'Vi racconto Nomadelfia, che non ha niente a che fare con la comunità Amish' - Roba da Donne

"Vi racconto Nomadelfia, che non ha niente a che fare con la comunità Amish"

Ci ha scritto Federica, una ragazza che appartiene alla comunità di Nomadelfia. Con la sua testimonianza abbiamo saputo un po' di più di questo mondo e capito che ci sono moltissime differenze con gli Amish

Tempo fa abbiamo scritto un articolo in cui parlavamo della comunità Amish e delle cose a cui chi vi appartiene deve rinunciare, facendo un parallelismo con la comunità italiana di Nomadelfia.

Leggendo quell’articolo, tempo dopo ha voluto scriverci Federica, che a Nomadelfia appartiene, per sottolineare alcune inesattezze rispetto a quanto avevamo scritto e per fare alcune precisazioni; abbiamo perciò colto l’occasione per rivolgerle alcune domande, in modo da scoprire di più di questo interessante mondo, in cui comunque le differenze rispetto agli Amish sembrano davvero evidenti.

Quali sono le regole della vostra comunità?

“Cerco di dare una visione generale, perché ci sarebbe molto da parlare, ma non è possibile entrare nel dettaglio di ogni ambito. Partiamo dalle regole di ingresso e uscita. Possono essere membri effettivi di Nomadelfia sia sacerdoti che laici, purché maggiorenni (sposati e non), cattolici praticanti. Si diventa membri effettivi della comunità dopo un periodo di discernimento di tre anni, obbligatorio anche per chi è nato e cresciuto nella comunità.

Far parte di Nomadelfia è una vocazione: significa che deve essere una scelta libera e consapevole. Chi vuole andare via può farlo in qualunque momento senza spiegazioni.

Nomadelfia significa legge di fraternità, e il nostro scopo è vivere questo valore in modo radicale. Il modo migliore per capirla è pensare a una grande famiglia, una famiglia di famiglie. Ad esempio, abbiamo scelto la comunione totale dei beni, in uno spirito di sobrietà. Questo significa che io posseggo solo beni di uso personale e quello che è necessario a una vita dignitosa, e che gli edifici, gli elettrodomestici, le automobili eccetera. sono in condivisione.

Le famiglie vivono riunite in gruppi familiari di 3 o 4 famiglie, più varie persone non sposate, condividendo la vita del giorno in una casa centrale dove troviamo la cucina, la sala da pranzo, la lavanderia e la stireria; ma poi, per i momenti di riposo, ogni famiglia ha una sua casetta con le camere da letto e i servizi. Questa forma di condivisione ‘ravvicinata’ serve a fare in modo che ogni famiglia sia di sostegno all’altra.

Inoltre, ogni famiglia è aperta all’accoglienza di minori in stato di abbandono o disagio familiare, che ci vengono affidati dal tribunale dei minori. Anche nelle attività economiche cerchiamo di vivere la fraternità. Lavoriamo nelle aziende comunitarie (abbiamo una cooperativa agricola, che produce per il nostro fabbisogno e in parte per l’esterno, e una culturale) e prestiamo servizio presso la nostra Onlus o presso la nostra Associazione, che ogni anno organizza spettacoli e altre attività culturali rivolte all’esterno.

I rapporti interni non sono gerarchici ma vige il principio della corresponsabilità. Bambini e ragazzi frequentano una scuola interna e danno gli esami come privatisti ogni anno. Raggiunta la maggiore età fanno quello che fanno tutti: decidono di andare all’università, si cercano un lavoro, o decidono di fare altre esperienze temporanee: tirocini, missione, scambi culturali.

Io ho conosciuto Nomadelfia quando ero all’università grazie al mio attuale marito. Ci è voluto un po’ prima che capissi che era la mia strada: io e Paolo stavamo insieme ed ero innamorata di lui, ma ero pronta a rompere se le nostre strade non fossero andate insieme.

Dopo un lungo cammino personale di riflessione sulla mia vita, su quello che volevo e quello che ritenevo importante, ho deciso: ad aprile mi sono laureata e a maggio sono andata a vivere a Nomadelfia. Oggi sono molto felice della mia decisione“.

Qual è la vostra posizione su questi temi: donne e maternità e, soprattutto, sulla possibilità di scegliere di non essere madri.
Donne e stereotipi di genere (suddivisione dei compiti e parità tra i sessi).

Stiamo parlando di cosa crediamo riguardo la società in generale, o dello stile di vita comunitario? Cerco di rispondere tenendo presente entrambi gli aspetti.
Sulla società in generale, non credo esista una ‘nostra’ posizione ufficiale in merito; posso dirle quale è la mia, da ragazza 32enne. Sono sempre stata una sostenitrice della parità e del rispetto, che ritengo valori non negoziabili. Da quando sono in comunità non ho mai avuto la percezione che questi principi venissero messi in discussione.

Sono sempre stata convinta di voler lavorare anche perché, ragionando in un’ottica cristiana, i talenti vanno fatti fiorire. Però sono anche convinta che, se una donna decide di lasciare il lavoro a restare a casa con i figli, deve essere libera di farlo.

L’importante è che non sia di fatto costretta, dalla famiglia, dal datore di lavoro o dalla società in generale. In sostanza credo che una ‘buona’ società debba garantire entrambe queste due forme di libertà, cioè lavorare e stare a casa, per sempre o per un periodo, anche perché ‘stare a casa’ non è una vacanza, ma è comunque un lavoro e in quanto tale ha la sua dignità.

Quanto alla maternità, per me è stata un’esperienza stupenda. C’è da dire altro? Come donna cristiana credo che non si smetta mai di essere madri, è il nostro modo in cui viviamo la carità. Però capisco che non per tutte sia così, non tutte condividono questa visione. Rispetto molto chi non sente di essere fatta per il matrimonio e la maternità.

