Le lotte di Eddi Marcucci, "socialmente pericolosa" per lo Stato - INTERVISTA

C’è il timore (e il sentore) che il caso Marcucci sia un monito: le attività politiche che non piacciono alle istituzioni (leggi la dissidenza a sinistra) possono essere considerate “pericolose” in modo totalmente fazioso e arbitrario. Con tutto ciò che ne consegue.

Il 22 dicembre del 2020 è stata confermata in appello la sorveglianza speciale a Maria Edgarda Marcucci, Eddi per amic* e compagn*; ha combattuto in Siria contro l’Isis nelle Unità di difesa delle donne o Ypj, e, per questo, fino a marzo 2022, non potrà partecipare a manifestazioni, rincasare dopo le 21, uscire prima delle 7, o entrare in un locale pubblico dopo le 18. Tra le altre cose.

Eddi è stata dichiarata dalla procura di Torino un individuo “socialmente pericoloso”, non solo per le sue attività in Siria, ma anche per alcune manifestazioni No Tav, antifa o contro la vendita di armi alla Turchia nel nostro paese. “Violenze” secondo i giudizi, riscontrabili nel suo “passo marziale” in un video (in cui letteralmente cammina e basta) o in discussioni riguardo una multa sul treno. “Episodi spia della sua personalità”, si legge sulle carte.

Peccato che arruolarsi in un esercito straniero non sia vietato dalla legge italiana, tranne che, ovviamente, se si combatte in un’organizzazione terroristica. Non sicuramente contro di essa.

La situazione in Siria

Il Rojava è una regione autonoma del Kurdistan siriano: dopo la cacciata dell’esercito ufficiale dal Nordest del Paese, nel 2012, il movimento rivoluzionario ha stabilito un governo autonomo basato sui principi di orizzontalità, libertà di culto e uguaglianza di genere. Un esperimento unico nel suo genere, coraggiosissimo se pensiamo l’eccezionalità del luogo, in lotta continua contro un nemico come lo Stato Islamico che, come affermato dalle stesse Ypj “è la manifestazione più estrema del patriarcato”.

Nel 2013 e 2014 il Rojava è stato attaccato dai miliziani dello stato islamico, ma la resistenza delle milizie YPG e YPJ ha annientato l’Isis collaborando con la coalizione internazionale (guidata dagli Usa ma ne hanno fatto parte molti altri, Italia compresa).

Solo che l’esperimento del Rojava è pericoloso per il mondo intero: un’organizzazione della società che garantisce potere al popolo e alle donne, o la partecipazione trasversale alle decisioni della comunità, è uno stato che minaccia lo status quo globale, il potere dell’occidente maschio, bianco e ricco, e del resto del mondo che con quel potere fa affari zuppi di sangue.

Nel gennaio 2018 la Turchia, (riciclando tra le sue fila bande jihaadiste), la Nato e la Russia ha occupato il cantone di Afrin. Nell’ottobre 2019, Trump ha tradito il popolo curdo ritirando le truppe americane posizionate in Siria, permettendo all’esercito turco e alleati di attaccare gli ultimi 2 cantoni che formano il Rojava, provocando migliaia di morti e feriti e decine di migliaia di profughi; Turchia e Russia si sono spartite il territorio a nord della Siria. Molti miliziani dell’Isis sono fuggiti dalla custodia delle Forze Democratiche Siriane.

Secondo l’Osservatorio diritti si parla di 1.100 chilometri invasi e 88 villaggi occupati, 810 scuole chiuse e un regime di terrore in cui le donne sono estremamente vulnerabili: secondo Lana Hussein delle Ypj, solo ad Afrin 40 donne hanno perso la vita, 100 sono state ferite e 60 stuprate dai soldati “ufficiali”. E questi dati risalgono a Febbraio.

L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est è comunque ancora oggi un laboratorio di autogoverno democratico; e Ypj e Ypg non hanno smesso di combattere.

Eddi, l’intervista

Anche le idee di Eddi sono considerate pericolose. Dai magistrati italiani.

C’è il timore (e il sentore) che il caso Marcucci sia un monito: le attività politiche che non piacciono alle istituzioni (leggi la dissidenza a sinistra) possono essere considerate “pericolose” in modo totalmente fazioso e arbitrario. Con tutto ciò che ne consegue.

