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Quella famiglia di Biella dimenticata che si suicidò per l’accusa più atroce

Prima di Veleno e del caso di Bibbiano, un'altra vicenda giudiziaria basata su abusi sessuali e violenze su minori sconvolse l'Italia. Quella di Sagliano, in cui si suicidò un'intera famiglia, accusata di questi crimini orrendi.

L’inchiesta Veleno prima, e il caso di Bibbiano poi hanno fatto emergere una verità allucinante che coinvolge, come vittime, i più indifesi, i bambini, illegittimamente sottratti ai loro genitori con le accuse più infamanti e vergognose, di quelle che ti restano appiccicate per la vita e che inducono gli altri a guardarti con sospetto pure se la giustizia ha stabilito la tua innocenza.

Ma prima di Reggio Emilia, e prima ancora delle storie da incubo della Bassa Modenese, c’è stato un altro caso, un fatto di cronaca inquietante ma oggi dimenticato, riportato alla luce da Selvaggia Lucarelli sulle pagine del Fatto Quotidiano prima, su Facebook poi.

Lo ha chiamato “il caso zero”, Selvaggia. Perché proprio da lì, da quel caso finito negli archivi della memoria collettiva, non certo delle persone coinvolte, sembra essersi generato lo scempio di cui anni più tardi tutti hanno parlato con le successive due inchieste.

Nel caso zero non ci sono molte persone coinvolte, come negli altri due, ma una famiglia. La famiglia Ferraro, spezzata e spazzata completamente via da una montagna di affermazioni dette e poi ritrattate, infamanti, dolorose, con la collusione di due nomi noti a chi ha seguito le inchieste più recenti.

Alba Rigolone, di 66 anni, suo marito Attilio Ferraro, di 68, e i loro due figli, l’insegnante di 39 anni Maria Cristina, e Guido, un commesso di 36 anni, vengono trovati privi di vita il 5 giugno del 1996, a Sagliano Micca, nel biellese.

Si sono suicidati.

Sono saliti tutti nella Fiat Uno verde di Maria Cristina, hanno inghiottito qualche pastiglia di sonnifero e poi hanno lasciato aperto il gas di scarico che li ha uccisi.

Perché hanno deciso di darsi la morte tutti assieme?

Perché la famiglia Ferraro è stata accusata del peggiore dei crimini: aver sottoposto i figli di Guido e Maria Cristina a raccapriccianti pratiche sessuali.

Il giorno in cui hanno scelto di morire erano attesi in tribunale per l’udienza del processo appena iniziato che li vedeva come imputati. Ma, sentendosi già condannati, hanno preferito suicidarsi piuttosto che affrontare l’onta di una gogna pubblica che li aveva già decretati colpevoli, quegli sguardi indignati e disgustati della gente, i mormorii sommessi al loro passaggio per le strade cittadine. “Mostri, pedofili, schifosi”.

Perché certe accuse, come abbiamo detto, ti restano addosso, poco importa che la legge ti abbia scagionato o che tu sia in attesa che lo faccia, per il tribunale popolare la pena è certa, e porta la pubblica umiliazione e l’ostracismo sociale.

Siamo partiti dalla fine, dall’epilogo tragico di una vicenda orribile e che ancora oggi presenta punti oscuri. Ma per capire meglio perché i Ferraro siano arrivati a questa scelta, è indispensabile ricostruirla fin dal principio.

Le tappe di una vicenda orribile

Nel 1995 Guido e la moglie Daniela si stanno separando, non senza veleni; soprattutto lei nutre un odio particolare sia per Maria Cristina, la bella cognata, che per la suocera, Alba.

A un mese dall’udienza di separazione Daniela conduce Angelo, suo figlio di 9 anni, al Servizio di Neuropsichiatria Infantile di Vercelli, che a sua volta fa una segnalazione al Tribunale dei minori di Torino.

Il piccolo ha appena accusato suo padre, Guido, sua nonna paterna Alba e sua zia Maria Cristina di avere rapporti incestuosi in sua presenza e di abusare di lui e della cuginetta Linda, figlia di Maria Cristina. Il Tribunale decide di sospendere immediatamente gli incontri tra Guido e suo figlio Angelo, mentre Daniela fa querela contro il marito e la famiglia di lui, raccontando fatti raccapriccianti.

Alcuni, così come riportati da Selvaggia Lucarelli (sono fatti davvero orribili).

