logo
Stai leggendo: Il dramma italiano di quei bambini scomparsi, sottratti per sempre alle famiglie

Il dramma italiano di quei bambini scomparsi, sottratti per sempre alle famiglie

Una vicenda giudiziaria che allontanò i figli dai genitori per presunti abusi: oggi l'inchiesta Veleno getta una nuova prospettiva su quanto accadde nella bassa Modenese alla fine degli anni '90.
Veleno

Si intitola Veleno una delle inchieste più interessanti partorite dal giornalismo italiano sul Web. Pablo Trincia, Alessia Rafanelli e Luca Micheli l’hanno realizzata per l’edizione online di Repubblica (potete ascoltare integralmente il lungo e dettagliato podcast). In passato, anche Tempi se ne occupò diffusamente. Questa inchiesta racconta un fatto accaduto tra il 1997 e il 1998 a Mirandola e Massa Finalese: 16 bambini di età compresa tra gli 8 e i 10 anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici.

Prima di cominciare a raccontare la storia al centro dell’inchiesta Veleno, vi chiediamo una cosa importante: uno sforzo d’immaginazione. Immaginate di essere nella vostra casa, di notte. Bussano esponenti delle forze dell’ordine, arrivati con un pattuglia, vi chiedono di seguirli in commissariato con vostro figlio o vostra figlia. Che lì vi viene strappata dalle braccia e che non rivedrete mai più, nonostante i mille processi, nonostante voi non abbiate fatto loro del male. La speranza che un giorno i vostri figli, diventati trentenni, vi contattino. La volontà di tenersi a distanza per non sconvolgere ulteriormente la vita a questi ex bambini che hanno dovuto affrontare tanto. E lo sforzo d’immaginazione vi servirà anche per evitare di credere che questa storia sia tutta inventata. Perché vi assicuriamo che lo penserete. Eppure, in questa storia ricca di falsità, è tutto tristemente vero.

Lo svelamento progressivo

La vicenda ha origine tra la nebbia della pianura Padana, a Mirandola e Massa Finalese, nel maggio del 1997. I figli di una famiglia disagiata, Dario e sua sorella, sono accuditi dai servizi sociali e periodicamente tornano a visitare il padre, la madre e il fratello maggiore. Dopo una di queste visite, Dario racconterà all’assistente Valeria Donati (alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea) che il fratello “fa dei dispetti sotto le lenzuola alla sorella”.  I racconti si fanno poi sempre più tenebrosi, al punto che il 17 maggio 1997 il padre e il fratello sono condotti nel carcere di Sant’Anna in Modena per ordine del pm Andrea Claudiani.

Durante questo periodo, la famiglia è sostenuta dal parroco di Staggia e San Biagio, don Giorgio Govoni, da sempre attivo nell’aiutare famiglie bisognose e molto amato dai suoi parrocchiani, il quale è convinto dell’innocenza degli accusati, non sapendo che a breve anche lui sarebbe caduto in quel vortice di racconti dell’orrore.

Infatti, quello che il bambino continuerà poi a raccontare assumerà ben presto i contorti di una storia horror, coinvolgendo sempre più persone. Parlerà di violenze sadomaso, di fotografie e filmini pornografici, di pestaggi a cui i bambini erano obbligati a partecipare, di omicidi, di riti satanici svolti in un cimitero, portando così al primo processo che avrà come conseguenza l’allontanamento di 6 bambini dalle loro famiglie la notte del 12 novembre del 1998 (che poi diventeranno 16 in totale).

Tutto questo senza che vi fosse la prova concreta che le dichiarazioni dei bambini fossero veritiere, nessuna fotografia, nessun filmino, nessuna testimonianza dei custodi del cimitero. E anche negli anni seguenti, le energie spese a ricercare le varie prove non portarono mai a nulla: si dragò il fiume Panaro alla ricerca dei cadaveri dei bimbi uccisi, senza trovare nulla; si prese per buona la presenza di una ghigliottina ai riti satanici, senza che nessuno si chiedesse come potessero trasportarla fino al cimitero o dove la tenessero.