Perdere la libertà personale potrebbe essere un attimo. Vedi anche le storie di Nicoletta Dosio e Dana Lauriola.

Ho avuto il privilegio di poter chiacchierare con Eddi Marcucci per ore, ore che veramente sono passate senza rendermene nemmeno conto. Era un martedì mattina un po’ lento e avevamo casualmente entrambe i muratori nelle case affianco alle nostre e la linea traballante. Queste sono alcune delle domande che le ho fatto. Mi perdonerete se ho tenuto qualcosa soltanto per me.

Qual è la situazione attuale del Kurdistan?

Al momento in Kurdistan c’è un governo ad interim, basato sull’accordo che Turchia e Russia hanno stretto a Sochi il 22 ottobre ‘19. L’accordo prevedeva il ritiro delle SDF (forze di difesa siriane) e pattugliamenti congiunti tra Turchia e Russia nella cosiddetta ‘area cuscinetto’, con le forze russe e il SAA (Syrian Arab Army, regime) come garanti della sicurezza lungo il confine.

L’area occupata si estende da ovest di Tel Abyad a est di Sere Kaniye lungo il confine turco, giù fino all’autostrada M4, per un’area di circa 5000 km2. La Turchia controlla il territorio principalmente con le truppe dell’SNA (Syrian National Army), un mix di jihaadisti formatosi nel 2017, le cui fila ultimamente si sono riempite anche di miliziani dell’Isis che sono riusciti a scappare grazie ai bombardamenti del 2019.

L’M4 secondo gli accordi era sotto il controllo di Russi e SAA, ma qualche mese fa l’SNA ha dichiarato l’inizio di un’offensiva per occuparla e tagliare fuori dal resto della Siria l’Amministrazione Autonoma del Nord Est. Gli statunitensi si sono ritirati nella zona di Deir ez-Zor a protezione dei pozzi petroliferi, le postazioni e le basi lasciate vuote sono state occupate dai russi.

Tutto questo ha approfondito la crisi umanitaria, rigettando nel conflitto anche quei territori in cui si era avviata la ricostruzione. Con l’occupazione di Sere Kanye, la Turchia ha acquisito il controllo dell’impianto idrico di Alok, che rifornisce gli acquedotti di Hasake e Til Temir. Da Alok dipende anche l’acqua potabile destinata ad alcuni tra i vari campi umanitari presenti nei territori dell’Amministrazione Autonoma, che si trovano proprio in quella zona. Ci sono più di 440.000 ettari di terreno agricolo nelle aree colpite dal conflitto, ai quali nessuno può avere accesso, il che comporterà una perdita ulteriore rispetto alle risorse alimentari.

Senza quei raccolti, verranno a mancare tonnellate di grano in tutta la Siria; la maggior parte della fornitura di tutto il Paese proviene proprio dai territori del NordEst. In generale quel che succede in Rojava va letto alla luce di quel che succede in tutto il Kurdistan, non a caso la Turchia quando non attacca in Rojava attacca in Bashur, come in questi giorni. Erdogan vuole spingersi fino all’antico confine dell’impero Ottomano, e per farlo sta giocando su molti tavoli, ma per quanto l’Italia e l’UE siano disposte a pagare il prezzo di milioni di vite umane pur di mantenere i propri commerci e garantire la chiusura della fortezza Europa (della quale la Turchia è storicamente uno dei cani da guardia), in patria il Sultano gode di sempre meno consensi e più il suo potere scivola più il suo dominio si fa feroce, anche la fuoriuscita dalla convenzione di Istanbul va letta in questo quadro.

10 anni di Convenzione di Istanbul: le donne muoiono come mosche

Chi è Eddi Marcucci? E chi era prima che iniziassimo a conoscerla tutt*?

Su chi ero posso dire che sono stata molte persone, come chiunque, credo. Sono nata a Roma, e ho avuto la fortuna di crescere romanista e antifascista. Vivevo con mia madre a Testaccio, ma vengo da una famiglia super allargata, tra parentele sanguigne e non.

