Enrica Calabresi e la scelta di suicidarsi pur di non rinunciare alla dignità - Roba da Donne

Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1944, Enrica Calabresi si toglie la vita nel carcere femminile Santa Verdiana, a Firenze. Beve il veleno che lei stessa ha preparato e decide così di scegliere da sola il suo destino, sottraendosi a quel vagone della morte che il giorno dopo l’avrebbe portata ad Auschwitz.

Enrica Calabresi non ci ha lasciato un diario, come Anna Frank o Etty Hillesum. Sono in pochi a ricordare il suo nome, eppure chi ha avuto la possibilità di ripercorrere i suoi giorni non ha più potuto dimenticare il suo nome.

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Paolo Ciampi, autore del libro Un nome, ha ripercorso la sua storia, raccogliendo le testimonianze di chi l’ha conosciuta. Ha intitolato così la sua biografia, perché proprio da lì è partito.

Un nome. Anzi, all’inizio nemmeno quello. All’inizio c’è il silenzio. Un vuoto senza emozioni. Come se un buco nero avesse risucchiato tutta una vita. Solo dopo diventa un nome: di quelli che si perdono tra i tanti. Pensate a una spiga in un campo di grano, oppure a un granello di sabbia che scivola tra le mani. O, piuttosto, a un cadavere tra gli innumerevoli nella fossa comune della Storia. Enrica Calabresi, zoologa.

Enrica Calabresi nasce il 10 novembre del 1891 a Ferrara da una coppia di ebrei sefarditi. La sua famiglia ha una lunga storia e la loro presenza nella città risale al Cinquecento. I suoi genitori non sono praticanti, tanto che quando nasce Giuseppe, unico fratello maschio di Enrica, la madre si oppone con forza alla circoncisione.

I Calabresi sono una famiglia unita, operosa e colta: oltre a due sorelle e un fratello, Enrica ha tanti zii, cugine e parenti, e quasi tutti sono laureati. Quando arriva il suo turno di scegliere l’università, decide di frequentare Scienze naturali a Firenze. Si laurea brillantemente nel 1914, ma nel frattempo è già stata assunta come assistente presso il Gabinetto di zoologia e anatomia dell’università fiorentina.

Mentre sembra essere destinata a una promettente carriera accademica, l’Europa precipita nella Grande Guerra e si porta via tante vite umane. Tra i milioni di morti c’è anche il giovane che Enrica ha conosciuto durante gli studi e di cui si è innamorata. Si chiama Giovanni Battista De Gasperi.

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Nel 1915 Giovanni parte per il fronte tenente degli alpini, ma muore un anno dopo, nel maggio del 1916, a soli 24 anni e con già oltre cento pubblicazioni scientifiche alle spalle. Devastata per il lutto, Enrica lascia il lavoro per diventare crocerossina. Quando torna a Firenze, niente è più come prima.

Da quel momento, perde ogni forma di “leggerezza” tipica della giovane età: si veste in modo dimesso, senza colori, non si trucca, non indossa gioielli e non va nemmeno dalla parrucchiera. Quella che è tornata dalla guerra, dopo due anni, è un’altra ragazza.

Dopo diversi anni come assistente presso la Società Entomologica, nel 1924 ottiene l’abilitazione all’insegnamento della zoologia. Sul finire dello stesso anno, le camicie nere sfilano per il capoluogo toscano, in un crescendo di violenze e soprusi verso chi non vuole piegarsi alla dittatura di Mussolini.

Intanto le ricerche e le pubblicazioni di Enrica si diffondono in tutta Europa, consentendole di collaborare con la Treccani e l’Università di Berlino. Improvvisamente, nel 1932, viene costretta a lasciare il suo incarico di docente all’Università di Firenze, che passa a un fervente fascista, ovviamente non ebreo.

Enrica riesce a trovare lavoro presso il liceo Galilei di Firenze, ma viene licenziata subito dopo le Leggi Razziali, nel 1938. Tra gli allievi che assistono impotenti c’è anche Margherita Hack, che nella prefazione al libro di Ciampi ha ricordato quel momento.

Sapevo perché era scomparsa dal Liceo Galileo, poche settimane dopo che avevo iniziato la seconda liceo, sapevo della discriminazione di cui cominciavano a essere oggetto i tanti amici e conoscente ebrei che facevano parte della Società teosofica, di cui era presidente il babbo mio. Avrei voluto parlarle, esprimerle tutta la mai solidarietà. Non ebbi il coraggio.

Enrica Calabresi non resta con le mani in mano e inizia a insegnare in una piccola scuola improvvisata, formata da docenti e alunni ebrei. La chiamano Corsi Medi Ebraici e per alcuni anni sembra portare speranza a tutti, poi scoppia la guerra. Enrica potrebbe scappare in Svizzera, con la famiglia, ma decide di restare vicino ai suoi ragazzi.

Quando viene arrestata, nel 1944, sa di non avere speranza. Ha già visto troppi partire per i campi di sterminio e non tornare. Ha sentito molte storie tragiche e vuole essere lei a decidere per se stessa. In tasca ha una fiala che porta con sé da giorni.

Non c’è scampo per quella formulazione ferale, uscita dalle sue mani e dalle sue competenze scientifiche. Prima di morire, Enrica Calabresi lascia una sola lettera, in cui chiede alle suore della prigione di prendere in consegna i suoi oggetti e di non farli cadere nelle mani dei tedeschi. Chiede anche di usarli per opere di bene e poi si scusa con Dio.

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