dell’unione tra genere femminile e genere maschile. Successivamente, compare la riga più importante, ossia quella grigia, simbolo del non binarismo e rappresentazione di tutti coloro che non rientrano nella dicotomia “consueta” tra maschile e femminile.

Seguono, di nuovo, le strisce viola e bianca, ai cui piedi è posta la riga azzurra, tradizionalmente associata al genere maschile.

Anche a livello cromatico, quindi, le persone intergender possono trovare la loro piena autenticazione e raffigurazione. Un primo passo per far sì che tutta la società possa rispettarne l’identità e comprenderne le caratteristiche specifiche. Senza fare più confusione.

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