Appena finita la scuola mi sono trasferita a Torino per fare l’università, con una borsa di studio. Vicende personali mi avevano resa sensibile a tematiche sulla giustizia ambientale, e sapevo di voler andare vicino al movimento No TAV che mi interessava conoscere meglio. Gli anni in cui ho frequentato l’università corrispondono a quelli in cui diversi governi in Italia hanno tagliato fondi per il diritto allo studio. Questi fattori hanno giocato un ruolo fondamentale rispetto al modo in cui ho cominciato a fare politica, cercavo un modo per agire su aspetti della mia vita di fronte ai quali da sola ero impotente. Non volevo più solo subire le circostanze, ma giocare un ruolo nel determinarle.

Come sei finita a combattere in Rojava?

Sono andata in Rojava con una delegazione civile per il sito infoaut.org. Volevamo fare un reportage e portare solidarietà attiva, raccontare quella rivoluzione dal punto di vista di chi come noi la sostiene e si sente partecipe dei suoi valori e metodi. Idealmente dico che il mio aereo è partito dalla Val di Susa, perché è lì che ho fatto esperienza di come cambia una comunità, di come si cresce insieme, di quanto si può ottenere se ci si organizza per un fine comune e di quanto una comunità che lotta sia una comunità migliore in cui vivere, con legami di solidarietà profondissimi a prescindere dalle simpatie personali.

Il Confederalismo Democratico è un sistema politico che mette al centro tutto quello per cui lottiamo anche qui, l’autodeterminazione delle donne, delle persone giovani, delle comunità e dei territori, la sostenibilità, la giustizia sociale (che per me vuol dire anche antifascismo), la ricchezza delle differenze. È una scuola per chiunque nel mondo creda che l’era del capitalismo patriarcale e degli stati nazione debba finire.

Cosa porti a casa dal Rojava?

Difficile riassumere cosa mi porto dietro di quest’esperienza, spero tutto! Parlando seriamente potrei riassumere dicendo che è stato un bel bagno d’umiltà, non ci rendiamo conto di quanto abbiamo interiorizzato l’ideologia dominante finché non incontriamo qualcosa che la svela, che mette in discussione ciò che davamo per scontato, partecipare alla rivoluzione mi ha messa di fronte alle mie contraddizioni e allo stesso tempo mi ha dato strumenti migliori per confrontarmici.

Femminismo e Rojava, c’è un collegamento?

Assolutamente sì, sia storico che attuale; il movimento delle donne in Kurdistan ha ragionato molto sul movimento femminista, e sui femminismi, critica compresa: io non parlo mai di femminismo kurdo, perché penso sia importante non sovrapporre storie e contesti, per me il fatto che la lotta delle donne abbia tanti nomi e tante storie diverse è una forza.

La principale critica è un po’ quella su cui ragioniamo anche qui: nel mondo occidentale ha vinto il femminismo liberal, mentre le donne del Kurdistan rivendicano di essere un’incompatibilità delle proprie istanze con quella deriva. Appiattire le differenze non è mai una buona idea, crea un’unione posticcia. Mettere in comune diverse storie invece ci da più strumenti, ci educa alla complessità, e a mio avviso di questi tempi ne abbiamo davvero bisogno.

Opposizione politica in Italia: c’è il rischio che non si possa più esprimere dissidenza? Penso anche alle altre donne meravigliose del movimento No Tav, Dana Lauriola, uscita da pochissimo dal carcere dopo che era stata condannata a due anni di reclusione per una manifestazione di otto anni fa, o a Nicoletta Dosio, arrestata a 73 anni per una manifestazione del 2012…

La procura di Torino è un organo squisitamente politico, un team con l’obiettivo chiaro di opporsi alle lotte sociali. Dopo anni, si sentono intoccabili, ma i teoremi accusatori fantasiosi che montano vengono periodicamente smentiti, per esempio dalla Cassazione. O peggio, ad esempio è appena uscita una sentenza che evidenzia chiaramente che il 3 Luglio 2011 sono stati compiuti abusi da parte delle forze dell’ordine in Val Susa perché sparavano lacrimogeni ad altezza uomo, ora però, quando è stata colpita Giovanna Saraceno alla testa il mese scorso, hanno detto che non è vero, loro non lo fanno. Quello che dobbiamo metterci in testa è che non sono intoccabili, non sono super partes, e possono essere colpiti, vedi la sentenza di George Floyd negli Stati Uniti.

