Zoombombing, la nuova forma di violenza sulle donne passa per il digital

Nella nuova era digitale a cui siamo purtroppo confinati in questo difficile momento storico si è purtroppo diffuso un nuovo fenomeno di violenza ai danni delle donne: lo zoombombing. L'ennesimo oltraggio della società patriarcale nei confronti dei gesti di libertà ed emancipazione del mondo femminile.

Il periodo in cui ci troviamo a vivere, piegato dalla pandemia da Covid-19, ci ha forzati a rivoluzionare completamente le nostre abitudini e spinto ad aumentare esponenzialmente le occasioni di meeting e incontri online, ormai una pratica diventata routine e che ci terrà compagnia ancora per molto tempo.

La vita online interessa ogni ambito della nostra esistenza, tanto da coincidere quasi con essa. Didattica a distanza, riunioni di lavoro da remoto, convegni e incontri sui più diversi temi e settori rigorosamente su piattaforme digitali: questa è attualmente la nostra realtà. Per quanto rappresenti da un lato una salvezza e un surrogato di vita di cui abbiamo bisogno in attesa di tornare alla vita vera, dall’altro il mondo digital a cui siamo forzatamente votati ha purtroppo riproposto alcune classiche dinamiche sessiste e violente della società in cui viviamo, che colpiscono soprattutto le donne e il loro mondo.

In questa nuova era del digitale ha purtroppo fatto il suo ingresso un fenomeno dal nome zoombombing, che consiste in azioni di disturbo di vario genere che interrompono convegni, incontri e seminari online a partecipazione pubblica che avvengono sulle più note piattaforme digitali.

Vediamo nello specifico di che si stratta, l’identikit del disturbatore tipo e i bersagli presi di mira.

Cos’è lo zoombombing?

Lo zoombombing si riferisce all’interruzione di eventi online di pubblica partecipazione – specie relativi a certe tematiche e con un target preciso di partecipanti, come vedremo meglio di seguito – attraverso una serie di azioni di disturbo e forme di violenza che contemplano urla, insulti, offese fino a rutti ed esibizione di genitali.

Il termine zoombombing è ricalcato dalla parola photobombing, una pratica divertente di infiltrarsi nelle foto altrui, diventata celebre negli scorsi anni soprattutto grazie ad alcune celebrità, primo tra tutti Zach Braff, famosissimo attore della serie TV Scrubs, che apparve in una foto con un volto ironico alle spalle di una coppia di sposi.

Ed ecco qui il primo equivoco. Dalla descrizione che abbiamo dato dello zoombombing, risulta evidente quanto ben poco ci sia di divertente e scherzoso in questo fenomeno. Eppure, l’accostamento, già a partire dal nome, al photobombing, tende già a ridurlo a fenomeno goliardico e a negarne l’enorme gravità che invece presenta.

Il fenomeno è purtroppo a oggi molto diffuso e compare in molte delle piattaforme digitali attualmente in uso, tra cui Zoom, da cui prende il nome, Microsoft Teams e Google Meet, e costringe spesso i moderatori a sospendere gli incontri e riaprirli con un nuovo link, andando a selezionare una per una le persone autorizzate a prendere parte alla discussione.

Quali sono i bersagli privilegiati dello zoombombing

Come accennato in apertura, lo zoombombing ha dei bersagli privilegiati. Si tratta in genere di incontri e convegni online dedicati a temi sociali, di diritti, politica e soprattutto femminismo e questioni di genere. Non solo, nella maggior parte dei casi, le vittime di queste sgradite e oltraggiose incursioni sono le donne. Ossia, i disturbatori fanno la loro performance quando il relatore che sta tenendo il suo discorso è nella maggior parte dei casi una relatrice.

La realtà digital ha consentito in un certo senso una maggiore uguaglianza da questo punto di vista, permettendo con più facilità – per evidenti motivi logistici e burocratici – l’organizzazione di spazi di confronto a maggiore partecipazione femminile, proprio perché più libera e meno filtrata da enti, strutture e istituzioni, che, si sa, continuano a essere espressione della cultura maschilista da cui proveniamo.

Non è infatti un segreto che convegni e spazi di confronto e discussione nella realtà siano organizzati, gestiti e presenziati perlopiù da uomini bianchi eterosessuali. In questo senso, il web può rappresentare un’efficace arma di uguaglianza e libertà.

Dire basta ai manels per dire basta a un mondo raccontato a metà

Eppure, il fenomeno dello zoombombing rischia di minare queste realtà, che sono una grande risorsa soprattutto per le categorie meno rappresentate dai canali ufficiali e che possono favorire un dibattito costruttivo e proficuo su temi e questioni utili e poco dibattute, che poco trovavano spazio al di fuori di ambienti molto ristretti, poiché non considerate centrali dal mainstream.

Ancora una volta dunque, la violenza maschile, sebbene in un’ulteriore sua forma, finisce per limitare e condizionare le libertà femminili nel tentativo di stopparne il processo di emancipazione.

Chi sono gli zoombomber?

Gli autori di queste azioni possono essere disturbatori singoli, ma in molti casi si è di fronte a dei gruppi di disturbo organizzati. Lo scopo, sebbene venga ridotto a un fatto di goliardia o cameratismo, è quello di limitare le libertà e impedire dibattiti e la diffusione di concetti, la cui scelta non è mai casuale.

Purtroppo trattandosi di eventi pubblici non è semplice intercettare prima gli eventuali soggetti pericolosi, poiché l’ingresso è libero e avviene attraverso una registrazione via e-mail.

Un esempio di zooombombing e le armi per contrastare la cultura della violenza

Giulia Blasi, giornalista e scrittrice italiana, autrice dei saggi Manuale per ragazze rivoluzionarie e Rivoluzione Z, e una delle voci più autorevoli sui temi dedicati alla condizione femminile e al femminismo di nuova generazione, è stata purtroppo protagonista di uno spiacevole evento di zoombobing.

Come da lei stessa dichiarato, il fatto è avvenuto lo scorso 2 dicembre, durante un seminario organizzato dall’Università di Perugia, al quale partecipa insieme a Maura Gancitano, co-fondatrice di Tlon.

I primi cinque minuti di riunione sono stati dedicati a espellere vari membri del pubblico, i quali prima ancora che cominciassimo a parlare avevano già deciso che sventolare le loro povere appendici davanti a una webcam era il modo migliore per occupare il tempo. Qualche giorno più tardi, la docente che moderava l’incontro mi ha detto di aver visto anche un uomo che si passava una pistola sul volto guardando in camera. Il tutto condito da insulti sessisti via chat: “Cagna”, “vai in cucina”.

Violenza verbale, quelle parole che non fanno meno male delle botte

La scrittrice ha anche posto l’attenzione su un aspetto centrale della questione: la necessità di non banalizzare il fenomeno e ridurlo a bravata e di ripensare i modelli educativi, chiamando in causa prima ancora gli stessi uomini.

Più che parlare di come evitare queste azioni, è ora di cominciare a discutere della loro matrice. Smettere di ridurre tutto a stupidità individuale, e domandarci quante volte abbiamo derubricato l’aggressività maschile a “goliardata” e “bravata”, dando per scontato che la mascolinità – intesa come complesso di azioni, scelte e comportamenti tipici del genere maschile – vada bene così com’è, e che sia la femminilità a essere sempre manchevole, bisognosa di aggiustamenti, di nuove difese per sopravvivere, e a ogni discorso che prova a smontarla reagisce con ulteriore aggressività. È ora di farci delle domande su come educhiamo i maschi, e i primi a doversele fare sono gli uomini.

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