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"Non ero mai abbastanza", poi sono iniziati i calci e i pugni

Nadia Busato risponde ai messaggi di due ragazze arrivati al nostro numero di Whatsapp. Entrambe hanno subito orribili atti di bullismo, perché considerate "non abbastanza", perché diverse, perché uniche.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Non te lo posso dire”

Ciao Nadia, sono Alissa, 12 anni, di un piccolo paese della provincia di Monza. Ti scrivo dal cellulare della mia mamma, mia grandissima amica e fan n.1. Purtroppo lei non ama molto che alla mia età si diventi dipendenti della tecnologia. Amo la tua rubrica e leggo sempre tutte le storie che riguardano il bullismo, perché anche io ne sono vittima da sempre.

Ho appena concluso il primo anno delle medie. Quella che per me doveva essere un’esperienza straordinaria, si è trasformata nel peggiore degli incubi. Dopo 5 anni di elementari in cui venivo sempre presa in giro per la mia salute cagionevole e per il mio carattere introverso, speravo che una nuova scuola e nuovi amici mi avrebbero fatto sentire più al sicuro.

All’inizio tutto bene: nuove amiche, nuovi insegnanti; ma con il passare del tempo ho iniziato ad essere presa di mira per la mia bravura a scuola, perché essere intelligenti ed educati sembra un difetto per la nuova generazione.Mia madre mi ha insegnato l’educazione, l’altruismo, i sani principi ma sopratutto ad essere sempre ME STESSA, nel bene e nel male.

Mi chiamavano mostro, vampiro (sono da sempre talassemica e il mio colorito è uguale tutto l’anno), dicevano che vestivo male, che sono anormale e per questo umiliata e allontanata da tutti. Dopo gli insulti, sono iniziati i fatti veri e propri: calci, pugni, sputi in faccia e sempre in gruppo. Inutili i tentativi di parlare con gli insegnanti, che hanno iniziato a dire che forse era il mio atteggiamento troppo da perbenista ad irritare i miei compagni di classe.

Ma io ho il mio eroe da sempre: mia madre, che ha sempre difeso la mia persona e più volte ha minacciato la preside di prendere seri provvedimenti contro la scuola stessa e contro le famiglie di quelli che ogni giorno si divertono a farmi sentire diversa. E io soffrivo, anzi, soffro, ogni giorno. Mi facevo del male per sopportare tutto questo. Non cambierò scuola né classe, perché non voglio darla vinta ai bulli.
(Alissa, 12 anni)

Ciao volevo raccontavi la mia storia, visto che ho letto il post sul bullismo. Non è mai stato facile sin dalle elementari dove, sin dalla prima, sono stata vittima di prese in giro dalle maestre perché non imparavo a leggere. Così via, fino ad arrivare in prima media ,dove la cosa è notevolmente peggiorata in quanto io in matematica non ero brava è già questo era un sinonimo di “non abbastanza”.

Mi piaceva un mio compagno di classe che mi disse: “sei brutta per me”. Sono stati anni terribili. Vedevo che tutti avevano il primo bacio, le prime volte; ma io cosa avevo? In terza media ebbi il nominativo di “fantasma” e in primo superiore “vampiro”. Anche i primi due anni delle superiori non è stato semplice, ma era difficile per me sopportare tutto questo. Non avevo amici, ero sempre sola, ma non mi importava. Ora sono una ragazza di 20 anni che ha terminato il primo anno di università con tanti amici e una buona media. Il cambiamento è dentro di noi.
(XXXX, 20 anni)

Ho unito le storie di Alissa e di XXXXXX perché ho trovato in entrambe un importante punto in comune: l’orgoglio e la difficoltà di riconoscere in se stesse una forma di bellezza unica, originale, che negli anni della crescita è invece spesso fonte di isolamento. Ma poiché ciascuna di loro è unica, ecco la mia risposta a ognuna.

Cara Alissa, i tuoi complimenti riempiono di orgoglio me e la redazione di RDD. Anche la tua fiducia ci rende orgogliosi. Quello che scrivi è terribile: oltre alle violenze verbali, elenchi una serie di violenze fisiche inaccettabili. Sostengo la tua mamma in tutto: sia nell’essere una tua fan che nel richiamare la scuola (insegnanti e direzione) al presidio di una situazione evidente di abuso nei tuoi confronti.

La tua condizione non deve essere affatto facile. Nei miei momenti più complicati durante la crescita ho sempre trovato un alleato prezioso nella letteratura, in particolare nei romanzi, che mi hanno fatto sempre conoscere qualcosa di più (in bene e anche in male) sull’animo umano. In Italia c’è un talentuoso romanziere che nei suoi libri ha raccontato molte volte cosa significa crescere e convivere con la talassemia: Flavio Soriga.

In un libro in particolare che si intitola non a caso Nelle mie vene, racconta di come la talassemia cambi il modo in cui si riesce a stare con gli altri e, più in generale, il senso personale dell’appartenenza. La tua unicità è certamente legata alla tua sindrome; ma, secondo Soriga, questa condizione è anche un fattore di libertà: individuale, di pensiero, di scelta dei legami.

