Vanessa e Aspasia, il salotto di tutte le donne del mondo

Empatia, conoscenza, informazione: sono elementi che hanno accompagnato il progetto di Vanessa Piccinini, che ha viaggiato in Asia per un anno, con il proprio progetto Aspasia.

Ascoltare le storie delle donne di tutto il mondo, seguendo l’insegnamento di Aspasia. È questo il progetto che ha portato in Asia, per un intero anno, Vanessa Piccinini, attivista e filosofa che ha concepito Aspasia – All World’s Women. Da marzo 2025 a marzo 2026, Vanessa ha viaggiato, ascoltato, documentato sorrisi e lacrime, paure e prospettive, vicende marginali e altre più rappresentative, con un solo scopo: mostrarci una realtà che forse non conosciamo appieno. Almeno finora.

Abbiamo intervistato Vanessa a un mese dal suo rientro in Italia e possiamo assicurarvi che è una forza della natura: non si ferma mai. Per esempio, prossimamente, uscirà sui suoi canali web/social la storia delle persone transgender in India. “È una storia bellissima – rivela a Roba da Donne – perché in India esiste il terzo genere, dato che le persone transgender in antichità venivano ritenute sacre. Sono stata in casa di una persona, una guru, che fa da madre a diverse persone transgender. La situazione per loro in India oggi è marginalizzata: non possono accedere a molti lavori, non possono studiare, molto spesso finiscono rifiutate dalle famiglie d’origine. Però poi vanno a formare nuove famiglie, unite da una sorellanza che non è di sangue, con una madre-guru”.

Vanessa, come nasce il progetto e come mai proprio l’Asia?

Il progetto nasce più di tre anni fa, dopo due mandati da assessora con delega alle pari opportunità nel mio Comune, Baiso in provincia di Reggio Emilia, dopo i miei studi di filosofia all’università e un master in diritti umani. È così che mi sono accostata al tema dei diritti delle donne, e ho sentito l’esigenza di parlare a un pubblico più ampio, rispetto al mio comune e alla mia provincia, di comunicare con più persone anche attraverso i video, e l’ho fatto attraverso i social, in particolare Instagram.

Nei miei primi viaggi personali ho sentito l’esigenza di includere il racconto dei diritti delle donne dei posti in cui sono stata, in cui sarei andata per viaggiare. Inizialmente il primo viaggio che ho fatto è stato in Sardegna. Ho fatto un viaggio on the road da sola. Era morta da poco Michela Murgia. Qualche mese prima comprai il suo libro che parla della Sardegna. Ho poi deciso di prolungare un ritiro che feci con delle altre ragazze e di stare lì da sola a girare la Sardegna attraverso il libro di Michela Murgia, e intervistare alcune donne. Ho intervistato delle scrittrici, delle donne che hanno fatto murales a Orgosolo. Altre donne che hanno dato il nome delle strade a donne famose di cui però non si parla mai. E ho raccontato attraverso Instagram questo viaggio in Sardegna.

Dopo sono stata in Messico, dove ho incontrato donne zapoteche e maya. Quindi in Giappone, dove ho intervistato una delle ultime donne sopravvissute a Hiroshima. E infine ho capito che potevo ampliare il viaggio, cioè coniugare la mia passione per il viaggio con il racconto delle storie delle donne. Io e mio marito abbiamo deciso di mollare tutto per girare il mondo. Abbiamo deciso di partire dall’Asia perché ci eravamo innamorati in Giappone della cultura orientale e ci ispirava scoprire di più di questo continente bellissimo che è l’Asia. Lui è partito con i suoi progetti, io sono partita con Aspasia per raccontare le storie delle donne dei Paesi che avrei visitato.

Da dove viene il nome?

Ho studiato per tantissimi anni filosofia, ed ero in particolar modo amante di Socrate. Poi un giorno ho letto che la maestra di Socrate, di cui non si parlava mai: era Aspasia, Aspasia di Mileto. Questa donna che, grazie al fatto che non era ateniese ma era una straniera, ha aperto una scuola dove insegnava ad altre donne, perché lei era acculturata, suo padre l’aveva fatta studiare e quindi aveva a che fare con tanti uomini importanti, come Socrate e Pericle. Platone racconta che era la maestra di Socrate, che probabilmente è stata lei a inventare la maieutica, che probabilmente è stata lei a scrivere il discorso di Pericle, però io che avevo studiato per così tanti anni filosofia non avevo mai sentito parlare di Aspasia. E quindi capii che io in realtà ero innamorata di Socrate, ma probabilmente quello che viene attribuito a Socrate è frutto di una donna di cui non si sa niente, non le si dà l’importanza che avrebbe dovuto avere. E quindi questo sentimento di riscatto mi accomunava a lei e a tutte le donne di cui io in realtà riporto le storie, perché non sempre le donne di cui parlo sono donne che hanno fatto chissà che cosa, sono semplicemente donne che sopravvivono e quindi io attraverso il progetto di Aspasia do loro voce.

