"Se hai un problema con l'asterisco hai un problema ad accettare le persone"

Asterischi: ne abbiamo davvero bisogno? Sì. Quando la sostanza viene prima della forma.

Ogni volta che qualcun* si lamenta per l’utilizzo di uno stratagemma linguistico, che ha come unico scopo quello di rendere il proprio discorso più inclusivo, una fatina che combatte le discriminazioni muore e non c’è battito di mani che tenga, solo un grande giramento di palle, scegliete voi quali.

Vero è che spesso chi si lamenta degli asterischi (e altre forme inclusive) sono le stesse persone che non utilizzano il femminile, ad esempio, quando devono parlare di lavoro e figure professionali, nascondendosi dietro pietosissime frasi come “ma a me MINISTRA ricorda MINESTRA”. “ma ARCHITETTA mi ricorda la TETTA” (tutte affermazioni da terza elementare con annesse risatine della classe) e altre scuse indecenti come “è cacofonico”, come se la parola stessa non lo fosse, eppure l’hanno appena usata.

Sono le stesse persone che fanno dell’ironia spicciola sull’inserimento di nuove lettere nell’acronimo LGBTQIA+ e che con argomentazioni fantoccio oscurano, o cercano di farlo, il bisogno di rappresentazione e rappresentanza di queste persone.

Il punto della questione è che chi pensa che tutta questa storia sia un capriccio, un vezzo, la solita lamentela di chi deve per forza inventarsene una nuova, la solita storia del politicamente corretto, non ha colto l’importanza del discorso, palesemente, e semplicemente pensa che mantenere la lingua così come la conosciamo sia più importante delle persone, che invece chiedono a gran voce di potersi sentire rappresentate ANCHE da un linguaggio condiviso più inclusivo.

Volete complicare l’italiano, lo volete complicare inutilmente, dicono, ma vi svelerò due segreti: ci sono cose nella vita che sono complesse (come la questione del genere) e che non si possono semplificare con un bianco/nero, sì/no e soprattutto tutto questo non è inutile: serve per capire quanto ancora ci sia da fare per scardinare meccanismi tossici che rendono invisibile parte della popolazione.

Ho ricevuto molte lamentele per la quantità di asterischi presenti in quello che scrivo e spesso sono lamentele che nascono da persone che non vogliono ascoltare quello che ho da dire, che si avvalgono dell’analfabetismo funzionale non provando nemmeno lontanamente a capire quello che sto dicendo e che quindi si fermano alla superficie, alla forma, attaccandomi, insultandomi, deridendo me e il mio lavoro.

Vorrei invitare queste persone a riflettere su quanto sia poco sensato perdere tempo a leggere quello che ha da dire una persona trans, orgogliosamente trans, su discriminazioni sistemiche e categorie marginalizzare, al solo scopo di insultarla perché fornisce un punto di vista diverso dal solito.

Mi sembra quindi arrivato il momento di spiegare perché scrivo così.

Utilizzo un linguaggio che risulta più inclusivo perché non trovo giusto utilizzare il maschile assoluto e generalizzato, quello che fa sì che rivolgendosi a una molteplicità di persone prevalga il genere maschile, anche se in svantaggio numerico, anche se di maschio ce n’è uno solo, quello che fa sì che quando parliamo in maniera generica, parliamo come se il mondo intero fosse composto esclusivamente da uomini, eppure sono anche in svantaggio numerico se contiamo tutte le persone nel mondo.

Non utilizzo il maschile assoluto, non solo perché il mondo non è popolato solo da uomini e il nostro linguaggio deve rispecchiare questa condizione, ma anche perché da persona marginalizzata quale sono, so bene quanto sia necessario sentirsi rappresentatx (avete visto? Niente asterisco, ho messo una bella x) e questo passa anche, e forse, soprattutto dal linguaggio.

Una visione binaria che prevede solo due generi e che, tra l’altro, ne vede uno come prevaricante, non tiene in considerazione tutte quelle persone che in questo binarismo non si rivedono e che invece hanno diritto di sentirsi rappresentate anche con l’utilizzo di un linguaggio non binario.

Quello che sto dicendo è che coloro che pensano che utilizzare queste soluzioni e adottare un linguaggio più inclusivo sia solo una buffonata, stanno anteponendo questioni grammaticali e di pura forma ai desideri e alle sofferenze di persone, che sono escluse da un mondo che non si è mai preso il disturbo di pensare a un lessico adatto a loro. Questione di priorità, direbbero certe persone, questione di stronzaggine, direi io.

Ma torniamo a noi e parliamo di grammatica, la grammatica pura e con la G maiuscola che tanto spesso viene invocata e issata, come il forcone della folla inferocita contro il mostro di Frankenstein. Quest_ purist_ della lingua (avete visto? Nemmeno questi sono asterischi) invocano quello che è il sacrosanto (dicono) diritto di usare la lingua così com’è, senza modifiche strane, poi però utilizzano termini come selfie, matchare, svapare, twittare, taggare, linkare e il peggiore di tutti: apericena.

Questi sono termini che non esistevano e che sono nati con l’esigenza di avere parole che colmassero una lacuna linguistica, lo stesso che si tenta di fare con l’asterisco e colleghi: colmare la lacuna linguistica causata dall’assenza del genere neutro, che in italiano non esista, ma che ad esempio esiste in inglese, e indovinate? Esatto, lì nessunə (sono brava, vero? Manco questo è un asterisco) si lamenta del linguaggio non inclusivo.

Ah, ma adesso lo so che avrete da ribattere con la solita storia trita e ritrita “ma quando parli come li pronunci tutti quei segni assurdi?” e la risposta in realtà la trovate proprio nei miei articoli, io parlo di persone, parlo con persone e parlo a persone e questo ci rende tuttu (lo so, lo so, inutile che poi mi dite che con la U sembra tutto sardo, ma tant’è, si usa anche questo) uguali e se proprio dovrò coniugare la parola allora la coniugherò in tutti i modi, dirò ad esempio “idraulico, idraulica, idraulicu”, preferendo tra le opzioni che abbiamo visto fino a ora, quella che a livello di fonetica risulta più semplice, dall’escamotage della U alla schwa, dall’asterisco a perifrasi inclusive (per esempio “tutte le persone” piuttosto che “tutti”).

Cos’è lo schwa, come si pronuncia e perché è il simbolo del linguaggio inclusivo

Dunque se siete riuscit@ (continuo a stupirvi con mirabolanti effetti speciali, ammettetelo) a leggere l’articolo fino a questo punto e non avete iniziato a presentare strani sintomi da allergia da inclusività e rispetto per i diritti di tutte le persone, allora c’è una buona possibilità che in un futuro, spero non troppo lontano, inizierete a considerare l’utilizzo di queste soluzioni linguistiche che permettono alla società di fare un passo verso un’evoluzione empatica nei confronti delle categorie marginalizzate, evitando un lessico sessista e aiutando ad abbattere stereotipi di genere.

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