Credo che la tua mamma ti stia sostenendo in questo percorso, che ti auguro si faccia via via più chiaro e meno sofferto. Sarebbe certamente una grande occasione per la tua scuola (insegnanti e compagni) approfondire e capire: tu sei obiettivamente unica; comprendere e partecipare alla tua unicità darebbe loro una grande lezione di vita.

Cara XXXXX, sono assolutamente certa che tu oggi sia una giovane donna piena di prospettive per il tuo futuro. Vivi e studi in un momento storico in cui i disturbi dell’apprendimento (di cui forse soffrivi senza saperlo nei primi anni di scuola) sono studiati e affrontati con strumenti specifici per ogni alunno. Ben altra questione è invece la considerazione negativa che ti è stata riservata e che ti ha portato a sentirti “non abbastanza”.

Alla fine del mio percorso di scuola superiore vissi con grande fastidio un test che ci fecero fare per “consigliarci” l’università e che mi indirizzava verso ambiti a cui non ero minimamente interessata né, a mio giudizio, portata. Eppure, quell’incasellamento mi mise in crisi: dovevo seguire la mia percezione su me stessa o fidarmi di un test fatto da adulti esperti? Ovviamente, ho seguito il mio istinto nel scegliere l’università. Ma ricordo bene quel fastidio di non corrispondere a uno standard, di essere “non abbastanza”.

Oggi questi test sono entrati in tutto il ciclo scolastico (dai test attitudinali dei primi anni agli INVALSI) e io non posso fare a meno di chiedermi se la scuola di oggi cresca individui oppure cerchi di allevarli dentro degli standard, nei limiti in cui una persona è “abbastanza”. Non sono la sola a pensarlo: la filosofa francese Angélique Del Rey ha pubblicato poco tempo fa un libro il cui titolo non lascia dubbi, La tirannia della valutazione.

Le grandi risorse personali che ti hanno permesso di sentirti “abbastanza” ti hanno trasformato da “fantasma” a persona che riesce a vedersi e a farsi vedere per quello che è. È stato certamente un percorso difficile, ma ne sei uscita forte e determinata.

La scuola e la dittatura della normalità

Le persone e, di conseguenza, le relazioni umane sono sistemi complessi. La tentazione di regolamentarli o, ancora prima, di ridurne le interazioni a schemi semplici, comprensibili e universali è fortissima. Ancora di più oggi con la possibilità di affidare alla tecnologia grandi quantità di dati per elaborare in maniera predittiva scenari sempre più complicati. Rischiamo di confondere gli algoritmi con gli oracoli; ma la verità è che l’essere umano e il futuro sono ancora dimensioni indecifrabili, cariche di rischio e di mistero.

La valutazione è una pratica che si è insinuata in ogni momento del percorso formativo e lavorativo delle persone. Eppure, tutti conosciamo le leggende di chi sembrava “non abbastanza” ma ce l’ha fatta: Einstein pessimo studente di matematica, Beethoven sordo dalla nascita, Stephen Hawking con una malattia degenerativa grave dall’età di 21 anni; e via con un lunghissimo elenco di personalità incredibili, che si sono distinte nonostante fossero classificate come “non abbastanza”.

Le storie che abbiamo letto pongono l’accento su un sistema scuola (insegnanti, management, ma anche classi di compagni) impegnata più a definire il concetto di normalità e di “abbastanza” che non a includere i più fragili, a capire la diversità, a trovare strategie per non lasciare indietro nessuno. L’art. 34 della Costituzione parla chiaro: “la scuola è aperta a tutti”. Io sto con chi – come la mamma di Alissa e XXXX – si impegna ogni giorno perché la scuola aperta a tutti non diventi chiusa nei confronti di chi è “non abbastanza”.

Messaggio importante per chi è vittima di bullismo o sexting

Sei una vittima, non vergognarti. Non è colpa tua e non sei solo.
Parlane con un adulto e con chi può darti un aiuto concreto: qui di seguito trovi un manuale di primo soccorso.
Se pensi che i tuoi genitori o gli adulti di riferimento non possano capire o non stiano accogliendo la tua richiesta di aiuto in maniera idonea, fai leggere loro queste parole e prendi contatto con persone qualificate che potranno darti il supporto necessario e che meriti.

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La rubrica di Roba da Donne “Non te lo posso dire – Alziamo la voce VS il bullismo”, è curata da Nadia Busato, scrittrice e giornalista, che risponderà, in una sorta di posta del cuore, a chi il cuore lo ha ferito dalla crudeltà altrui, a chi ha perso la speranza, a chi non sa come uscirne o con chi parlarne e vorrà raccontarci la sua storia di bullismo e soprusi.
Accanto a noi, in questo percorso, gli amici di Centro Nazionale contro il Bullismo – Bulli Stop, il dottor Massimo Giuliani e la dottoressa Carmen Sansonetti (Area Nord Italia – Lombardia Settore Scuole ed Eventi Sportivi), che ci hanno aiutato a mettere a punto il kit di primo soccorso che trovate qui di seguito.
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