Jizō, le statuette che accompagnano i “bambini dell’acqua”, nati morti o uccisi - Roba da Donne

Tra le tante tradizioni giapponesi, ce n’è una poco conosciuta legata al culto di Jizō, il monaco buddhista protettore dei viandanti e dei bambini, e all’idea del sai no kawara, un luogo mistico e liminale abitato dai neonati e bambini morti.

Secondo le antiche leggende del Giappone, in questa sorta di regno spirituale le anime dei bambini morti costruiscono degli stupa di pietre, una sorta di monumento votivo buddhista che mantiene vivo il legame con i genitori. Queste anime, vessate dai demoni che distruggono continuamente i loro stupa, trovano però conforto proprio in Jizō.

Ne parla un bell’articolo apparso sul Japanese Journal of Religious Studies in cui si fa riferimento anche al mizuko kuyō, l’usanza più recente di commemorare i “figli d’acqua”, ovvero i feti morti per cause naturali o per aborto.

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Il rituale è diffuso ancora oggi e comprende una cerimonia con preghiere e, in caso di aborto volontario, anche le scuse della madre verso una vita non vissuta. Viene quindi posizionata in un tempio, accanto alle altre, una piccola statuina di pietra raffigurante Jizō.

Normalmente la divinità di pietra è bardata di rosso, con un copricapo e altre decorazioni che ricordano quelle dei bambini. Il suo scopo è quello di creare un collegamento tra vivi e morti e permettere alla madre di “espiare” in qualche modo quanto accaduto.

La nascita di questo rito tradizionale risale però solo al Novecento e in particolare nel Dopoguerra. Ciò potrebbe essere collegato alla legalizzazione dell’aborto in Giappone, nel 1949, e alla necessità di avere un servizio commemorativo anche per i feti.

In quegli stessi anni, il Paese si appassiona al processo alla serial killer Miyuki Ishikawa, conosciuta anche come Oni-Sanba ovvero l’Ostetrica Demone. Durante il conflitto mondiale, tra il 1944 e il 1948, la donna aveva lasciato morire di fame almeno un centinaio di neonati (ma si stima siano stati 169) perché considerava fossero un fardello per le loro madri, di umili origini.

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Nonostante i nuovi diritti acquisiti e il cambiamento radicale della società, gli anni Cinquanta sono un periodo complesso per le donne in Giappone e la nascita del rituale per i “bambini dell’acqua” ne è una dimostrazione. Alcuni studiosi hanno notato come il mizuko kuyō, totalmente assente nel paese fino a quel momento, sia intriso di una forte componente di accusa verso la madre.

La perdita del feto viene associata a una sorta di fallimento materno all’interno della propria famiglia e della società. Oltre al dolore dell’aborto, naturale o volontario che sia, deve affrontare lo stigma sociale.

Il culto di Jizō è al centro anche di un romanzo di recente pubblicazione, intitolato La donna dal kimono bianco, esordio letterario della giornalista americana Ana Johns. La vicenda si ispira alla storia del padre dell’autrice: l’uomo si trovava in Giappone durante e dopo la Seconda guerra mondiale e fu testimone di una tragedia poco nota.

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In quel periodo molte giovani giapponesi intrecciarono storie con gli stranieri, che portarono alla nascita di circa diecimila bambini di sangue misto. Tuttavia, solo circa settecento di questi furono portati in orfanotrofio. Tutti gli altri, considerati figli della vergogna o Hāfu (da half, metà, ovvero i mezzosangue), molto probabilmente diventarono bambini dell’acqua.

Persino nel Giappone contemporaneo resta un senso di diffidenza verso gli Hāfu. Come racconta un approfondimento di Focus Giappone di qualche anno fa, resta una nazione culturalmente omogenea. Persino chi è nato e cresciuto nel Paese, ma con un genitore originario di un altro stato, può continuare a essere considerato non-giapponese e diverso da tutti gli altri.

Articolo originale pubblicato il 20 Luglio 2020

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