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“Se una donna sopravvissuta a un aguzzino deve sopravvivere all’ignoranza della gente”

"Caro Bruno Vespa, le racconto come si vive da sopravvissute". Inizia così la lettera che Grazia Biondi ha idealmente inviato al giornalista. "Non sei credibile se la mattina esci sorridendo alla vita [...] Noi 'sopravvissute', proprio perchè tali, siamo costrette a subire ogni forma di pregiudizio  quasi colpevoli per avercela fatta".

Caro Bruno Vespa , le racconto come si vive da ‘sopravvissute’“.

Comincia così la lettera che, via social, Grazia Biondi ha idealmente indirizzato al giornalista, dopo l’intervista fatta nel corso di Porta a Porta a Lucia Panigalli, sfuggita all’aggressione dell’ex compagno nove anni fa, e che gli è costata un procedimento disciplinare da parte dell’Ordine dei Giornalisti.

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Lei, Grazia, sa bene cosa significhi vivere con il terrore e sotto le continue intimidazioni proprio da parte di chi assicura di “amarti”. Suo marito l’ha vessata per nove, lunghi anni, costretta a vivere da reclusa nella sua stessa casa, picchiata, insultata, minacciata di continuo, “Stai zitta se non vuoi finire seppellita nel giardino di casa“.

Dopo quasi un decennio passato a subire, Grazia ha trovato la forza, e il coraggio, per ribellarsi: ha denunciato il marito, fondato l’Associazione Manden, entrata subito a far parte della rete di vittime e associazioni, l’AMA, parlato a Montecitorio nel novembre del 2017 in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, e ha vissuto sulla propria pelle altre beffe assurde: in primis, lo sconto di pena di cui ha goduto l’ex marito, dato che il pm aveva chiesto per l’uomo tre anni, ridotti poi, con la sentenza del luglio 2018, ad appena dieci mesi (dalla denuncia del 2011 si è arrivati a sentenza solo lo scorso anno). E poi l’ordine di sfratto dalla ex casa coniugale ricevuto nell’aprile del 2019, poi sospeso.

Rimasta negativamente colpita dal modo in cui Vespa ha condotto il colloquio con Lucia, Grazia si è sentita in dovere di raccontargli, via Facebook, cosa significhi davvero sopravvivere a esperienze di violenza come quelle che hanno passato loro, così come tante altre donne nel nostro Paese, da Lidia Vivoli  a Pinky Aulakh.

‘Grazia sai che a vederti non sembra che tu abbia vissuto alcuna violenza – si legge nel post –  parli bene, sei ben vestita e truccata, questo non fa bene a te, sei troppo composta e generica, devi parlare di come venivi maltrattata, violentata, derisa, umiliata… Altrimenti gli altri non crederanno che sei una vittima’.

“Ebbene si, mi si è gelato il sangue a sentirmi dire queste cose, perché io voglio dimenticare l’inferno che ho vissuto, non sono un fenomeno da baraccone né un film dell’horror.
Io sono una donna che vive il suo dolore con dignità, che non si piange addosso, non amo raccontare le violenza che subivo, ma amo raccontare il mio percorso verso la vita, verso quel miracolo che non tutte le donne riescono a ottenere e che si chiama libertà

Ho passato una notte insonne, mentre queste parole mi giravano nella mente, e mi sono chiesta perché la gente considera la violenza solo quando la vede, quando muori o quando sei fatta a pezzi o bruciata dall’acido.

In passato alcune persone a me vicine assistevano al mio dolore e sembravano godere della mia paura, quasi in modo sadico, non c’era un mio sguardo che suscitasse pietà, quasi a disturbarsi e a sentirsi sporcati da tanta violenza, quella che mi rompeva le ossa, che mi umiliava e mi rendeva ogni giorno più debole e senza speranze…

Non le dirò delle volte che sono stata presa a pugni, sputi, calci, non le dirò di tutte le volte che mi svegliavo senza vedermi, senza sapere chi fossi.

Ogni giorno era una violenza, un incubo che non voglio ricordare…

Spesso le vittime si portano un marchio, come quello che hanno le bestie, e la società lo vede, lo sente e per questo continua a trattarti sempre come vittima… Come se aver subito autorizzasse gli altri a ferirti e farti del male… Ed è per questo che dobbiamo sempre difenderci dai luoghi comuni, perché se vai a un’udienza e ti trucchi piuttosto che andare spettinata e con un viso pallido, non sei vittima!

Non sei credibile se la mattina esci sorridendo alla vita, anche se ogni volta che alzi il viso e ti guardi nello specchio vedi quelle ombre e senti le tue urla, ma le copri con un bel rossetto rosso e con un trucco impeccabile.

Nessuno sa di come ci si sente la notte, quando ti svegli e senti il tuo respiro, quello stesso respiro che alcune volte ti è mancato e che ti ha fatto pensare alla fine di te, della tua vita… Ma ci sei, e pensi che è passato, ti abbracci e ti culli come una bambina, raccontandoti che gli orchi sono andati via, perché sei stata brava… E che ora hai solo un modo per non farli tornare, cercare di dimenticare, ma sai che non si può dimenticare, si può solo andare avanti senza voltarsi indietro.

Spesso gli orchi arrivano, e ti trascinano, con una piccola frase, con un odore o una situazione che ti ricorda che loro sono esistiti e che nessun mago è venuto a salvarti, ma solo tu .
Li senti striscianti, quando alcune volte sei sola, e guardi fuori nella notte, quella notte che non arriva mai, perché in ogni stanza deve esserci sempre la luce.

Noi ‘sopravvissute’, proprio perché tali, siamo costrette a subire ogni forma di pregiudizio  quasi colpevoli per avercela fatta!

Purtroppo, lei è espressione di un Paese che ha perso umanità e compassione, che scrive e parla di ‘gigante buono’ per descrivere un assassino e di ‘confusione sessuale’ per parlare di una vittima che ha pagato con la vita il suo rifiuto! Molte di noi si sono salvate dal carnefice, ma non dalla vittimizzazione secondaria, quella che uccide donne come me, obbligandole a morire per essere credute.
Prima di incontrare il mio carnefice volevo fare la giornalista, perché sono sempre stata della convinzione che una sana e corretta informazione può cambiare il mondo.

Sono, altresì, contenta di non aver ascoltato la sua intervista, poiché mi è bastato leggere alcune espressioni virgolettate per capire quanta strada devono fare ancora le donne per essere credute, rispettate e tutelate. La gravità di questa vicenda è che lei, come tanti altri colleghi, ogni giorno contribuisce a infondere e rafforzare una cultura profondamente patriarcale.

Ma quando una donna sopravvive a un orco, può sopravvivere anche all’ignoranza e alla cattiveria della gente.

Non conta essere creduti da chi non può capire, ma conta essere consapevoli dell’orrore che si è vissuto e della grande forza che abbiamo trovato per rinascere… Non ti crederà chi non sa, chi non ama, chi giudica, chi non sa andare oltre i sorrisi, chi non ha mai capito che spesso dietro il sorriso di una donna può nascondersi un grande dolore insieme a una grande dignità“.

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