“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”: FALSO

La Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani, firmata nel 1948, ci ricorda che il rispetto e la tutela dei diritti umani inalienabili e delle libertà fondamentali della persona, su cui è stata fondata, risulta ancora oggi una questione aperta. I molti episodi di violazione dei diritti umani che interessano varie parti del mondo ci impongono una riflessione e un'urgenza di cambiamento.

Ogni anno, il 10 dicembre, il mondo celebra la Giornata internazionale dei diritti umani, proprio nel giorno in cui, nel 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) ha adottato la Dichiarazione universale dei diritti umani.

La Dichiarazione è composta da un preambolo e da 30 articoli che definiscono una serie di diritti umani inalienabili e libertà fondamentali a cui ogni essere umano ha diritto, senza distinzione di nazionalità, luogo di residenza, sesso, origine nazionale o etnica, religione, lingua o qualsiasi altro status.

È stata stilata all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale con l’obiettivo di introdurre garanzie di tutela nel rispetto dei diritti umani, per evitare il ripetersi delle atrocità commesse durante il conflitto. Questo, un estratto del preambolo della Dichiarazione:

Il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità. È fondamentale che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione.

A poco più di 70 anni di distanza, la Dichiarazione universale rappresenta ancora uno degli strumenti principali per la protezione internazionale dei diritti umani, oltre che uno dei traguardi più importanti nella storia del diritto internazionale, eppure, il contenuto dei trenta articoli, di cui si compone, resta ancora un lontano miraggio per buona parte dell’umanità, e non solo per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

La Commissione dei Diritti Umani che ha portato alla promulgazione della Dichiarazione era composta da membri provenienti da otto stati e ha visto il contributo significativo di molte donne, tra cui Eleanor Roosevelt, vedova del presidente americano Franklin Roosevelt e fervente attivista politica e sostenitrice dei diritti umani, e altre esponenti provenienti da India, Pakistan, Danimarca o dal blocco comunista.

In particolare, come sottolineato dall’alto commissario per i Diritti Umani Michelle Bachelet, si deve all’attivista, scrittrice ed educatrice indiana Hansa Mehta l’inserimento nel testo della frase chiave “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali”, ripresa dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino adottata in Francia nel 1789. Originariamente, infatti, il testo della Dichiarazione del 1948 prevedeva l’utilizzo del termine “uomini”, ma fu proprio la Mehta a proporre l’inserimento delle parole “essere umani”, sostenendo che alcuni Paesi abbevero potuto male interpretare il termine “uomini” e approfittare di questa formulazione per limitare i diritti delle donne.

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Eppure, come accennato, nonostante i molti progressi raggiunti dalla civiltà negli ultimi decenni grazie alla Dichiarazione universale e all’impegno di attivisti e associazioni umanitarie, attualmente la frase chiave della Dichiarazione viene calpestata in molte parti del mondo. Oggi, infatti, secondo quanto riportato da Amnesty International, sono moltissimi gli episodi che violano i diritti inalienabili e le libertà fondamentali della persona, e che si registrano in molti Paesi, non necessariamente del cosiddetto Terzo mondo, di cui sono vittime soprattutto le categorie più fragili e vulnerabili della società, tra cui bambini, donne, migranti e rifugiati.

Il rapporto di Amnesty International relativo alla situazione dei diritti umani nel 2017 – 2018 ha infatti messo in luce come le violazioni siano ancora sistemiche in molte parti del mondo, dai Paesi più ricchi, come l’Italia, alle aree più povere. Oggi un bambino su dieci è ancora vittima del lavoro minorile, donne e bambine vengono marginalizzate e sono vittime di soprusi e violenze in molti paesi, mentre circa 68 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa di guerre e persecuzioni.

Migranti e rifugiati, costretti a scappare a causa di guerra o povertà, sono discriminati e vengono privati dei loro diritti fondamentali, mentre campagne militari e pulizie etniche si svolgono sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale. Non solo, in alcuni Paesi il diritto alla libertà di espressione è fortemente minacciato da governi autoritari e repressivi e fenomeni di disuguaglianza sociale continuano a essere in forte crescita.

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Secondo un rapporto dell’Unicef nel 2017 sono morti circa 6,3 milioni di bambini sotto i 15 anni, uno ogni 5 secondi, e nella maggior parte dei casi, per cause che si potevano prevenire. Di queste morti, 5,4 milioni sono avvenute nei primi 5 anni di vita, mentre 2,5 milioni si riferiscono a neonati. Stando ai dati di Unicef, il paese che vince questo triste primato è la Somalia, che vede 127 bambini sotto i 5 anni morti su mille nati vivi. È invece il Pakistan l’area in cui si registra il più alto tasso di mortalità neonatale, con 44 decessi ogni mille nati vivi.

Dati simili si riscontrano anche per l’accesso ai servizi base, come l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari, nelle scuole. Sempre stando al rapporto Unicef, nel 2016 erano quasi 600 milioni i bambini che non avevano accesso all’acqua potabile a scuola. Questo succedeva in una scuola primaria su quattro e in una scuola secondaria su sei. Inoltre, il 50% delle scuole analizzate era sprovvisto di bagni accessibili per studenti con mobilità ridotta.

Oltre a questi dati, il 29esimo World Report di Human Rights Watch del 2019 ha messo in luce le conseguenze tragiche di crimini e violazioni dei diritti verificatisi a livello internazionale in più Paesi, tra cui la guerra in Siria, la pulizia etnica contro i musulmani rohingya in Birmania, i bombardamenti guidati dai sauditi contro i civili yemeniti, conflitto israelo-palestinese e il regime totalitario dell’Ungheria di Orban.

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni sono quindi ancora molti gli sforzi che devono essere compiuti per garantire il rispetto e la tutela dei diritti umanitari e delle libertà fondamentali e contribuire a creare una società più giusta e responsabile. Come ha dichiarato l’alto commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, è necessario continuare a battersi per difendere i principi enunciati nella Dichiarazione in nome della dignità, dell’eguaglianza e della solidarietà tra gli uomini. Nello specifico, la Bachelet manifesta l’urgenza di porre fine a qualsiasi tipo di discriminazione, affrontare le disuguaglianze, incoraggiare la partecipazione e la solidarietà e la promozione dello sviluppo sostenibile.

Diritti umani e Covid-19

Il tema della Giornata internazionale dei diritti umani del 2020 è incentrato sulla pandemia da Covid-19 e le conseguenze che questa ha provocato in un sistema già fin troppo fragile e precario. La crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo ha infatti provocato un peggioramento delle condizioni di vita in molti Paesi, dilaniati da una crescente povertà e da sempre maggiori discriminazioni e disuguaglianze sociali ed economiche.

In questo anno, il programma intende porre particolare rilievo sulla necessità e l’urgenza di una ricostruzione, che sappia mettere al centro il rispetto e la protezione dei diritti umani, riconosciuto come l’unico strumento efficace per garantire una piena ripresa attraverso la solidarietà globale, l’interconnessione e l’umanità condivisa.

 

Articolo originale pubblicato il 9 Dicembre 2020

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