In quell’aula di tribunale hanno parlato del mio corpo, praticamente hanno detto che si evince la mia pericolosità sociale da come mi muovo, perché ho un “passo marziale”, ma il corpo dei miei compagni non è stato mai menzionato. Io sono incensurata, ma si sono inventati che sono “formalmente incensurata”, che è una cosa che non esiste: è però servito a livello di sorveglianza. Il problema è che dovremmo ricordarci che l’oggettività di una legge non è solo una questione di com’è scritta, ma di com’è applicata. E in tutti i casi citati, compreso il mio, è stata applicata in questo modo chiaramente disproporzionato per colpire un movimento intero, per ideologia, per interesse.

Un altro esempio per far capire che queste persone agiscono in nome di interessi molto pericolosi ed eticamente deprecabili: in Val Susa le telecamere usate per la sorveglianza dei manifestanti vengono fornite alle fdo da Area s.p.a.: azienda che rifornisce anche Assad, che ha soffocato nel sangue le rivoluzioni della Siria, o al-Sisi, coinvolto nella morte di Giulio Regeni (fonte notav.info); è molto pericoloso che persone così abbiano un potere così grande.

I PM fanno carriera sulle nostre spalle, se noi non siamo banditi loro non possono essere sceriffi. Prendiamo il caso di Dana dove è evidente: non è questione di cosa hai fatto, ma di chi sei tu, quello che dici; non il megafono, ma quello che rappresenti. Nel decreto che mi riguarda l’opposizione alla pubblica autorità passa come uguale a “pericolosità sociale”. Nel mio caso e in quello di altri combattenti il processo era iniziato con la questione del Kurdistan, ma l’introduzione all’uso delle armi era in un contesto di lotta all’Isis, e allora poi hanno introdotto quello che facevamo in Italia, una cosa sicuramente non normale, neanche dal punto di vista giuridico. Ricordiamoci che 17000 volontarie-i hanno dato la vita per sconfiggere Desh, loro hanno impedito all’Isis di arrivare ovunque nel mondo, compresa l’Italia. Invece di ricordarli ogni giorno, di essere grat* di poter camminare per strada, li usi per i tuoi scopi, per il tuo regolamento di conti.

L’eliminazione delle misure di prevenzione può riunire chi come me non crede nello stato e chi invece ci crede ancora, perché è acclarato ormai che non non funzionano. Ci sono sentenze della Corte Europea che lo dicono, non funzionano nemmeno contro i soggetti per cui continuano a esistere ancora oggi, ovvero le persone affiliate ad associazioni di stampo mafioso. Sono faziose e inefficaci, troppo facilmente strumentalizzabili.

Lotte: quali sono per Eddi oggi quelle fondamentali?

Le lotte femministe, transfemministe e le lotte che si collocano nel vivo della contraddizione salute/lavoro (sia produttivo che riproduttivo) tematizzandola in termini di giustizia sociale e ambientale. Lottiamo contro la distruzione dei territori ma anche contro il modo in cui il lavoro produttivo e riproduttivo distrugge i nostri corpi e le nostre relazioni.  Comunque io penso che la cosa fondamentale sia la comprensione del problema e il metodo che si sceglie per trovare una soluzione, se ci sono delle basi comuni non importa su quale campo ci si ritrova a dar battaglia, tutte le lotte sono la stessa lotta, i problemi sono tanti, c’è molto da fare, la questione per me è come far convergere tante energie diverse nella stessa direzione. Le nostre differenze sono già un’enorme ricchezza, partiamo da questa consapevolezza e cerchiamo un punto in comune.

Io comunque sono una persona come tante, non ho le risposte in tasca né penso sia un obiettivo sensato cercare di averle, si cresce insieme, si prova, si sbaglia, si prova ancora. Io sono partita da me e sono approdata a delle lotte che sentivo urgenti per la mia vita, ma ecco, l’importante non è tanto dove, l’importante è lottare.

Articolo originale pubblicato il 19 Maggio 2021

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