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"Ci hanno reso, per sempre, persone non normali", non dimentichiamo Ida Marcheria

La storia della "ragazza che sognava il cioccolato": sopravvissuta al campo di concentramento, fu una delle maggiori testimoni dell'olocausto

“Me l’hanno voluta fare per forza quella foto, non volevo, non mi piacciono queste cose”. Lo scatto che Ida Marcheria, sopravvissuta alla Shoah, non avrebbe voluto fare era quello che la ritraeva ormai adulta con il numero di matricola impresso sul braccio. Lei, una delle persone “fortunate” a essere tornate indietro, aveva passato il resto della sua vita a ricordare, senza mai poter uscire da quella che considerava una sorta di condanna a morte. “Noi siamo malati”, raccontò in una delle sue ultime interviste, al Piccolo, “di una malattia dalla quale non si guarisce, che non andrà mai via”.

Secondo Primo Levi, per alcuni ebrei essere sopravvissuti diventava persino una vergogna, perché quello che “era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile”, scrisse ne I sommersi e i salvati. Qualcosa, insomma, che “non avrebbe potuto essere lavato mai più” e che dimostrava tutto il male di cui era capace l’uomo. Ida Marcheria era arrivata a pensare che quella malattia dovesse morire insieme a loro, a chi ce l’aveva fatta. “Meglio sappiano che c’è solo la pace”, disse, parlando della sua difficoltà a parlare alle nuove generazioni di quello che le era accaduto. Un coraggio che aveva trovato solo molto in là con gli anni.

Ida Marcheria nacque a Trieste nel 1929, da una famiglia ebraica originaria dell’isola di Corfù. Suo padre, che si chiamava Ernesto, era commerciante di prodotti kasher e possedeva un negozio frequentato da tutti i triestini. Sua madre Anna era casalinga e si occupava dei figli: Giacomo, il più grande, Raffaele, il secondogenito, Ida e Stella, da tutti chiamata Stellina per distinguerla dalla nonna. Ebbe un’infanzia felice, come raccontato in un’intervista al National Geographic, che non poteva lasciar presagire l’orrore.

Trieste, una gran bella città, era, come si direbbe oggi, multiculturale, multietnica: c’erano ebrei, anche originari della Grecia – molti come il nonno provenivano da Corfù – austriaci, ungheresi, sloveni, italiani ovviamente, insomma Trieste era una gradevole Babele di lingue, dialetti, di gusti, di profumi, di sapori. Una città di confine e di conseguenza di ricchezze culturali composite e magnifiche.

Dopo le leggi razziali, nel 1938, tutto cambiò.

Fu un processo molto lungo e parecchio umiliante. Qualcuno sostiene, oggi, che fu poca cosa. Non è assolutamente vero! Fu mortificante e doloroso. […] Non c’era più niente di decoroso nella vita quotidiana. Professionisti di valore, stimati da tutta la città, si videro cacciare dalle scuole, si impedì loro di svolgere una attività, spesso per tutti, ebrei e non, importante e necessaria. I bambini furono cacciati dalle scuole pubbliche, costretti a dividersi dai loro compagni, tra vergogna, rabbia e pianti. Difficoltà continue, proibizioni sempre più numerose, sempre più avvilenti.

Ida Marcheria, i suoi genitori e i suoi fratelli furono proprio i primi ebrei in città a essere arrestati dai tedeschi, nel 1943, su segnalazione delle autorità italiane. Vennero prima condotti nel carcere triestino e poi deportati nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Ida venne marchiata con il numero identificativo, così come i fratelli Giacomo e Stella. I suoi genitori e il fratello Raffaele, invece, furono portati immediatamente alle camere a gas.

Ce lo dissero subito che erano finiti nei crematori, che erano diventati fumo. Noi, io e mia sorella, eravamo andate a piedi nel campo, gli altri via, sul camion. La mamma la vidi fino all’ultimo, mi guardava e non parlava, non piangeva.

Ida e Stella finirono al Kanada Kommando, il magazzino dove i nazisti raccoglievano e smistavano i beni confiscati agli ebrei. E lì finì anche la loro infanzia: con una lurida coperta a ripararsi dal freddo e vecchi zoccoli ai piedi, dovevano preparare i pacchi per i tedeschi, pieni di indumenti, oro e oggetti appartenuti alle persone mandate nei campi di concentramento.

Le ragazze che provavano a rubare finivano nel forno oppure venivano fucilate. Persino Ida rischiò di morire, per aver osato rubare del pane da dare ad altri detenuti appena arrivati, ma il caso la salvò: c’erano già troppe persone in fila per essere gasate. Si salvò anche dalle terribili marce della morte, alla fine della guerra, ma anche fuori dal campo non l’aspettava una situazione serena.

Ero tornata dall’inferno di Auschwitz nuda e cruda, tenendo per mano mia sorella. Ed era come se nulla fosse accaduto. Trovammo che casa nostra era stata occupata da un fascista con la sua famiglia. Era stata data a lui, per chissà quali alti meriti, così come l’avevamo lasciata. […] Il fascista che aveva occupato la nostra casa non aveva alcuna intenzione di ridarcela. Fummo perciò costrette a chiedere ospitalità, almeno un letto dove dormire, a qualche conoscente.

Appoggiandosi ad amici di famiglia e parenti, i tre fratelli Marcheria provarono a ricostruirsi una vita. Ida si sposò e si trasferì a Roma con il marito, iniziando a lavorare nel suo laboratorio di cioccolata, ancora oggi attivo e amatissimo. Anche il fratello Giacomo si costruì una famiglia, mentre la piccola di casa non riuscì mai a uscire dall’incubo. Tormentata dal suo passato, Stellina si tolse la vita negli Anni Settanta.

Il coraggio per parlare, Ida Marcheria lo trovò solo più avanti con l’età. Scomparsa nel 2015, la sua storia è stata raccontata anche nel docu-film Memoria di Ruggero Gabbai e nel libro La ragazza che sognava il cioccolato di Roberto Olla. Lei stessa la narrò nell’autobiografia Non perdonerò mai, che ripercorreva gli anni più foschi della sua vita. Non riuscì mai a cancellare la rabbia per quello che era stato fatto a lei, alla sua famiglia e a milioni di persone in tutta Europa.

Non è possibile, dentro di me è tutto come allora: ci hanno distrutto prima la giovinezza, poi la vecchiaia. Ci hanno reso, per sempre, persone non normali.

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