Perché il make-up può liberarci corpo, anima e sessualità

Storicamente è stato uno degli strumenti del patriarcato e una gabbia per le donne. Il mondo del beauty ancora porta con sé strascichi di una comunicazione tossica, ma possiamo fare in modo che il 2021 sia l'anno della consapevolezza. Almeno per noi stess* (prima o poi ci arriverà davvero anche il settore)! Noi, portiamoci avanti: cambiamo le regole del gioco.

Sono Daphne Bohémien, mi identifico con pronomi femminili, ho un’età imprecisa che dichiaro essere intorno ai 25 anni, amo i gatti, sono vegetariana, sotto la doccia ho sempre sognato di essere una performer e così  d un certo punto l’ho fatto diventare il mio lavoro ufficiale ed ho iniziato a fare DRAG.
E sì, quella della foto sono io.

Tra le cose importanti che dovrei dirvi ce ne sono anche molte altre, ma tenete queste per buone e con il tempo ci conosceremo, non abbiate fretta.
Una cosa però che voglio dirvi è che sono una transfemminista intersezionale: è un punto importante in questa narrazione e va messo in luce subito giusto per evitare malintesi, così  saprete cosa aspettarvi (ad esempio un sacco di *) quando leggerete qualcosa scritto da me.

Drag queen: né trans, né crossdresser. Un fenomeno culturale (e non da baraccone)

Oggi vorrei parlare di una cosa che amo, un argomento controverso che spesso divide l’opinione delle persone: non sto parlando dei massimi sistemi, eppure non è così semplice. Oggi vorrei parlarvi di make-up.

Negli anni il patriarcato ha deciso come dovevano essere le donne e le donne dovevano (e per molti devono) bellezza al mondo. È sempre importato poco che potessimo avere altre qualità, prima tra tutte doveva esserci l’avvenenza.
Il mercato del beauty ha così creato falsi miti, indotto le donne a essere sempre più  insicure del proprio aspetto e alla costante ricerca di raggiungere un ideale. Persino in questo anno freezato dalla pandemia il mondo del beauty non si è  fermato.

Nel Report Cosmesi de Il Sole 24 Ore, realizzato in collaborazione con l’Area Studi di Mediobanca possiamo leggere che le imprese italiane del beauty con fatturato superiore a 10 milioni sono 195, con vendite pari a 12,1 miliardi di euro e oltre 39mila dipendenti, praticamente il 23% del totale italiano.

Ma quindi, siamo qui a dire che il mondo del beauty è il male assoluto? Che il suo scopo è solo farci sentire uno schifo per acquistare prodotti? E allora come si può amare il make-up ed essere al tempo stesso femminist*?

Credo fermamente che, come molte altre cose che il patriarcato ci ha rifilato, anche il make-up è uno strumento notevole, che può essere usato per comunicare e lanciare messaggi importanti.
Un esempio? Il rossetto rosso.

Alexandria Ocasio-Cortez, perché quel rossetto rosso è rivoluzionario

Iconico e potentissimo, non dobbiamo fare l’errore di collegarlo solo alle formose pin-up: il rossetto rosso è diventato simbolo di resistenza in varie occasioni. Pensiamo, per esempio, alle suffragette che lo sfoggiano quando pretendevano il diritto di voto universale o a come Elizabeth Arden nel 1912 lungo la marcia di protesta in Fifth Avenue abbia regalato centinaia di rossetti rossi, diventati simbolo di difesa dei diritti delle donne.

Nel 2018 diverse persone, non solo donne, hanno indossato il rossetto rosso in Nicaragua come simbolo, per protestare affinché avvenisse il rilascio dei manifestanti antigovernativi incarcerati ingiustamente; in Cile 10 mila donne hanno indossato bende nere sugli occhi, sciarpe cremisi e labbra infuocate per protestare contro i numeri spaventosi dell’emergenza violenza sulle donne.

Allontaniamoci però  dallo stick più famoso del mondo – usato anche nelle campagne social contro la violenza di genere – e passiamo al resto.

Come possono prodotti come ombretti, ciprie, gloss essere un’arma da usare contro il patriarcato?