Nel tuo viaggio hai girato un documentario a puntate, visibile su YouTube. Come hai selezionato le tantissime storie che avrai incontrato?

Mi ero detta che per ogni Paese avrei raccontato la storia di una donna. Sicuramente avrei voluto raccontare più storie, ma a livello di tempistiche e logistica, alla fine ho raccontato semplicemente la storia della donna che mi sembrava rappresentasse meglio le difficoltà e le discriminazioni che accomunano tutte le altre donne di quel determinato Paese.

La prima donna che ho intervistato è stata una monaca Bhikkhuni Theravada della Thailandia. In Thailandia è infatti un grosso problema per tantissime diventare monache ordinate, complete come i monaci. C’è una devozione molto grande in Thailandia nei confronti del buddismo Theravada e quindi ho pensato che la storia di questa monaca potesse essere paradigmatica.

In Mongolia ho raccontato invece la storia di Aigerim, una bambina diventata una delle cacciatrici d’aquile più importanti del Paese, perché questa nazione è riconosciuta e conosciuta da tutti per la tradizione. Nessuno sa che questa tradizione viene tramandata solo di padre in figlio e vengono escluse le donne: la storia di Aigerim poteva essere il simbolo invece di un cambiamento grosso per la Mongolia, per una tradizione che la rappresentava appieno e la rappresenta tutt’oggi.

Quali sono i maggiori pericoli per le donne che hai trovato in Asia? 

Quello che ti posso dire è che tanta disparità che ho trovato in Asia l’ho riconosciuta dentro di me, nel senso che in realtà tantissime discriminazioni accomunano le donne dell’Occidente e dell’Oriente. Con tante donne ho provato empatia subito. Ho avuto tantissimo a che fare anche con donne vittime di violenza, di tratta, di prostituzione, cose che succedono anche da noi ma che probabilmente da noi vengono, passami il termine, “nascoste meglio”.

Nel senso che in Asia tutta questa povertà porta tantissime donne e tantissime bambine a essere molto più esposte sulla strada e quindi tante difficoltà come la prostituzione, come la tratta di esseri umani. Le violenze sono più visibili, diventa tutto più visibile. In realtà da noi probabilmente tutti i giri di tratta di bambine, di ragazze, di donne che ci sono vengono un po’ nascoste come polvere sotto il tappeto. Noi donne occidentali siamo privilegiate da un punto di vista economico, di essere esposte meno a quelle che possono essere le difficoltà della strada.

In Asia ci sono posti in cui la povertà è una cosa molto, molto pesante e quindi ci sono bambine che camminano per strade e già pochi anni vengono abusate o portate nei giri di tratta. In India ho intervistato questa ragazzina che aveva solo 15 anni, ed è stata drogata, mentre camminava di giorno, da un cugino per poi essere trasportata in poche ore a Calcutta, dove è stata per alcuni giorni vittima di tratta, ha subito degli abusi, dei maltrattamenti, ma è riuscita a scappare.

Quali sono i tratti che vorresti emergessero maggiormente, cosa ti ha colpito delle donne nelle diverse nazioni dell’Asia in cui sei stata?

Quello che accomuna tutto il popolo asiatico è stato il vivere con molte meno cose e quindi in maniera molto più libera mentalmente. Mi hanno colpito molto queste donne, che con poco magari erano molto molto felici. Sembra un cliché, è un cliché, però è anche la realtà, perché meno cose hai – e io l’ho provato viaggiando con solo uno zaino – più la tua mente è libera perché pensa a meno cose, pensa a meno situazioni. Quello che non c’è in una buona parte dell’Asia che ho visto io, e che invece c’è da noi, è tantissimo stress e quindi magari adesso non voglio cadere in un altro cliché, ho visto donne raccontarmi dei loro problemi con una voglia di condivisione e di superare quella situazione che mi ha sbalordito.

Il tuo viaggio in Asia è terminato il 30 marzo 2026, dopo un anno. Ne intraprenderai un altro dopo esserti riposata un po’?

Siamo tornati in Italia il 2 aprile e abbiamo altri progetti in cantiere. C’è ancora la voglia di tornare in Asia di vedere altre parti del mondo e di continuare a raccontare delle storie delle donne che incontrerò. Quello che certamente vorrò fare è essere meno organizzata e lasciarmi trasportare di più da quello che vivo, perché le storie più belle le ho trovate inciampando su di loro. Nelle situazioni più difficili trovi le persone più autentiche.

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