Da quando ha circa tre anni, a casa dei nonni, Angelo assiste a scene di sesso esplicito e incestuoso:
Maria Cristina lecca il pisellone al fratello Guido in salotto finché lui non le fa pipì sulla mano, sua nonna Alba, 66 anni, fa lo stesso sempre col pisellone di suo figlio Guido ma in camera. Maria Cristina, la piccola Linda e sua nonna Alba leccano tutte insieme Guido e vanno a letto nudi. La nonna nuda chiede a lui, Angelo, di toccarla ma il bambino si rifiuta. Un’altra volta Guido sbatte il pisellone sulla patata della piccola Linda oppure Guido lecca il deretano della madre anziana o suo padre prova a infilargli nel sederino il suo pisello ma lui scappa e gli altri dicono ‘Devi farlo! Ti prego!’

Secondo le dichiarazioni del bambino, insomma, l’apparenza di famiglia rispettabile dei Ferraro non sarebbe che una superficie falsa per  nascondere una vera e propria Sodoma. Prendendo per buona la testimonianza di Angelo, il pm Alessandro Chionna [lo stesso che, anni dopo, arresterà Gigi Sabani e Valerio Merola nell’ambito dell’inchiesta “Varietopoli, ndr. ] decide di fare prelevare la piccola Linda mentre è a scuola per toglierla alla madre e metterla in un centro per minori, e di far perquisire a tappeto casa Ferraro (nonostante nonno Attilio non sia ancora accusato) e l’abitazione di Maria Cristina, alla ricerca di materiale pornografico, videocassette, prove degli abusi. Che non trovano.

I Ferraro non hanno neppure un videoregistratore, tanto per intenderci.

Nonostante ciò, il 3 giugno Attilio, Alba e Maria Cristina vengono arrestati per decisione di Chionna, con l’accusa orribile di abusi sessuali su minori; vengono interrogati dallo stesso Chionna e dal Gip Paolo Bernardini.

L’impianto accusatorio e gli interrogatori

Mentre Guido spiega che Daniela, la ex moglie, gli aveva giurato che gliel’avrebbe fatta pagare, e che ha sempre odiato sia la cognata che la suocera, aggiungendo anche che già dal 1994 aveva proibito ai nonni di frequentare Angelo, Alba si difende dicendo di aver sempre trattato con amore i nipoti, Maria Cristina conferma la gelosia di Daniela, mentre Attilio è quasi costretto ad ammettere di non avere più rapporti sessuali con la moglie da dieci anni.

Il 5 giugno Angelo viene interrogato di nuovo; lui inizialmente conferma la sua versione poi, quando gli viene fatto notare che presenta più di un punto inverosimile, ritratta tutto e va via con mamma Daniela.

Solo che poi torna in Tribunale, per confermare gli abusi, dice la madre, perché prima “si era un po’ spaventato“. Ma Angelo ribadisce ancora di essersi inventato tutto.

In successivi interrogatori racconterà anche di botole sotto il letto e passaggi segreti nella casa dei nonni. Segno che tutto quel racconto è frutto della sua fantasia

Il 7 giugno il Gip Bernardini ordina la scarcerazione dei tre indagati, spiegando che la situazione non è sufficientemente chiara, e che è manifesta l’ostilità della querelante – Daniela – nei confronti della famiglia Ferraro. Bernardini aggiunge anche che al bambino sono state fatte domande suggestive, e che Angelo ha dei disturbi psichici mai approfonditi.

A quel punto, Chionna nomina come consulente tecnico Cristina Roccia del Centro Hansel e Gretel, la stessa che interrogherà, un paio d’anni dopo, alcuni bambini di Massa Finalese del caso Veleno, e di cui parleremo dopo, la cui perizia costerà al tribunale la cifra di 6.417.450 lire.

Roccia è chiamata a stabilire se Angelo e Linda siano attendibili.

Già, perché nel frattempo anche la piccola figlia di Maria Cristina viene interrogata, e negherà sempre ogni abuso, piangendo, dicendo che le manca la mamma, che vuole bene alla nonna con cui “gioca alla principessa e ai gioielli“.

Angelo continua a vivere con la mamma e a non poter vedere il padre, che gli invia lettere strazianti mai ricevute.

Vorrei tanto poterti far avere dei doni ma non so come fare, ho ancora l’uovo di Pasqua che non mi hanno lasciato consegnarti!

