Omoiyari, perché ora più che mai abbiamo bisogno di questo concetto giapponese

Altruismo, empatia, simpatia e comportamento prosociale. In una sola parola "omoiyari", l'arte giapponese di prendersi cura degli altri, in modo attivo e disinteressato. Scopriamo meglio di cosa si tratta e perché, tutti quanti, dovremmo imparare a farlo.

Anche se in modo diverso, gli avvenimenti degli ultimi tempi hanno toccato tutti quanti, mostrando al Mondo quanto l’unione, la comprensione del prossimo, la gentilezza, la compassione e il rispetto siano valori fondamentali per poter andare avanti e superare anche le situazioni più dure. Concetti che possono essere raggruppati e uniti sotto in un’unica parola giapponese, “omoiyari“.

Un concetto cardine alla base della cultura nipponica e che si manifesta in ogni ambito della vita dei giapponesi (ma non solo).

Ma cosa indica questo idioma? Provando a cercare il significato di questa parola si potrebbe facilmente (ed erroneamente) arrivare alla conclusione che “omoiyari”, sia il corrispettivo italiano di empatia e/o simpatia. Ovvero la capacità di comprendere, di mettersi nei panni, nella situazione o nello stato d’animo di un’altra persona.

Una comprensione cosciente di ciò che sta avvenendo, più a un livello cognitivo che emozionale. Ed è proprio questa la sostanziale differenza tra questi concetti.

Cos’è l’omoiyari?

Il termine giapponese omoiyari, infatti, va oltre, indicando la sensibilità di un individuo a immaginare e comprendere i sentimenti e ciò che sta vivendo qualcun altro (senza necessariamente averlo provato in prima persona) e comportandosi di conseguenza. Prendendosi cura degli altri, cercando di capire chi si ha di fronte e agendo in tal senso.

La parola omoiyari è composta da due termini distinti omoi e yari. Il primo, omoi, rimanda a un altro concetto, il pensiero. Verso gli altri, le loro emozioni o sensazioni, verso i loro pensieri, ricordi o desideri. Un pensiero inteso come prendersi cura di tutti questi aspetti, ma anche e soprattutto di sé.

Come spiega la scrittrice Erin Niimi Longhurst nel suo libro “Omoiyari – L’arte giapponese di vivere in armonia con gli altri” per potersi occupare degli altri è importante sapersi prendere cura di se stessi. Diventando consapevoli di ciò che si è e dell’ambiente che ci circonda.

Con yari, invece, si intende il fare, l’azione, inviare qualcosa a qualcuno.

Omoiyari. L'arte giapponese di vivere in armonia con gli altri

Omoiyari. L'arte giapponese di vivere in armonia con gli altri

Cos'è l'omoiyari? Perché è importante scoprire e riportare dentro di sè sentimenti come l'empatia, la compassione e l'altruismo? Prova a spiegarcelo Erin Niimi Longhurst, in un libro che evidenzia l'importanza di intraprendere un percorso di crescita personale per il bene proprio e comune. In perfetto stile omoiyari. Un modo di vivere che può fare la differenza per un mondo più unito e gentile.
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Un concetto attivo, quindi, una comprensione intuitiva che non si limita solo all’intenzione del fare ma che si traduce anche in azioni concrete volte al benessere del prossimo, e di cui, oggi più che mai, avremmo tutti bisogno.

Si potrebbe quasi dire che è per l’omoiyari che il mondo intero si è fermato, per prendersi cura reciprocamente, contro un nemico invisibile ma concreto. Ed è ancora con l’omoiyari che si dovrebbe ripartire e proseguire, con un’attenzione partecipe e attiva verso il prossimo.

Con gentilezza, comprensione reciproca e con compassione disinteressata, per il bene comune. Dove ognuno, in un certo senso, si sente responsabile del benessere di qualcun altro.

Storia e origini dell’omoiyari

La capacità e la volontà di “sentire” le gioie e i dolori degli altri mentre li si aiuta a soddisfare i propri desideri, identificandosi emotivamente con una persona o una cosa.

Come nell’Yuimaru, altro termine giapponese legato in particolare all’isola di Okinawa che rimanda alla “cerchia di rifermento” e che tra le altre, indica la prontezza all’aiuto reciproco, in modo discreto e delicato.

Un modo di vivere, di recepire il prossimo e di pensare che viene “insegnato” e promosso come modello educativo nelle scuole, come principio guida e valore culturale per interagire e comunicare con gli altri.

Ma da dove arriva questo termine? Seppur non si possa attribuire un’origine certa a questa parola/concetto, poiché parte dell’indole dell’animo umano, la sua prima vera comparsa riconosciuta si ebbe intorno al 1978.

L’episodio è collegabile a Shin Kanemaru, direttore generale dell’Agenzia per la difesa giapponese. Spiegando la decisione del governo giapponese di aiutare e condividere le spese sostenute dalle basi americane in Giappone, il direttore lo definì come un sostegno dato per “simpatia” (Omoiyari Yosan significa appunto “budget di simpatia”).

