Qualcuno sostiene che Mary Wollstonecraft, pioniera del movimento femminista e autrice nel 1792 del testo rivoluzionario Rivendicazione dei diritti della donna, si sarebbe divertita molto ascoltando il dibattito sulla statua celebrativa eretta in suo onore. Forse avrebbe sorriso: non è certo la prima volta che si parla di lei da un punto di vista “anatomico”.

Nel 1798, un anno dopo la sua prematura morte, il reverendo e scrittore Richard Polwhele l’aveva presa di mira nel suo poema reazionario (e anti-rivoluzionario) The Unsex’d Females, scritto contro il nuovo prototipo femminile da lei incarnato, che lui considerava “non donna”.

Mary Wollstonecraft viene descritta da Polwhele in guisa di creatura imperiosa che sfida gli uomini, come una sorta di Marianne francese, “mostrando, in piena vista, il seno da meretrice”. Lei e la sua “banda di donne sprezzanti della legge della NATURA” hanno anche l’ardire di dedicarsi alla botanica: lo studio di piante e fiori a quei tempi era considerata una materia disdicevole (e quasi onanistica) per il gentil sesso.

Più di due secoli dopo, la scrittrice e filosofa torna così nuda e sfrontata, nel bel mezzo di un placido parco cittadino. Svelata nel novembre 2020 a Newington Green, il quartiere a nord di Londra, la scultura in bronzo argentato è stata creata dall’artista britannica Maggi Hambling e raffigura una piccola donna nuda che emerge da una sorta di fuoco sacrificale.

Mary on the green, il progetto che ha portato alla raccolta fondi e alla realizzazione dell’opera, ci ha messo grande impegno per arrivare alla cerimonia finale. Tutto era nato da un dato: nella capitale londinese il 90% delle statue rappresenta un uomo. Poteva non essere trovato un posto al sole per Mary Wollstonecraft?

La statua della discordia

L’operazione ha suscitato opinioni spietate, come quella della critica d’arte del Guardian, Rachel Cooke, che commenta con uno sconsolato “povera Mary Wollstonecraft, ridotta a una bambola con peli pubici”.

Jerry Saltz la definisce su Curbed un esempio negativo di “femminismo kitsch”. Il noto critico americano non è tenero con l’opera, che paragona a “un ornamento del cofano di una Rolls-Royce con una figura abbozzata in stile film Fantasia della Disney”. Da un punto di vista strettamente artistico, lamenta poi una mancanza di originalità e solennità.

Un parere più sottile lo esprime Helen Lewis in un piacevole articolo di The Atlantic, in cui sottolinea un problema di fondo sorto dalle motivazioni addotte dalla scultrice per la sua idea.

Descrivendo la statua come una “donna qualunque”, come ha fatto Hambling, nel frattempo si finisce a discutere di intersezionalità e su quali donne traggano maggior beneficio dal femminismo. Come le riviste patinate, la statua celebra il diritto delle donne magre e convenzionalmente attraenti di togliersi i vestiti (tuttavia, almeno non vi è alcun suggerimento che sia “empowering”).

Non apprezzano nemmeno alcuni dei residenti della zona, che in questi mesi hanno lasciato cartelli, scritto post denigratori sui social media e addirittura coperto le pudenda della bronzea Mary con vestitini e nastri adesivi, prontamente rimossi.

Di parere diverso è invece Eleanor Nairne, che sul New York Times sostiene che ai più stia sfuggendo il senso di questa scelta.

La donna scultorea di Hambling – arroccata sopra un’onda di forma montuosa – sembra incarnare l’epica saga che tante donne hanno sopportato per far sentire la loro voce. Le reazioni al lavoro si sono concentrate sulla nudità di questa minuta Everywoman. Ma questo potrebbe anche essere inteso come una metafora della visione di autenticità personale di Wollstonecraft? Una donna spogliata degli orpelli della società? Posizionare Wollstonecraft su un piedistallo in termini più tradizionali avrebbe significato concentrarsi sulle specifiche del suo aspetto e sull’abito d’epoca dei suoi tempi.

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Chi era Mary Wollstonecraft

Parlare della scultura, nel bene e nel male, serve comunque a mantenere i riflettori accesi su una voce importante per la conquista dei diritti delle donne. Nata nel 1759 a Londra, è oggi universalmente riconosciuta come la prima femminista della storia, oltre che come madre di Mary Shelley, celebre autrice del romanzo Frankenstein.

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Figlia di un povero contadino con un’inclinazione fatale per l’alcol e la violenza domestica, Mary Wollstonecraft non ebbe mai le possibilità economiche per completare la sua istruzione scolastica. Era però appassionata di libri e proprio dalla lettura riuscì ad accedere alla conoscenza che le era negata.

Dopo brevi esperienze come insegnante e governante, capì che avrebbe vissuto di scrittura. Fu così che nel 1787 nacque il suo primo libro Thoughts on the Education of Daughters, un saggio sull’educazione delle giovani. Un anno dopo iniziò a lavorare come traduttrice per l’editore londinese Joseph Johnson, che pubblicò molte delle sue opere.

Il libro che la consegnò alla storia, il già citato A Vindication of the Rights of Woman, uscì pochi anni dopo in Inghilterra e venne presto tradotto in tutta Europa. Mossa dai nuovi venti che spiravano in Europa, spinti dalla Rivoluzione francese, avanzò l’idea che donne e uomini fossero educati allo stesso modo.

Non solo la virtù ma anche la conoscenza dei due sessi dovrebbe essere della stessa natura, se non dello stesso livello, e le donne, considerate creature razionali e non solo morali, dovrebbero cercare di acquisire virtù umane (o perfezioni) attraverso gli stessi mezzi degli uomini, invece di essere educate da esseri umani a metà.

Mentre in molti cercavano di smantellare il suo lavoro e ridicolizzarla, lasciò l’Inghilterra per vivere a Parigi, dove visse con un americano, il capitano Gilbert Imlay. Nella primavera del 1794 diede alla luce una figlia, Fanny. L’anno successivo, sconvolta per la rottura della sua relazione, tentò il suicidio.

Tornata a Londra, iniziò a frequentare intellettuali come Thomas Paine, William Blake, William Wordsworth e William Godwin, con cui nel 1796 iniziò una relazione. Rimase presto incinta: il 29 marzo 1797 si sposarono, ma morì pochi giorni dopo la nascita della seconda figlia Mary.

Nonostante il successo dei suoi libri mentre era in vita, nell’Ottocento il suo nome fu completamente dimenticato. Solo intorno al 1960, con la nuova ondata femminista, si riscoprirono le sue parole, troppo a lungo avvolte dall’oblio.

Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse.

Articolo originale pubblicato il 11 Gennaio 2021

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