Si legge in una di esse, citata dalla Lucarelli.

Il 6 giugno il pm Chionna chiede al consulente tecnico Maria Rosa Giolito di verificare se la bimba abbia subito abusi. L’esito dell’esame riporta che

L’imene con bordi sottili è compatibile con la penetrazione di un dito di una persona adulta, non posso escludere né provare la penetrazione col pene.

Una cosa che vuol dire tutto o niente, tanto che il perito della difesa parlerà di “normale conformazione dell’imene“.

È poi il turno di Angelo, e, anche se la visita della Giolito dà esito negativo, la dottoressa ci terrà a specificare

I segni ritrovati non sono specifici per abuso sessuale pur essendo compatibili con tale diagnosi, va considerato però che un oggetto delle dimensioni di un dito può essere introdotto nell’ano senza troppo disagio.

Il fatto è che Angelo dirà successivamente di essere stato penetrato da papà Guido, ma la perizia lo smentisce chiaramente.

Quasi al termine delle indagini Chionna fa interrogare Angelo da Claudio Foti, all’epoca marito della Roccia e che con la Giolito aveva collaborato alla stesura di un libro, altro personaggio di cui approfondiremo in seguito.

Alla presenza di Foti, il piccolo conferma gli abusi e spiega di averli ritrattati perché minacciato dal maresciallo. C’è di più: per la prima volta accusa anche il nonno, Attilio, e sposta l’inizio delle violenze a quando aveva appena un anno di vita. Oltre a considerare dubbio che Angelo potesse ricordarsi di cose accadute a quell’età, va detto che a quell’epoca Linda non era neppure nata.

Tuttavia, per confermare che anche Linda ha subito violenze, dice agli inquirenti che, se la interrogheranno di nuovo, sarà lui ad aiutarla a parlare. Il pm chiede il rinvio a giudizio, il Gip fissa il giudizio immediato, estromettendo però le consulenze tecniche-psicologiche che, afferma, non forniscono un apporto scientifico ma esprimono veri e propri giudizi sulla veridicità delle affermazioni dei bambini.

Chionna, privato di prove schiaccianti senza quelle perizie, non si arrende, e chiede al Tribunale un’audizione protetta per i due bambini che, dietro esplicita richiesta di Angelo, saranno ascoltati insieme dalla psicologa Paola Piola, già teste dell’accusa.

Il suicidio dei Ferraro

Nella loro casa di Sagliano Alba, Attilio, Maria Cristina e Guido capiscono che se Linda confermerà le accuse sono spacciati. E così sarà.

Perciò, il 5 giugno 1996, fuori dal tribunale Maria Rigolone, sorella di Alba, e gli avvocati della difesa, si preoccupano per l’assenza dei Ferraro dall’udienza. Mandano qualcuno a casa, e trovano dei biglietti d’addio al suo interno. In uno, firmato da tutti e quattro e indirizzato al senatore Claudio Regis che li aveva sempre sostenuti, c’era scritto

Violando il codice, dei bambini sono stati ascoltati come pretendeva il pm Chionna, dalla stessa psicologa chiamata dall’accusa come teste che da un anno prepara Angelo a condannare il padre e tutta la sua famiglia. La sentenza che ci aspetta è ovvia, siamo innocenti, non vale la pena continuare ad esistere.

Maria Cristina scriveva alla figlia, in una lettera, che sperava di incontrarla di nuovo nell’aldilà, Alba diceva

Non ho mai fatto porcherie con i figli e i nipoti che adoravo. Ho insegnato loro le cose belle e giuste della vita, chiedo perdono ai miei cari.

Morirono per il monossido, nella Fiat Uno verde di Maria Cristina. Anche nell’auto venne rinvenuto un biglietto:

Quattro innocenti sono costretti ad uccidersi perché il tribunale di Biella non ha dato la possibilità di dimostrare la loro innocenza.

Ai loro funerali parteciparono più di 1000 persone, in tanti credettero sempre alla loro innocenza. La sentenza di improcedibilità mise fine alla vicenda.

I protagonisti: Cristina Roccia, Claudio Foti e gli altri

In questa storia orribile spiccano alcuni nomi, alcuni che agirono come pedine fondamentali per portare i Ferraro verso la colpevolezza, altri solo come comprimari, seppur importanti.