Non solo, non vi fu nemmeno la prova che i bimbi avessero effettivamente detto quelle cose. Infatti le varie testimonianze derivavano da colloqui che gli assistenti sociali avevano con i bambini, senza alcuna registrazione. Si prese per buono quello che gli assistenti riportavano, i quali improntarono le loro “indagini” sulla tecnica dello “svelamento progressivo”. Scrive a proposito Tempi:

In sostanza si ritiene che il minore vittima di abuso rivelerà pian piano la sua storia e che quindi sia necessario farlo parlare il più possibile. Ma nel caso della Bassa, tale tecnica giungerà a punte paradossali e deleterie, con bambini sottoposti a interrogatori ripetuti e massacranti atti a far loro dire non la verità, ma quel che gli adulti che li interrogano si attendono che essi rivelino. Accadrà così che le loro fantasie grandguignolesche saranno scambiate per reali e, in mancanza di riscontri fattuali, tanto peggio per la realtà. È il processo dello svelamento progressivo che conta, quand’anche esso sia grottesco e inverificabile.

Questo processo portò alla condanna di 6 persone, per un totale di 56 anni di carcere. Francesca, una madre accusata, si suiciderà lasciando un biglietto: “sono innocente”.

“Vittima innocente della calunnia umana”

Veleno
Fonte: Pixabay

Nel frattempo i racconti dei bambini si fanno sempre più macabri. Dario racconterà di un “medico” o un “sindaco” a capo dei riti della setta di genitori, messe nere in cui i bambini sono picchiati e costretti a travestirsi da vampiri e tigri e bere il sangue per “trasformarsi in figli del Diavolo”. Il bimbo riferirà che il cimitero è quello di Massa Finalese e che il medico o sindaco si chiama Giorgio e “porta le scarpe coi tacchi”. Ciò bastò per far iniziare a far ricadere i sospetti sul prete che aveva assistito la famiglia di Dario sin dall’inizio, don Giorgio Govoni.

Nel settembre del ’97 i giornali intitoleranno: “Pedofilia, nella banda anche un sacerdote” e il don capì subito che ci si stava riferendo a lui. Il giorno dopo, al termine della Messa dirà ai suoi parrocchiani:

“È l’ora delle tenebre per me e per tutti voi. Mentre mi preparo con fede a ricevere i sassi e gli sputi di tanti, sono preoccupato per voi affinché non vi sentiate traditi e disorientati. Continuerò a fare ciò che ho sempre fatto, conscio che nel fare un po’ di bene per il Cristo, esistono rischi reali. State uniti e attenti a come Dio opera attraverso gli avvenimenti: prima le tenebre e poi la luce, prima la croce e poi la resurrezione. Pregate per me che non abbia a vacillare nella mia fede”.

E i suoi parrocchiani non lo abbandoneranno mai, nemmeno il Vescovo e la Curia, credendo fedelmente alla sua innocenza, anche quando le cose si faranno ancora più oscure, anche dopo che tutto ciò diverrà letale per il prete. Questo nonostante Dario inizierà a raccontare delle minacce e dei tentativi di rapimento da parte di don Govoni.

In un racconto (che avrà tre versioni diverse) il piccolo affermerà che il sacerdote ha tentato di rapirlo durante l’ora di pausa pranzo scolastica, in combutta con la maestra Rita Spinardi (“sua fidanzata”), don Giorgio lo avrebbe rapito, portato al cimitero (o al ristorante o in un bagno), picchiato, riportato a scuola. Senza che nessuno se ne accorgesse. Per questa accusa il tribunale di Modena condannerà Spinardi a due anni di carcere. – Riporta sempre Tempi.

Non solo, si faranno illazioni su una presunta relazione tra il don e la madre suicida, che vent’anni prima si prostituiva. Si perquisiranno canonica ed effetti del parrocco, senza che alcun materiale pedo-pornografico venisse trovato. Don Govoni dovette arrivare ad ammettere pubblicamente la propria impotenza causata dal diabete, ma ciò non fu sufficiente. Nel ’99 il don verrà rinviato a giudizio assieme ad altre 16 persone, per arrivare al maggio del 2000, quando il pm Claudiani chiederà per il sacerdote 14 anni di carcere.

Ciò sarà troppo, e due giorni dopo, nello studio del suo avvocato, don Giorgio avrà un attacco di cuore fulminante. I funerali ebbero una partecipazione altissima, tutti convinti della sua innocenza e nel primo anniversario della sua morte, quando ancora non era stato scagionato dalle accuse, sulla sua lapide fu posta la scritta:

“Vittima innocente delle calunnie e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi. Non si può negare che egli, accusato di crimine non commesso, sia stato vinto dal dolore.”

L’omessa vigilanza

Don Govoni non fu il solo a rimanere invischiato in questa terribile vicenda. Tra i diversi nomi vi furono anche quelli della famiglia Covezzi-Morselli. I due coniugi, Delfino e Lorena, furono infatti accusati di “omessa vigilanza”  e furono tolti loro i figli, in quanto, stando sempre ai racconti di una bambina che aveva già in passato avuto problemi psichici, i figli della coppia sarebbero stati ripetutamente seviziati dagli zii e dal nonno. Quest’ultimi furono posti agli arresti, mentre la ginecologa Cristina Maggioni confermava i ripetuti abusi ai danni della figlia della coppia.

