Essere hāfu in Giappone e quei bambini uccisi per il loro 'sangue misto' - Roba da Donne

Per le persone che vivono al di fuori del Giappone e che non hanno una passione specifica per la cultura giapponese, il termine hāfu quasi sicuramente non significa nulla. Può essere tradotto in italiano come metà, visto che ricorda l’inglese half, e dagli anni Settanta viene usato per indicare le persone di sangue misto che vivono in Giappone.

Nel corso dei decenni l’idea di essere “giapponese a metà” ha vissuto fasi altalenanti: per una nazione abituata a secoli di isolamento, l’idea di avere un genitore di un’etnia differente da quella “pura” è stata vista a lungo in modo negativo.

Tutto è iniziato dopo la Seconda guerra Mondiale: stravolto dal conflitto, ferito e sostanzialmente cambiato, il Giappone ha lavorato lentamente per reinventarsi. Il governo, l’economia, le infrastrutture e la società hanno intrapreso un veloce salto in avanti, a metà strada tra tradizioni e futuro.

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Come racconta il sito Yabai, dedicato proprio alla cultura giapponese, è stato in quel momento che ci si è accorti che nemmeno le famiglie erano le stesse. Nacque così un termine fortemente dispregiativo e razzista: la parola ainoko, letteralmente figlio di miscuglio, veniva usata per gli animali e le persone per alludere a un’idea di non purezza.

Gradualmente si passò a una definizione più neutra, konketsuji, che significa bambino di sangue misto, ma presto anche questa iniziò a essere usata in modo razzista. C’era una vera e propria ossessione dietro, tanto che di parole ne vennero coniate altre, come kokusaiji, bambino internazionaledaburu, dall’inglese double, e infine hāfu, ancora oggi in uso.

Inutile dirlo, ma l’idea stessa di creare una parola per definire qualcosa contribuisce a separarla da tutto il resto, come se fosse qualcosa di differente. La storia di tanti hāfu nati durante l’occupazione americana è l’esempio lampante di una profonda intolleranza verso il “diverso”.

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Emblematico è il caso dell’orfanotrofio cristiano Elizabeth Saunders Home, nella prefettura di Kanagawa. Fondato dall’ereditiera Miki Sawada nel 1948 grazie alla donazione di una donna inglese appena deceduta, fu l’unico ad accogliere i bambini nati dalle relazioni tra soldati americani e donne giapponesi e a dare loro un futuro.

Come ricordato dal Japan Times, si calcola che solo nel 1952 fossero nati da 5.000 a 10.000 bambini hāfu, alcuni da storie d’amore, altri dalla violenza o dalla prostituzione. Molti dei padri tornarono negli Stati Uniti, lasciando i loro figli (consapevolmente o no), alle loro madri, che spesso non avevano i mezzi necessari per tenerli.

Miki Sawada salvò 2.000 di quei bambini, facendoli crescere nel suo orfanotrofio o facendoli adottare all’estero. Ma cosa successe a tutti gli altri? C’è chi parla addirittura di centinaia di migliaia di bambini scomparsi e molto probabilmente eliminati.

La stessa Sawada raccontò poi nella sua autobiografia di aver preso la decisione di aprire la sua Elizabeth Saunders Home dopo un’esperienza terribile. Mentre si trovava in viaggio su un treno nella prefettura di Gifu, nel 1947, un neonato nero già morto, avvolto in carta da giornale, era caduto dalla cappelliera tra le sue braccia.

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Dopo oltre mezzo secolo di discriminazione razziale, nel Giappone di oggi essere un hāfu sta diventando un punto a favore. Non stupisce, visto che oggi si stima che un giapponese su cinquanta sia proprio hāfu.

Da minoranza bistrattata, nel ventunesimo secolo sono ora considerati persino superiori agli altri normali giapponesi, almeno per le fasce più giovani. Si tratta di attori, artisti, modelli, cantanti, sportivi e figure pubbliche che, in alcuni casi, vengono quasi idolatrati.

Molti di loro sono personaggi a cui ispirarsi e da copiare, come Ariana Miyamoto, eletta Miss Giappone nel 2015 e prima hāfu a indossare la corona di reginetta di bellezza. Di padre afroamericano e madre giapponese, ha raccontato in un’intervista ad Al Jazeera America di aver ricevuto tante congratulazioni, ma anche moltissimi messaggi venati di razzismo.

Ho partecipato a Miss Giappone aspettandomi qualche critica, quindi non è stata una grande sorpresa per me. Ma, naturalmente, questi tipi di commenti non mi fanno sentire bene, quindi faccio del mio meglio per trasformarli in motivazioni positive.

Ariana ha spiegato di aver sentito quel tipo di commenti fin dall’infanzia. Vittima di bullismo, veniva persino chiamata con termini giapponesi ancora più dispregiativi. E c’era persino chi le lanciava addosso la spazzatura o si rifiutava di nuotare con lei nella stessa piscina.

Dopo essersi tenuta dentro un malessere che le stava scavando l’anima, Ariana ha trovato la forza di reagire dopo il gesto estremo di un amico morto suicida, anche lui hāfu e discriminato. La decisione di partecipare a Miss Giappone è nata proprio come una sfida a chi per tanti anni l’aveva fatta sentire diversa.

 

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