E se la giustizia riparativa fosse ciò che serve ai rei, ma anche le vittime?

Tra i programmi dell'attuale ministra della giustizia c'è di rendere la giustizia riparativa utilizzabile in procedimenti penali di ogni ordine e grado. Di cosa si tratta e in che modo questo modello potrebbe ridefinire la cultura della pena?

Nel nostro codice penale è a malapena riconosciuta e presa in considerazione solo per reati minori; tuttavia, la Commissione che si occupa della riforma del processo penale sta lavorando per renderla accessibile a tutti.

Ma cosa accadrebbe se rivoluzionassimo il nostro sistema giudiziario con l’introduzione della giustizia riparativa, ossia con il modello che punta a ricucire gli strappi con l’intervento di un mediatore?

Cos’è la giustizia riparativa?

La prima cosa che è necessario specificare sulla giustizia riparativa è che si tratta di un paradigma giuridico che pone al centro dell’attenzione non il colpevole, come tradizionalmente avviene, ma la relazione tra vittima e carnefice. Nel concreto, si tratta di un tentativo di riconciliazione, parallelo al processo, tra gli attori di un reato in cui non interviene direttamente lo Stato, ma solo un mediatore imparziale.

Il modello di giustizia riparativa trova la sua origine in Nord America, intorno agli anni Settanta. Mark Yantzi e Dean E. Peachy, due educatori di Kitchener, proposero a un giudice, che aveva condannato due ragazzini per aver danneggiato alcune abitazioni della cittadina, di sostituire la pena tradizionale con un programma di incontri tra i due giovani e le famiglie che avevano danneggiato.

Una direttiva del Parlamento europeo definisce questo modello come «qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale». Importante, dunque, la reciproca volontà di partecipare attivamente al processo.

Si tratta, dunque, di ridefinire la cultura della pena; intendendola non più come limitata all’istituto carcerario, ma come qualcosa da espiare all’interno della società. Gli istituti preposti all’esecuzione penale esterna, in questo modo, potrebbero lavorare per la risocializzazione di chi ha commesso reati.

Esempi di giustizia riparativa

In Italia, la giustizia riparativa è diffusa prevalentemente nel settore minorile. Tuttavia, l’attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia, punta a rendere i programmi di giustizia riparativa utilizzabili in ogni grado dei procedimenti penali. Nonostante ci si trovi ancora a una fase embrionale di questo progetto, sono già stati diversi gli esperimenti realizzati.

Il primo a fondare un ufficio di mediazione penale fu, agli inizi degli anni Novanta, il magistrato Marco Bouchard, che raggiunto da Huffington Post ha raccontato:

Era un modello fatto esclusivamente per la giustizia minorile. Con il passare del tempo abbiamo realizzato quanto potesse essere complicato esportarla al mondo degli adulti. In Italia manca un sistema di assistenza diffuso nei confronti di chi ha subìto un reato.

Il programma Prison Fellowship, per esempio, ha offerto la possibilità ad Alessandro Crisafulli, e ad altri ergastolani, di incontrare le famiglie delle sue vittime. Raggiunto anche lui da Huffpost, ha dichiarato:

Abbiamo avuto una serie di confronti. Inizialmente è stato molto difficile. Poi il tutto si è concluso con la nascita di un’amicizia. Con un abbraccio. Per i familiari delle vittime è molto più difficile. Loro sono stati coraggiosi. Sa cos’è per me la giustizia riparativa? È creare un ponte, non tanto per te ma per gli altri.

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Un altra esperienza molto significativa in questo senso è raccontata nel saggio Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, edito da Il Saggiatore, in cui vengono riportati gli incontri tra i responsabili degli attacchi armati degli anni di piombo e i familiari delle vittime. Un progetto nato dall’esigenza di dimostrare che l’incontro può sanare molte più ferite della semplice applicazione di una pena.

Il libro dell'incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto

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Resoconto finale del percorso intrapreso da ex appartenenti alla lotta armata degli anni Settanta e dai familiari delle vittime. Una testimonianza di incontro, crescita e giustizia riparativa.
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Vantaggi e limiti della giustizia riparativa

Un provvedimento del genere porta con se molteplici vantaggi. Giova, sicuramente, al reo che ha la possibilità di ricostruire attivamente la ‘frattura sociale‘ da lui provocata; ma anche alla vittima che non è costretta a vivere passivamente il processo, ma è messa nella condizione di chiarire le proprie sensazioni e i propri bisogni. Inoltre, come già dimostrato dai provvedimenti di giustizia minorile, questo tipo di mediazione può avere come effetto positivo quello di sveltire le pratiche, soprattutto per i reati procedibili d’ufficio.

Tuttavia, bisogna specificare che, soprattutto nel nostro paese, la figura del mediatore non è ancora arrivata a un alto livello di professionalizzazione; cosa che sarebbe necessaria per una corretta diffusione dei programmi di riparazione. In caso contrario, si rischia che il processo di mediazione tra le parti diventi una manipolazione.

L’introduzione della giustizia riparativa in tutti gli ordini processuali, infatti, necessiterebbe di una rivoluzione di mentalità; un passaggio da una concezione autoritaria e verticale della giustizia a una orizzontale e comunitaria.

Nel corso del percorso di inserimento di questo modello nel nostro sistema giudiziario si corrono diversi rischi. In primo luogo si rischia di far diventare questo momento di riparazione un’imitazione di un processo ordinario, con il mediatore che svolge il ruolo di negoziatore di interessi; in secondo luogo le vittime potrebbero attribuire alla mediazione un valore sì positivo, ma limitato e minore rispetto alla giustizia ordinaria.

Rimangono, però, evidenti le enormi potenzialità di un simile percorso. La giustizia riparativa pone lo sguardo al futuro; offre la possibilità al reo di comprendere le proprie mancanze, offrendogli gli strumenti per un impegno attivo nell’ottenimento del perdono. Questo deve avvenire, è necessario specificarlo, senza deresponsabilizzare il colpevole, sminuendo l’offeso.

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Articolo originale pubblicato il 24 Maggio 2021

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