Un sostegno che, nonostante l’accordo del 1960 (SOFA) sullo stato delle forze armate americane in Giappone, fosse limitato alla fornitura di “strutture e aree”, divenne molto più ampio per scelta e volontà.

Un passo concreto (e forse anche l’unico possibile) verso il superamento dell’individualità e verso l’abbattimento della paura, dell’intolleranza, dei conflitti e della xenofobia (ovvero l’avversione che si prova verso gli stranieri e tutto ciò che proviene dall’estero), e che oggi risulta quanto mai indispensabile per superare la grande quantità di preconcetti, odio e noncuranza verso ciò che appare diverso, che non si capisce o che fa paura.

Principi e precetti

Alla base dell’omoiyari, infatti, si possono individuare quattro punti cardine fondamentali: l’altruismo (intorno al quale girano tutti gli altri) l’empatia, la simpatia e il comportamento prosociale (la propensione all’aiuto degli altri senza ricerca di una ricompensa).

Il significato che viene attribuito al concetto di altruismo, quando si parla di omoiyari, si può dividere in:

  • dare/darsi e donare/donarsi con il desiderio vero di farlo;
  • comprendere in modo empatico chi si ha davanti;
  • non avere nessun secondo fine o pretesa di ricompensa.

Ed è su questa serie di principi che si fondano gli atri punti cardine.

Con empatia, infatti, si intende il sentirsi vicino a un’altra persona, comprendendone gli stati d’animo, le emozioni e le sensazioni. Immaginandole e facendole proprie. O più semplicemente la capacità di mettersi nei panni dell’altro.

La simpatia, invece, riguarda ciò che si prova e l’inclinazione che si ha per un’altra persona. La considerazione, preoccupazione, cura o compassione che si sente, positivamente, per l’altro.

Mentre con comportamento prosociale, ci si riferisce alla propensione ad agire a beneficio di un altro individuo o gruppi di persone, con azioni volontarie. Mai in seguito a una richiesta o una minaccia ma quasi (e spesso) anticipando le necessità o i desideri di chi si ha vicino.

Altri principi

Ma non solo. Come visto all’inizio il termine “omoi” richiama il pensiero e il prendersi cura, anche di se stessi. Questo si manifesta anche sullo sviluppo e il miglioramento della conoscenza di sé, della propria consapevolezza riguardo ai bisogni, alle emozioni che si provano e al come si vive. Aspetti che si traducono in altri concetti alla base della cultura giapponese come:

  • vedere la bellezza delle piccole cose;
  • evitare gli sprechi;
  • pulire e organizzare gli spazi;
    ecc.

Un modo di valorizzarsi e prendersi cura di sé a 360°. E che poi si trasmette anche a tutto ciò che si ha intorno, cose, luoghi e persone. In ogni comportamento della vita quotidiana.

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Esempi di omoiyari

Non è un caso, infatti, vedere i giapponesi al ristorante riordinare il tavolo dove si è appena consumato o ancora riassettare la propria stanza d’albergo prima di lasciarla o rispettare il senso di salita o discesa di una scala (banale? Guardando le scale nelle nostre metropolitane forse no).

Ma anche proteggere dalla pioggia, con una doppia busta, gli acquisti che avete appena fatto o creare confezioni confortevoli e belle da vedere solo per donare gioia a chi le riceve.

Eclatante, poi (ovviamente per il mondo occidentale abituato a tutt’altro), fu anche l’episodio avvenuto durante i mondiali in Russia nel 2018, quando al termine di una partita di calcio i tifosi giapponesi (e senegalesi) ripulirono la loro tribuna da tutti i rifiuti. Un esempio di rispetto totale del luogo stesso e delle persone, presenti o che sarebbero arrivare dopo. Compresi gli addetti alle pulizie.

Piccoli accorgimenti per migliorare la vita degli altri. E tutti atteggiamenti insiti nella filosofia di vita e nel concetto di omoiyari.

Un mood basato sulla considerazione reciproca e sulla sua manifestazione concreta. Una partecipazione attiva e costante alla ricerca del benessere generale, per sé e per gli altri, senza alcuna distinzione o discriminazione. E senza pretesa alcuna.

Unicamente come atto di amore incondizionato capace di oscurare l’egocentrismo che troppo spesso fa parte del proprio modo di vivere (quante volte si pensa “prima vengo io”) in favore di ciò che accade e che vivono le persone intorno a noi.

Per questo, in un periodo storico in cui sembra prevalere la paura verso ciò che non si conosce (si tratti di un virus o molto più semplicemente di una persona diversa da noi) comprendere e avvicinarsi al concetto di omoiyari diventa l’unica soluzione possibile per aprirsi a un futuro migliore.

Un futuro in cui ogni azione svolta e ogni decisione presa o esercitata, sia davvero rivolta al benessere totale, senza pregiudizi, limitazioni o esclusioni. Ma solo nel rispetto dell’essere umano e dei luoghi in cui viviamo.

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Articolo originale pubblicato il 19 Marzo 2021

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