Il make-up è  diventato genderless e non mi riferisco al “male make-up” , il make-up da uomo, che palesemente è il risultato di una richiesta di mercato: nel senso che il ragionamento alla base della necessità di questa distinzione è un “mi sento troppo uomo per usare un correttore allora uso un ‘correttore da uomo’”.
Una barzelletta per chiunque s’intenda di make-up e un validissimo strumento di marketing per rispondere all’ennesimo capriccio condito di mascolinità tossica, tanto da farci pure un brand dal nome “war make-up” perché un “vero uomo” non può non infilarci dentro la guerra a tutti i costi, per valorizzarsi e non rischiare di essere preso per una femminuccia.

In ogni caso, finalmente non sono più solo le donne a truccarsi. Il make-up, che oltre a essere una passione può essere una vera forma d’arte, finalmente è un mondo aperto a tutt*; e questa è  già  un’evidente crepa in un sistema che era stato creato diversamente: l’Olimpo de* beauty influencer è composto anche da persone della comunità LGBTQIA+ e anche questa mi sembra una vittoria rispetto al sistema eteropatriarcale,

Già, molte persone della comunità arcobaleno e molte donne grazie al mondo del beauty sono diventate delle vere e proprie potenze economiche, ci basti pensare a Jeffree Star, icona del trucco, che secondo Cosmopolitan fattura 200 milioni di dollari l’anno.
Il make-up però non ci serve per essere più bell*, sebbene sia quello che ci propinano con le pubblicità.
Il makeup può aiutare con la ricerca e la costruzione della propria identità, il makeup può aiutarci a tirare fuori quello che abbiamo dentro, a liberare la fantasia, a sperimentare, renderci più audaci o confident e questo non ha a che fare solo con il vedersi bell*, ma ha a che fare con il sentirsi bene.

Se quando indosso il mio rossetto o un full makeup mi sento bene allora la cosa che posso chiedermi è “mi sento bene perché voglio raggiungere gli standard di bellezza imposti dalla società? O mi sento bene perché questo rappresenta me e la mia persona?”.

Lo so, lo so, sento le voci in lontananza di chi urla al capitalismo, al consumismo e tante altre cose brutte e cattive, ma l’intersezionalita del movimento sta proprio nel capire le diverse soggettività, le diverse esigenze, disponibilità, complessità e a volte anche le contraddizioni, perché nessun* di noi è  perfett*.

Non esiste una persona che incarni esattamente lo spirito de* femminist* perfett*, perché proprio come il concetto di “vera donna” ha il solo scopo di dividere le donne, anche quello di “ver* femminist*” ha lo scopo di dividere chi lotta. E poi: siamo davvero così sicur* che il bisogno di attaccare chi ha questa passione (e che magari ne fa anche un lavoro), come molte altre ritenute “femminili”, non nasca da un pensiero radicato dentro di noi in anni e anni di sessismo assorbito fin all’infanzia. Parlo di quel pensiero che ci suggerisce che questi interessi non contano nulla, che le “cose da femmine” non sono all’altezza di quelle dei maschi, valgono un po’ meno (sottotesto: proprio come le donne non contano quanto gli uomini).

Dopotutto noi donne questa cosa l’abbiamo assimilata bene sin da giovanissime: se sei una ragazza forte, determinata e coraggiosa, lo devi essere come lo sarebbe un uomo; e quindi siamo piene di rappresentazioni che celebrano personaggi femminili quasi disgustati da tutto quello che è  femminile. Domanda: non è forse questa misoginia interiorizzata?

Tutto questo per dirvi che posso passare due ore a realizzare il mio make-up, ma non mi sentirò meno femminista per questo: continuerò a lottare, fare divulgazione e informazione e lo farò con la faccia che più preferisco, perché il make-up mi aiuta a dire al mondo chi sono, chi voglio essere (e non chi la società  vuole che io sia).
Credo sia importante quindi riconoscere il make-up come strumento che possiamo utilizzare per hackerare il sistema e non per piegarci a esso, dobbiamo poterci sentire liber* di usarlo come, quando e se vogliamo, come la nostra voce, il nostro corpo o la nostra sessualità.

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