Gerty Cori e suo marito Carl Ferdinand Cori lavorarono sempre alla pari in laboratorio. Erano affiatati, sia come coppia sia come colleghi. Prima del Nobel per la medicina, conquistato nel 1947 insieme al fisiologo Bernardo Houssay, la stessa parità non era però riconosciuta dalle istituzioni pubbliche e private.

Come ricorda il sito ufficiale del Premio Nobel, sulla strada verso la loro storica ricerca relativa alla sintesi del glicogeno nel corpo grazie agli enzimi, c’erano stati tanti no. Gerty Cori veniva lasciata sempre un passo indietro rispetto al marito, solo perché donna.

Nonostante decine e decine di pubblicazioni e articoli scritti a due mani, le proposte di lavoro delle università arrivavano sempre a lui. Fu per questo, quindi, che sul palco della premiazione del Nobel, Carl ringraziò proprio la moglie.

Questo premio è soprattutto per mia moglie, fonte di profonda ispirazione per me. La nostra collaborazione è iniziata anni fa quando ancora eravamo studenti all’Università di Praga, e continua da allora. I nostri sforzi sono stati complementari e da soli, senza l’aiuto l’uno dell’altra, non avremmo raggiunto gli sforzi che abbiamo raggiunto insieme.

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Il cammino per arrivare alla cerimonia in Svezia era stata lungo e tortuoso soprattutto per Gerty Theresa Radnitz, questo il suo nome da nubile. Nata a Praga il 15 agosto 1896 da una famiglia ebrea benestante, fino a dieci anni ricevette lezioni private a casa insieme alle due sorelle minori, ma fu l’iscrizione al liceo femminile a cambiare il suo percorso di crescita.

Intelligente e studiosa, su consiglio di uno zio pediatra decise poi di voler studiare medicina. A quel tempo alle donne era concesso iscriversi all’università Ferdinando Carlo di Praga, ma poche riuscivano a essere ammesse perché nelle scuole femminili non venivano insegnate tutte le materie scientifiche alla base della preparazione.

Gerty riuscì però a recuperare otto anni di studi grazie all’aiuto di un’insegnante privata e superò brillantemente il test. Anni dopo, disse che quello era stato l’esame più difficile di tutta la sua vita.

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All’università Gerty si innamorò della biochimica e non solo. Durante le lezioni di anatomia conobbe infatti Carl Ferdinand Cori e da allora divennero inseparabili. Si sposarono dopo la laurea e decisero subito di provare a costruire una vita professionale negli Stati Uniti, lontani dalla miseria e dalla distruzione della Prima guerra mondiale in Europa.

Carl fu assunto per dirigere un laboratorio di ricerca a Buffalo (New York) e riuscì a far assumere anche Gerty come assistente patologa. Circa dieci anni e tante ricerche dopo, lui fu assunto come professore alla Washington University School of Medicine nel 1931, mentre lei dovette accontentarsi di un posto come ricercatrice. Solo sedici anni dopo, due mesi dopo il Nobel, anche lei fu finalmente promossa a professoressa.

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A Washington i Cori si dedicarono agli studi rivoluzionari sul glicogeno, identificando l’enzima che avvia la decomposizione in glucosio. Non si trattava solo di pura chimica, ma anche di medicina: la fosforilasi attiva un processo biochimico nel corpo umano quando serve glucosio nel sangue.

Nel 1947, quando Carl e Gerty Cori ricevettero la notizia del Nobel, a lei fu purtroppo diagnosticata una grave malattia, la displasia mieloide. Potè comunque partecipare alla cerimonia, ma passò gli ultimi dieci anni della sua vita tra cure e trasfusioni di sangue.

Gerty Cori morì poco più che sessantenne il 26 ottobre del 1957. Durante il funerale, a cui parteciparono scienziati da tutto il mondo, fu trasmessa una registrazione con la sua voce, in cui raccontava cosa significasse per lei essere felice.

L’amore e la dedizione al proprio lavoro credo siano la base per la felicità. Per un ricercatore i momenti indimenticabili della sua vita sono rari e arrivano dopo anni di lavoro incessante, quando il velo sui segreti della natura sembra improvvisamente sollevato e ciò che era scuro e caotico appare sotto una nuova luce, chiara e definita.

Articolo originale pubblicato il 31 Luglio 2020

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