Non è facile imbattersi nella storia di Matilde Sorrentino. Qualche articolo di cronaca, pochi editoriali, brevi accenni agli aggiornamenti delle vicende processuali successive alla sua morte. Il suo omicidio sembra aver ottenuto lo scopo desiderato: far scomparire il suo nome.

Quando è stata uccisa, il 26 marzo del 2004, aveva solo 49 anni: un killer suonò alla porta della sua casa di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, e sparò due colpi di pistola, che la raggiunsero al volto e al cuore.

Come racconta un articolo di qualche tempo fa del Mattino, si trattò di un’esecuzione. A confermarlo fu Giuseppe Sentiero, collaboratore di giustizia e testimone al processo per l’omicidio della donna.

Matilde Sorrentino fu ammazzata perché aveva avuto il coraggio di denunciare i pedofili. Mi dissero che i Tamarisco ricompensarono con 50mila euro il killer Alfredo Gallo. […] Conoscevo il killer Alfredo Gallo perché da minorenni facevamo rapine e scippi insieme. E conoscevo anche la signora Matilde Sorrentino, perché abitavamo vicini: una brava persona.

Si trattava di una “punizione”, seguita alla condanna di una banda pedofili del rione Poverelli, denunciati da Matilde Sorrentino e altre due donne. Insieme avevano deciso di abbattere il muro di silenzio su quanto accadeva da tempo nella scuola del quartiere, nel silenzio di tutti.

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La denuncia

Tutto era iniziato sette anni prima, in un quartiere immerso nel degrado e in mano alla camorra. Il figlio di Matilde Sorrentino, come tanti altri bambini della scuola elementare di via Isonzo, aveva iniziato a manifestare disagio, ansia e paure.

Fu così che Matilde, insieme ad altre due mamme, decise di rivolgersi ai carabinieri in cerca di risposte. Partì una lunga indagine che portò al processo per abusi sessuali perpetrati ai danni di bambini dai cinque ai sette anni. L’indicibile violenza, raccontata di recente anche in un articolo di fanpage, si era trascinata per anni.

Tra le ventuno persone arrestate c’era Francesco Tamarisco, personaggio già noto alle forze dell’ordine e capo di un clan camorristico. Nel 1999, arrivarono le prime condanne per 17 delle persone processate, tra cui anche il bidello della scuola (ucciso prima di scontare la sua pena, come un altro imputato), ma Tamarisco ottenne l’assoluzione in appello.

Passarono gli anni, mentre Matilde Sorrentino forse iniziava a lasciarsi tutto alle spalle, ma fu in quel momento che il suo assassino si presentò a casa sua, freddandola senza esitazioni.

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La vendetta

Per arrestare il mandante dell’omicidio di Matilde Sorrentino dovettero passare molti anni ancora. Secondo le testimonianze, Tamarisco avrebbe voluto vendicarsi della donna che l’aveva denunciato, come rivelato anche da un altro testimone del processo, Vincenzo Saurro.

L’ordine di uccidere la mamma coraggio fu dato da Francesco Tamarisco. Lo so perché dopo l’agguato Alfredo Gallo fu messo sotto torchio da alcuni affiliati al clan Gionta e confessò di aver fatto questo guaio. Per sua fortuna fu arrestato, altrimenti il clan l’avrebbe ucciso.

Saurro parlò anche di un accordo tra i clan rivali dei Gionta e Gallo-Cavalieri per “sistemare” a modo loro la questione della banda di pedofili:

Io conosco i Tamarisco da ragazzini, siamo cresciuti assieme e non ho mai creduto che fossero collegati a quella vicenda di pedofilia. Però a Torre Annunziata e a Palazzo Fienga così si diceva. So per certo che c’era un accordo tra Gionta e Gallo-Cavalieri per fare altri omicidi di questo genere: due pedofili furono uccisi, un terzo riuscì a salvarsi.

Come ricorda la Fondazione Polis della Regione Campania, nel 2012 il Comune di Napoli dedicò a Matilde Sorrentino un monumento floreale nei giardini di Piazza Municipio e un anno dopo le fu intitolata una piazza nel rione Penniniello di Torre Annunziata. La sua storia è stata raccontata di recente anche nel libro Non è un paese per donne – Racconti di straordinaria normalità di Carmen Pellegrino e Cristina Zagaria.

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Articolo originale pubblicato il 14 Ottobre 2020

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