Se non che, perizie successive stabilirono invece la verginità della bimba, ma quando Delfino e Lorena cercarono aiuto per la loro storia e trovarono l’appoggio dell’allora deputato Giovanardi (il quale l’11 marzo del ’99 fece un’interpellanza parlamentare sul caso) si videro a loro volta accusati di crimini orrendi. Il giorno dopo infatti ricevettero un’avviso di garanzia, in quanto sembrava che la figlia si fosse ricordata di violenze subite dal padre alla presenza della madre. La condanna arriverà nel 2002 e sarà di 12 anni.

La battaglia processuale che li interesserà sarà una di quelle che si trascinerà più a lungo. Difatti già nel ’99-’00 i condannati del primo processo si erano visti confermati solo gli abusi domestici e non quelli cimiteriali, mentre Govoni (e la sua “fidanzata”, la maestra Spinardi) furono definitivamente scagionati nel 2001 e 2002.

I due coniugi invece dovettero attendere 8 anni per l’assoluzione in appello, che arrivò nel giugno del 2010 e poi, causa altri ritardi, l’assoluzione definitiva arrivò nel dicembre del 2014, ma ad ascoltarla ci fu solo Lorena, in quanto Delfino era morto nel 2013.

“Ho inventato tutto”

Veleno
Fonte: Pixabay

L’inchiesta di Veleno è stata così dirompente nel riportare la luce su questa vicenda perché si è arricchita di due testimonianze di prima mano, quelle di Marta e Sonia (nomi di fantasia). La prima ha ora 28 anni e fu portata via da casa quando ne aveva solo 8. È lei la figlia di Francesca, la donna che si suicidò lasciando dietro di sé le parole “sono innocente”, cosa confermata da quello che Marta ha rivelato ai microfoni di Pablo Trincia: “Ho la certezza di aver inventato tutto”.

Confessione pesantissima, che sembrerebbe confermare i dubbi di una vicenda in cui le incertezze giudiziarie sono state molte, ma è la testimonianza di Sonia a porre forse la chiave di lettura di tutta la vicenda:

Mi sono sentita sequestrata da assistenti sociali, psicologhe e giudici. Queste persone non devono più avere a che fare con dei bambini. Io chiedo questo. Lo faccio per i bambini di oggi, perché non devono più subire quello che ho subito io.

Sonia ha oggi riabbracciato sua madre, contattandola e facendole conoscere la nipotina. Questo caso è praticamente unico in questa storia perché gran parte dei genitori hanno preferito non rientrare mai nella vita dei loro figli, per non sconvolgerla ancora una volta.

Una tragedia senza fine

Veleno
Fonte: Pixabay

È naturale che dopo che Veleno ha riportato alla luce la vicenda, sorga spontanea e forte come uno schiaffo una domanda: perché? Come è potuto accadere che venissero eseguiti arresti, processi e condanne senza prove, che famiglie venissero smembrate senza alcun rispetto, che vite fossero spezzate senza la sicurezza dell’assoluzione?

È quello che si sta chiedendo anche la Commissione Servizi Sociali del Consiglio dell’Unione area nord di Modena che ha convocato per i primi di dicembre Valeria Donati e il suo capo Marcello Burgoni. Si tratta proprio dell’assistenze sociale a cui il piccolo Dario iniziò a confidare i primi racconti dell’orrore e da cui è partito tutto. In attesa di ricevere risposte, la Commissione ha bloccato la quota associativa di 200€ annui destinati al Cismai, la struttura cui appartenevano molti assistenti sociali che compaiono in questa storia, anche se ben più cospicui sono i 4 milioni che in questi ultimi vent’anni l’Unione dei comuni nord di Modena ha sborsato per farsi carico delle spese per l’affido e le terapie psicologiche dei bambini. Di questi, la metà è confluita nel Cab, il Centro aiuto del bambino, un’associazione privata aperta dalla stessa Valeria Donati, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata.

Questa storia dunque non ha ancora trovato un epilogo, e gli interrogativi sono ancora molti, anzi, troppi, dato che sono costati la vita, l’infanzia, la serenità e la reputazione a 16 bambini e alle loro famiglie.

Rating: 5.0/5. Su un totale di 1 voto.
Attendere prego...