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Gli orfani di femminicidio: morta la donna per lo Stato muoiono anche loro

Cosa accade "dopo"? Cosa ne è degli orfani di un femminicidio, che sono le vittime invisibili della violenza di genere? L'avvocata Patrizia Schiarizza ci spiega perché nel nostro Paese i bambini che hanno perso la loro madre sono, ancora oggi, abbandonati a se stessi.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Le interviste di RDD”

A volte non bastano 12 denunce per salvare una donna dalla violenza e dal femminicidio. Cosa succede dopo? Cosa ne è dei suoi orfani? Dei “nostri” orfani“.

Questo è il messaggio che campeggia sul manifesto dell’evento che Il Giardino Segreto ha organizzato per il 15 ottobre a Largo Ascianghi, a Roma.

Orfani di femminicidio: quando lo Stato non riconosce la violenza. Responsabilità prima e dopo.

Questo è il titolo dell’appuntamento in programma, in cui a prendere la parola saranno esperti della tutela di infanzia e adolescenza e autorità impegnate da anni contro la violenza di genere, voluto, come detto, da Il Giardino Segreto, l’associazione nata nel 2015 dalla volontà dell’avvocata Patrizia Schiarizza, con l’impegno e il desiderio di tutelare e rendere visibili gli orfani di femminicidio.

Bambini che nel nostro Paese, allo stato attuale delle cose, vengono spesso abbandonati a se stessi, vittime indirette, ma non per questo meno importanti, della violenza di genere, costretti a fare i conti con la perdita della madre, molto frequentemente per mano del padre, e non protetti adeguatamente per riuscire a convivere e a elaborare il trauma enorme.

C’è una legge, la n.4 dell’11 gennaio 2018, entrata in vigore il 16 febbraio dello scorso anno, che per la prima volta ha introdotto tutele per gli orfani, dall’accesso al patrocinio gratuito all’assistenza medico-psicologica, fino alla sospensione della pensione di reversibilità all’omicida e alla possibilità di modificare il cognome.

La legge stabilisce anche che il fondo per le vittime di mafia, usura e reati intenzionali violenti venga esteso agli orfani di crimini domestici, mettendo a disposizione 2 milioni di euro in più l’anno per borse di studio, formazione e inserimento lavorativo, cui devono essere aggiunti i 2 milioni per borse di studio e orientamento e i 3 milioni a favore delle famiglie affidatarie stanziate dalla legge di bilancio.

Il problema è che a oggi nessuno dei governi che si è succeduto ha provveduto ad attuare la legge, e i fondi sono rimasti bloccati.

Lo spunto per l’evento del 15 deriva dalla storia di Marianna Manduca, uccisa dall’ex marito nel 2007 a Palagonia, nel catanese, i cui figli sono stati adottati dal cugino di lei, Carmelo Calì, con la moglie Paola Giulianelli. Della sua storia abbiamo parlato in questo articolo.

Marianna aveva denunciato per dodici volte l’uomo che alla fine l’ha uccisa, e oltre alla rabbia per l’epilogo tragico della vicenda, ad aggiungere ulteriore sconcerto è stata la decisione della Corte d’appello di Messina, che nel marzo del 2019 ha annullato il risarcimento di 259.200 euro concesso ai tre orfani nel 2017 in primo grado.

Proprio la storia di Marianna, e l’incredibile decisione della corte messinese, sono stati il punto di partenza per l’intervista che abbiamo fatto all’avvocata Schiarizza, fondatrice e presidente de Il Giardino Segreto, a cui abbiamo chiesto prima di tutto come sia stato possibile il verificarsi di una situazione simile. Ovvero, cosa sia “andato storto” nella storia di Marianna e dei suoi bambini, che oggi vivono a Senigallia con Calì, la moglie e i due figli naturali della coppia.

Credo che sia stato decisivo il pregiudizio culturale e, nello specifico, la difficoltà di riconoscere la violenza. – ci ha spiegato l’avvocata – Nella sentenza la Corte afferma, in parole povere, che le leggi vigenti a quell’epoca non consentivano la protezione che Marianna chiedeva, con due motivazioni ‘tecniche’ che però non rispondono alla realtà. Ed anche di questo parleremo il 15 ottobre al nostro evento. 

È vero, come dice la Corte di Appello, che all’epoca non esisteva il reato di stalking [introdotto solo con il Decreto Legge n. 11 del 2009, convertito poi dalla Legge n. 38 del 2009, ndr.], ma il nostro sistema prevedeva già allora altri strumenti per proteggere le donne vittime di violenza. 

Le donne devono denunciare ma anche sapere che lo Stato può proteggerle in modo adeguato perché abbiamo un sistema normativo che lo permette. Il problema, ripeto, è culturale.

Nella sentenza di Appello di Marianna si legge in sostanza che anche se vi fosse stata la perquisizione che avrebbe portato al sequestro del coltello usato per uccidere Marianna, il marito avrebbe comunque trovato un altro modo per ucciderla.

Il messaggio che passa è inaccettabile: ‘donne, inutile che denunciate, tanto se vi vogliono ammazzare nulla potrà salvarvi’.”

Mutuiamo il titolo dell’evento in programma il 15 e chiediamo: perché a volte 12 denunce – come nel caso di Marianna – non bastano?

“Perché siamo circondati da pregiudizi di genere e stereotipi culturali. La sentenza Manduca ne è piena e ricorrono quotidianamente. Per citarne qualcuno: 1) L’uomo non tollera che una donna decida di porre fine alla relazione e di emanciparsi, nel senso letterale. Fa di tutto per impedirlo e lo fa spesso in modo ‘studiato’. Uno degli strumenti più usati sono le controdenunce e le iniziative processuali con le quali cerca di portarle via i figli. In questo scenario la donna da vittima diviene una strega contro cui si iniziano verifiche sulla sua ‘affidabilità’ e capacità genitoriale. Alla stessa Marianna erano stati tolti i figli per affidarli al marito.