Per quanto riguarda lo stile di vita comunitario e le scelte personali delle donne che vivono a Nomadelfia, la nostra opinione condivisa è che la madre abbia un ruolo speciale nella vita di un bambino, soprattutto nei primi anni di vita; per questo a Nomadelfia c’è un forte rispetto per questa fase di vita del bambino e della donna (ad esempio, ci viene permesso di stare a casa dal lavoro quando abbiamo un bambino piccolo, anche oltre i 6 mesi previsti dalla legislazione italiana). Al di là di questo, quasi tutte le donne di Nomadelfia – me compresa – hanno uno o più incarichi fuori casa, generalmente nelle scuole e negli uffici“.

Contraccezione; libertà sessuale, autodeterminazione del corpo della donna e rapporti fuori dal matrimonio.

Nomadelfia è una comunità cattolica, quindi non esiste una ‘nostra’ posizione se non quella espressa ufficialmente dalla Chiesa. Essendo una comunità di cattolici praticanti, diamo per scontato che chi chiede di esserne parte conosca e abbia capito di cosa si sta parlando. Ma finisce qui: non è che abbiamo stabilito delle regole in merito, né ci mettiamo a fare domande sulla vita sessuale degli altri.

Di nuovo, posso provare a raccontare la mia esperienza personale. La mia famiglia mi ha educato secondo la morale cattolica ma mi ha lasciato libera di fare le mie scelte. La morale cattolica non mi è stata imposta ma sono stata io – prima di andare a vivere a Nomadelfia – che a un certo punto mi sono chiesta dei ‘perché’, ho approfondito, mi sono confrontata con amici e sacerdoti, e ho sentito che quei principi non erano fini a se stessi ma mi rendevano felice.

Quindi non mi sono sentita limitata nella mia libertà sessuale; l’ho solo espressa a modo mio, in un mondo in cui ognuno fa le proprie scelte. Non tutte le mie amiche hanno le mie stesse vedute, ma si sono sempre sentite libere di raccontarmi le loro esperienze senza timore di giudizio. Però anche io ho fatto le mie scelte: per esempio mi sono sposata senza aver convissuto prima, e per me è stato bello così”.

Come vengono gestite le relazioni o le famiglie tra un membro della comunità e un esterno?

Come le gestisce chiunque altro. Questa domanda mi viene rivolta spesso e sinceramente non capisco il perché. La scelta di vivere in comunità è una scelta come un’altra; non capisco perché questo dovrebbe portarmi a ‘gestire’ i rapporti con i miei amici e parenti in modo diverso da come fa lei, come fanno tutti quelli che vivono in una casa ‘normale’ e hanno un lavoro ‘normale’ (qualunque cosa voglia dire questa parola)“.

Qual è il vostro approccio al denaro, alla proprietà privata e agli input che vengono dall’esterno (tv, pubblicità, social, libri), potete usufruire di questi media a piacimento o con che regole/limitazioni?

Rispondo punto per punto.
Denaro: è il mezzo di scambio tipico della società di mercato in cui viviamo. Non c’è niente di intrinsecamente sbagliato; dipende dall’uso che se ne fa. Noi non usiamo denaro nei nostri rapporti interni. Ripeto che Nomadelfia è una grande famiglia, e in famiglia non chiedo di essere pagata per sostituire una lampadina o per passare l’aspirapolvere: lo faccio per amore.

Però come tutti i cittadini italiani usiamo il denaro per i rapporti esterni, incluso l’acquisto di beni e servizi e il pagamento delle tasse.

Proprietà privata: la Chiesa non ha mai detto che sia sbagliata – anche se ci sarebbe molto da dire sulla destinazione universale dei beni e l’amministrazione responsabile, ma non è questa la sede adatta. Noi abbiamo scelto di condividere tutto, ma appunto, è una scelta nostra particolare, un nostro desiderio di radicalità che non può essere condiviso da chiunque.

Tv: non ci sono limitazioni per l’informazione e lo sport. Per l’intrattenimento, si cercano di limitare i contenuti diseducativi, come credo facciano tutti i genitori.

Social: li usiamo, cercando di educarci, ed educare i figli, a un uso responsabile di tutti i mezzi digitali.

Libri: nessuna limitazione“.

Quante persone arrivano e quante se ne vanno?

Dipende dai periodi. Io sono dell’88; mio marito è dell’87: i ragazzi nati in questi anni e cresciuti a Nomadelfia sono tornati quasi tutti dopo la laurea o comunque dopo aver fatto altre esperienze; di quelli nati tra l’84 e l’86 non è tornato quasi nessuno. Quando sono entrata io molte persone hanno fatto il loro ingresso pur non essendo nati e cresciuti a Nomadelfia. I giovani appena maggiorenni decidono quasi sempre di fare un periodo fuori, come è naturale che sia“.

Non c’è il rischio di un fondamentalismo religioso? E quello di essere anacronistici al nostro tempo?

Un’altra domanda che mi viene rivolta spesso e che non capisco. Il fondamentalismo è un’imposizione delle regole religiose in tutte le sfere del vivere sociale e politico. Se noi diciamo che vivere a Nomadelfia è una vocazione, significa proprio che deve essere scelta liberamente, e che non è per tutti. Se oggi esistiamo è anche grazie a uno Stato che garantisce le libertà fondamentali, a partire dalla libertà di pensiero, espressione, professione religiosa e associazione.

Non ci vedo nemmeno nulla di anacronistico, proprio perché viviamo in una società libera, in cui ognuno è libero di formarsi un piano di vita e perseguirlo“.

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