Olympe Audouard, divorziare a testa alta, con due figli, nell'Ottocento

La storia di Olympe Audouard, chi visse di scrittura e viaggi: la società francese non le perdonò mai la (giusta) separazione dal marito.

Per la società francese dell’Ottocento Olympe Audouard era una donna déclassée, una sorta di paria, ben al di sotto dell’onorevole casta delle buone mogli e madri. Un appellativo crudele, affibbiatole da “una società tanto crudele quanto stupida”.

Caduta in disgrazia per colpa di un sacrosanto divorzio, approfittò della lettera scarlatta che le era stata cucita sul petto per vivere pienamente la sua libertà ritrovata, scrivere e viaggiare. Il breve cenno al momento in cui fu declassata è presente proprio nel suo libro di memorie Voyage à travers mes souvenirs, pubblicato originariamente nel 1884 e oggi liberamente consultabile grazie alla biblioteca digitale Gallica insieme ad altri suoi scritti.

Quanta follia e stoltezza c’è nella nostra Francia! I genitori lo sanno, loro, quanto il matrimonio sia una questione seria eppure… presentano un uomo alla loro figlia e le dicono ‘Ci piacerebbe come genero; se non ti dispiace, sposalo, ci faresti un piacere’. Una ragazza ben educata pensa sia giusto accontentare i propri genitori e in tre settimane il matrimonio è arrangiato e i genitori si sfregano le mani senza rimorsi.

La fine del matrimonio con quell’uomo “a cui il mestiere di Don Giovanni piaceva molto di più di quello di padre e sposo” rappresentò la fine dell’Olympe Audouard consorte irreprensibile e l’inizio di una nuova vita da scrittrice. Come racconta un bel saggio di Bénédicte Monicat per The French Review, disponibile su JSTOR, la dimensione odeporica dei suoi scritti comprende non solo l’idea di un viaggio fisico, ma anche di una scoperta di se stessa e del suo essere donna.

Come lei, altre notevoli figure femminili ottocentesche fecero delle loro peregrinazioni in lidi vicini o (ancora meglio) lontani una sorta di rivendicazione femminista. Lo spiega bene la stessa Audouard nei suoi Souvenirs, in una digressione sul provincialismo e su come l’idea di una donna viaggiatrice fosse a dir poco scandalosa, che faceva alzare più di un sopracciglio.

I provinciali (salvo alcune onorevoli eccezioni) si annoiano; leggono poco, l’arte li lascia indifferenti, non hanno altre distrazioni oltre a bar, gioco, maldicenze e adulterio. […] Lasciano il loro villaggio solo per questo, ecco perché considerano i viaggi un modo per condurre una vita da buffoni e si aspettano che chiunque vada all’estero sia spinto solo dal desiderio di essere ancora più libero.

Isabelle Eberhardt, che per viaggiare libera si finse uomo

La storia di Olympe Audouard

Nata il 13 marzo del 1832 a Marsiglia come Olympe Félicité de Jouval, ricevette un’educazione libera, ispirata alla filosofia illuminista. Dopo un’esperienza di tre anni in un convento, interrotta bruscamente dal padre per timore che sfociasse nel noviziato, a diciotto anni fu data in sposa al cugino Henri-Alexis Audouard, conosciuto a malapena solo tre settimane prima.

Mi hanno fatto sposare secondo il sistema francese, in un’età in cui non sapevo nulla della vita, ancora troppo bambina per capire che il che stavo per dire di fronte al sindaco e al prete mi avrebbe legata per la vita e avrebbe determinato la mia felicità o infelicità.

Nel suo caso, quel sì determinò una momentanea infelicità, a cui lei seppe imporsi senza alcun tentennamento. Ottenuta la separazione dei corpi e dei beni nel 1858, dovette però aspettare fino al 1885 (cinque anni prima della sua morte) per il divorzio, grazie all’approvazione della legge Naquet.

Fino a quel momento in Francia solo l’uomo poteva chiedere di divorziare legalmente, se denunciava qualsiasi infedeltà della moglie. La donna, invece, poteva farlo esclusivamente nel caso in cui potesse provare di vivere sotto lo stesso tetto con la concubina del marito.

Nonostante i ripetuti tradimenti del consorte, che l’avevano portata alla scelta di separarsi, Olympe Audouard subì fin da subito le conseguenze della sua decisione di lasciare Marsiglia per andare a vivere a Parigi con i figli. Lì iniziò a frequentare i circoli letterari e fondò diverse riviste culturali, ma la sua “reputazione” la precedeva.

Quest’uomo resta per tutti un viveur affascinante e un bravo ragazzo, mentre la sua povera donna, una vittima, è diventata déclassée!

Jeanne Baret, come una donna è riuscita a circumnavigare il globo 250 anni fa

Gli scritti, i viaggi, le polemiche

Considerata “sovversiva” per le sue idee progressiste, le fu impedito più di una volta di partecipare a conferenze pubbliche sul tema dei diritti delle donne. Non piaceva soprattutto la sua inclinazione all’esplorazione del mondo, che dopo la morte del secondo figlio l’aveva spinta a visitare Siria, Egitto, Palestina, Turchia, Russia e più avanti anche gli Stati Uniti, per raccogliere storie da raccontare.

Tra i suoi detrattori c’era anche un grande intellettuale dell’epoca, Jules Barbey d’Aurevilly, che nel 1869 sulle pagine de Le Gaulois la denigrò pubblicamente. La definì bas-bleu, termine dispregiativo riferito alle letterate (già chiamate blue stocking in Inghilterra) e si accanì soprattutto sui suoi viaggi.

È andata a postulare a Costantinopoli e in Egitto. Apostola, non di pace, ma di guerra contro noi uomini a cui è stata concessa, dice lei (io trovo il termine molto debole), la superiorità dell’intelligenza, e contro cui bisogna saper osare osare.

Amava la polemica, Olympe Audouard, viveva per la querelle; non restò certo con la penna in mano, dopo un affronto così spregiudicato. “La letteratura”, gli rispose, “non è un’arte solo maschile o femminile; è un campo aperto a tutte le intelligenze e i posti sono occupati solo dai più meritevoli”.

La discussione continua nel gruppo privato!
  • Storie di Donne