Come detto, l’impianto accusatorio si fondava principalmente sulle perizie di due consulenti: Cristina Roccia e quello che all’epoca era suo marito, Claudio Foti, fondatore della Onlus Hansel & Gretel.

Proprio dall’associazione fondata da Foti arrivavano le psicologhe che ascoltarono i bambini dell’inchiesta Veleno, fra cui Cristina Roccia, che nel caso ebbe un fortissimo conflitto di interessi: proprio lei, infatti, fu la professionista che scoprì gli abusi, proprio lei era diventata presidente di quel centro privato al quale erano stati poi affidati i bambini portati via alle famiglie, per un guadagno di oltre 2,2 milioni di euro.

Nel caso di Bibbiano la Roccia non risulta indagata, come invece è l’ex marito, assieme all’attuale moglie, Nadia Bolognini.

Claudio Foti, all’epoca dell’uscita dell’inchiesta Veleno, lanciò persino una petizione contro il podcast e i giornalisti investigativi che se ne erano occupati, Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, “colpevoli” di aver messo in dubbio il lavoro degli psicologi.

Le vittime di questa vicenda non sono state prese in considerazione con correttezza e rispetto da questa inchiesta – si legge – I giornalisti di Veleno hanno liquidato le testimonianze di allora, come se tutti gli intervistatori fossero suggestivi e manipolativi e tutti i bambini intervistati deliranti. Non solo. Non hanno evidenziato che quei bambini alle parole fecero seguire i fatti: per lunghi anni, pur avendone la possibilità, hanno rifiutato qualsiasi contatto con la famiglia d’origine e hanno evitato anche solo di informarsi sulla vita dei propri genitori.

Foti è finito agli arresti domiciliari per l’inchiesta degli affidi di Bibbiano, con le accuse di frode processuale, per aver usato una bambina “come una sorta di cavia nell’ambito della psicoterapia specialistica, convincendola di aver subito violenze sessuali, mai avvenute“.

Inoltre Foti avrebbe alterato “lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e con tali modalità convinceva la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi“.

Il pm Alessandro Chionna, che disse di “aver lavorato con correttezza”, fu anche il grande accusatore di Gigi Sabani e Valerio Merola nel già citato caso “Varietopoli”, che condusse proprio all’arresto dell’imitatore nel 1996, due settimane dopo il suicidio dei Ferraro. Per Sabani le accuse erano di truffa a fini sessuali e induzione alla prostituzione, e a fare il suo nome era stata una minorenne.

Chionna fu però rimosso dall’incarico perché si innamorò della ex fidanzata di Gigi Sabani, che poi sposò, conosciuta proprio durante l’inchiesta, archiviata. Sabani, rimasto marchiato dalla vicenda, morì d’infarto nel 2007.

Il senatore Claudio Regis, morto nel 2017 a 73 anni, unico a difendere pubblicamente i Ferraro, dopo il loro suicidio disse

Queste persone sono state uccise per un patto scellerato fra procura e tribunale dei minori.

Per questa dichiarazione, afferma Selvaggia Lucarelli, fu processato e condannato.

Mentre Daniela, la mamma di Angelo ed ex moglie di Guido Ferraro, dopo la morte della famiglia disse ai giornali

Ora il dolore è solo mio.

Di Angelo e Linda, oggi adulti, non si sa più nulla.

La vicenda processuale di Sagliano fu ricostruita per la prima volta nel 2007 dall’attenta analisi dello scrittore, ed ex assessore di Biella, Diego Siragusa, nel libro La botola sotto il letto, poi ritirato per minacce di querele. Chissà che presto, con gli sviluppi di Veleno e dell’inchiesta parallela Angeli e Demoni, non possa essere ridato alle stampe.

E chissà che, con tutte le nuove informazioni su Cristina Roccia, Claudio Foti e con lo scandalo delle manipolazioni psicologiche sui bambini e degli affidi falsificati, non possa essere fatta luce anche sul caso di Sagliano. Per dare giustizia a una famiglia che si è sentita intrappolata, sotto il peso delle accuse prima, dei giudizi della gente poi.

Non li restituirà alla vita, né darà pace ad Angelo e Linda che, ricordiamolo, sono dovuti crescere senza genitori, e forse col pensiero, atroce e ingiusto, di essere in parte “responsabili” delle loro morti. Ma darà ai Ferraro almeno quella riabilitazione morale che in vita, 23 anni fa, non hanno avuto.

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