2) La parola delle donne, il loro racconto deve fare i conti con uno stereotipo culturale che impone loro di sopportare ‘per il bene dei figli’, e quando non lo fanno la loro credibilità parte in svantaggio. Pensi alla Ministra che riferendosi alle donne che denunciano si è espressa definendo talune di loro come ‘isteriche’ [si riferisce al tweet, poi rimosso, della Ministra Giulia Bongiorno, che nel marzo 2019 ha scritto “Il codice rosso è una norma che prevede che quando una donna fa una denuncia per violenza deve essere ascoltata entro tre giorni dal Pg o dal Pm. Così si può appurare immediatamente se si ha a che fare con una isterica o con una donna in pericolo di vita e salvarla”, ndr.]

 3) la credibilità delle donne è messa a dura prova non solo dalle forze dell’ordine, che troppe volte ancora invitano le donne a non ‘drammatizzare’ e le rispediscono a casa invitandole a fare pace, ma anche dalla Magistratura che ancora fatica a riconoscere la violenza e troppo spesso, anche nei giudizi di separazione, la riduce a una ‘elevata conflittualità’. C’è una grande differenza tra conflitto e violenza. E poi c’è il problema delle prove: quello che accade nelle spesse mura di casa non permette alle donne di avere testimoni adeguati per un processo.”

Spesso ci occupiamo del femminicidio “a caldo”, restando sconvolti dalla notizia dell’ennesima vittima e parlando sempre di cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo. Meno frequentemente si pensa a cosa succede “dopo”. Dopo il femminicidio, dopo i processi, come funziona?

“Si spengono i riflettori e restano i figli e i familiari. Quasi sempre soli.

Esistono forti criticità per varie ragioni. In primis perché non ci sono dati esatti sulle vittime invisibili del femminicidio (orfani e familiari) e la prevenzione e la protezione necessitano di un’analisi di dati certi. Come avvenuto in materia di mafia, credo sia fondamentale che lo Stato inizi a contare le vittime invisibili del femminicidio. Così ci si renderebbe conto della gravità del problema.

Gli orfani e i familiari non riescono ad accedere ancora ai servizi di cura e aiuto previsti dalla legge 4/2018 a loro dedicata. Chi dovrebbe aiutare concretamente non conosce la legge, o non è preparato a intervenire. Non esistono Linee Guida o protocolli di intervento in materia psicologica e spesso i servizi sociali che sono i primi chiamati a intervenire sono del tutto impreparati e faticano a capire quale sia la soluzione migliore. Anche la Magistratura spesso assume decisioni ‘sfortunate’. Non sa quante volte ascoltiamo di orfani che sono stati affidati alla famiglia del padre e costretti ad andare a trovare l’uomo che ha ucciso loro la madre in carcere.

Poi c’è il problema, gravissimo, del regolamento attuativo, ossia dei fondi. La legge 4 prevedeva che nei tre mesi successivi alla sua entrata in vigore (e dunque entro maggio 2018) un regolamento congiunto dei Ministeri dell’Economia, delle Finanze, dell’Istruzione, dell’Interno, del Lavoro e della Salute avrebbe dovuto consentire alle famiglie e agli orfani di accedere al fondo di due milioni di euro. A oggi nessuno dei governi succedutisi in questo periodo ha fatto nulla”.

Quello del femminicidio e del destino di chi resta “dopo”, siano essi genitori, sorelle, fratelli o figli è un tema che ci sta molto a cuore: l’8 marzo 2019, nella giornata della festa della donna, la nostra testata ha lanciato il progetto  L’amore è un’altra storia”, che raccoglie le testimonianze video di donne sopravvissute a violenza o di familiari di vittime di femminicidio, al fine di raccontare cosa accade davvero quando i riflettori si spengono e l’interesse della cronaca scema.

È un viaggio nel dolore e nel tormento di famiglie costrette a subire, oltre all’oltraggio più grande, l’ingiustizia di un sistema che, con la lecita e doverosa volontà di tutelare i diritti del reo e garantirne il recupero, dimentica le donne trucidate con cadenza quasi quotidiana e costringe chi resta, o miracolosamente sopravvive, ad assistere a iniquità assurde come condanne irrisorie, rimborsi ridicoli o assenti, o a muoversi tra iter burocratici e spese legali insostenibili. 

Dalla raccolta di queste storie dolorose è nato un docufilm, Quanto vale la vita di una donna, il cui teaser è stato presentato a Firenze il 5 ottobre, nell’ambito del festival L’eredità delle donne diretto da Serena Dandini e realizzato da Elastica e Fondazione Cr Firenze, e che verrà lanciato a novembre del 2019. Lo scopo del docufilm, nato dall’esigenza di approfondire proprio le falle di un sistema che ancora mostra evidenti lacune nel proteggere le donne e nel tutelarne i familiari, è quello di creare, attraverso un tour nelle scuole e nelle principali città italiane, una nuova coscienza sociale informata rispetto a un’emergenza nazionale e chiedere allo Stato italiano risposte adeguate, nel rispetto della nostra Costituzione.

Nel docufilm ci sarà anche la storia di Giordana Di Stefano, che ricorda terribilmente quella di Marianna. Giordana viene uccisa nel 2015 dall’ex fidanzato con 48 coltellate, lasciando una bambina di quattro anni oggi affidata alla nonna materna, Vera Squatrito. Anche Giordana, come Marianna, aveva denunciato l’ex, restando inascoltata.

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