Per Maria Concetta Cacciola, condannata a morte perché voleva la libertà - Roba da Donne

Per Maria Concetta Cacciola, condannata a morte perché voleva la libertà

La storia della giovane donna che non si piegò al volere della famiglia e della 'ndrangheta: fu uccisa barbaramente a poco più di trent'anni perché aveva osato andare contro tutti

Come tante brutte storie di cronaca del nostro Paese, anche questa inizia con la morte di una donna. Si chiamava Maria Concetta Cacciola e aveva solo trentuno anni: nella sua vicenda, conclusasi tragicamente il 20 agosto del 2011, la ‘ndrangheta, la violenza in famiglia e il senso di colpa si avvilupparono fino a toglierle l’ultimo respiro.

Un dramma umano, familiare e sociopolitico, ricostruito egregiamente in un articolo di qualche tempo fa dell’Espresso, che è solo uno dei tanti racconti del terrore di una terra che non trova ancora pace.

Quando Maria Concetta Cacciola nasce a Rosarno, nel 1980, la sua vita sembra già essere decisa. Suo padre Michele Cacciola è cognato di un noto esponente del clan calabrese dei Bellocco ed è noto alle cronache per diverse attività malavitose, così come il figlio Giuseppe Cacciola.

Come per le altre donne dei clan, è destinata a diventare una merce di scambio. Ci sono fragili alleanze da tenere in piedi. Maria Concetta, che tutti chiamano semplicemente Cetta, inizia subito a cercare la libertà da una famiglia che la soffoca e la opprime. A 13 anni decide di cedere al corteggiamento del compaesano Salvatore Figliuzzi, a cui segue la classica fuitina e il matrimonio al compimento dei sedici anni.

Già sposa, ma ancora bambina, presto si accorge che il marito l’ha sposata solo per entrare a far parte della cosca. Seguono le violenze e la richiesta di aiuto alla famiglia di origine, ma suo padre si rifiuta di aiutarla. “Questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita“, le dice.

Quando Salvatore viene condannato a otto anni di carcere, nel 2005, Maria Concetta Cacciola è già madre di tre figli. A “vegliare” su di lei e a controllare che non disonori la famiglia c’è ancora una volta suo padre.

“Come posso campare così se non posso nemmeno respirare”, scrive in una lettera al marito. “Dimmi tu cosa ho fatto di male se non posso nemmeno avere uno sfogo, gli piace di vedermi disperata dalla mattina alla sera”.

La salvezza sembra arrivare all’improvviso da un amore sbocciato su Facebook. Anche lui è calabrese, ma abita in Germania. Per due anni riesce a mantenere il segreto, ma nel 2010 qualcuno invia delle lettere anonime ai Cacciola per avvisarli della situazione.

Furiosi, suo padre e suo fratello affrontano Cetta: lei conferma tutto e annuncia di voler lasciare il marito. Segue un violento pestaggio, che la fa finire in ospedale con una costola rotta. Tutto viene però messo a tacere grazie alla compiacenza di uno zio medico.

Passano alcuni mesi e la situazione sembra precipitare per Maria Concetta Cacciola, tanto da spingerla a prendere una decisione importante. Esasperata, nel maggio del 2011 si sfoga con un Maresciallo dei Carabinieri.

Racconta tutto. Le botte, le minacce, le lettere, la paura di essere uccisa. Dice di aver pensato più volte di scappare, ma di non aver mai trovato il coraggio. Da quel momento sceglie però di diventare collaboratrice di giustizia, come ha già fatto sua cugina, Giuseppina Pesce.

Deve però rinunciare ai suoi figli, che decide dolorosamente di affidare alla madre Anna Rosalba Lazzaro. Sfoga tutto il suo tormento in una lettera d’addio, in cui spiega la sua posizione.

Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire una figlia… so il dolore che ti sto provocando, e spiegandoti tutto almeno ti darai una spiegazione a tutto… non volevo lasciarti senza dirti niente. […] La cosa più bella sono i miei figli… li lascio con dolore, un dolore, che nessuno mi ricompensa. […] Mamma abbraccia i miei figli come hai sempre fatto e parlagli di me, non lasciarli a loro, non sono degni di loro, di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi.

Prima della fine di maggio, i carabinieri prelevano Maria Concetta durante la notte e la portano in un agriturismo calabrese, dove rimane per un mese. Trasferita nel giro di un mese a Bolzano e poi a Genova, per motivi di sicurezza, il 2 agosto cede alla nostalgia e chiama la madre.

I genitori vanno subito a riprendersela e già durante il viaggio lei capisce di aver sbagliato. Così, a metà strada Maria Concetta chiama gli agenti del servizio di protezione e si fa riportare a Genova. Ma i Cacciola non hanno intenzione di rinunciare ancora alla figlia e lei cede di nuovo.

Stavolta la debolezza si rivela fatale. Lei sa già di aver rinunciato all’amore e alla possibilità di una nuova vita, come ha amaramente constatato in uno degli ultimi messaggi inviati all’uomo che ama.

So che se torno a casa ti ho perso. I miei non perdonano l’onore e la dignità e io, per loro, li ho traditi entrambi.

Tornata a Rosarno da una manciata di giorni, il 20 agosto del 2011 viene ritrovata senza vita nel bagno della villetta di famiglia. Ha bevuto acido muriatico. Parte subito una battaglia legale, che vede i Cacciola schierarsi contro le forze dell’ordine, che accusano di aver raggirato la figlia, spingendola al suicidio.

Sostengono che Cetta si sia inventata tutte le accuse al padre e al fratello e portano come prova una lettera d’addio e un nastro, che si scoprono poi essere stati estorti e fabbricati. La verità viene a galla dai messaggi inviati all’uomo che amava, in cui spiega di essere stata costretta dagli avvocati di famiglia a mentire.

Le successive indagini e il processo stabiliscono che Maria Concetta Cacciola è stata costretta a uccidersi e che si tratta quindi di omicidio. Il padre, il fratello e la madre vengono giudicati colpevoli e condannati con il rito abbreviato a pene che vanno dai 4 ai 6 anni di carcere.

“Mio papà ha due cuori: la figlia o l’onore?”, aveva detto a un’amica, in una telefonata registrata pochi giorni prima della morte. “In questo momento dice che vuole la figlia, però dentro di lui c’è anche quell’altro fatto”.

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