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"Morire per delle idee". Cosa dobbiamo a Lorenzo Orsetti?

Che si pensi a lui come a un pazzo o a un eroe, la vicenda di Lorenzo Orsetti costringe a interrogarci, scardina i nostri alibi, ci inchioda alle nostre responsabilità.

Lorenzo Orsetti è questo ragazzo di 33 anni dal volto buono e dagli occhi che sorridono. Con un kalashnikov in mano.

Lorenzo Orsetti è il cuoco toscano, classe 1986. Lorenzo è Têkoşer, il suo nome di battaglia da combattente italiano nella milizia curda dello Ypg, morto a Baghuz combattendo contro l’Isis.

Lorenzo Orsetti è il ragazzo che a Radio Onda Rossa parlava di “un progetto bello di rispetto e di comunione, di rispetto per la diversità, che potrebbe essere fonte di ispirazione”, che chiedeva al mondo di non “girarsi dall’altra parte e fare finta di niente mentre civili e bambini muoiono nel peggiore dei modi”.

Lorenzo è il ragazzo che scriveva:

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà.

Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!”
Orso,
Tekoser,
Lorenzo

Come si può essere pacifisti e uccidere? Come si può preferire un kalashnikov e la vita del rivoluzionario ai pendii dolci della Toscana di Bagno a Ripoli, senza avere in sé il tarlo dell’esaltazione?
Come si può partire da pacifisti, per diventare testimone di un massacro, con lo scopo di parlarne al nostro mondo privilegiato e dire, al tempo stesso, a uomini, donne e bambini nati in una terra disgraziata che non sono soli, e finire per scegliere di combattere una guerra che apparentemente non ti appartiene? Da cui puoi chiamarti fuori, senza per questo essere né codardo, né indifferente, né incoerente con le tue idee?

“Siamo buoni a parole ma poi non ci coinvolgiamo abbastanza nelle storie del mono”, dice senza recriminazioni né astio il papà di Lorenzo, l’anarchico, il figlio tanto amato, il ragazzo che ha scelto con consapevolezza la concreta possibilità di una morte prematura “con il sorriso sulle labbra”, pur di difendere i “più deboli e rimanere fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà“.

Non avrei potuto chiedere di meglio”, arriva a scrivere, senza traccia di esaltazione, quel ragazzo che ha fatto della sua vita qualcosa di straordinario come se fosse normale.

Cosa dobbiamo a Lorenzo Orsetti? Me lo chiedo da ieri.
Da essere umano, che crede nei valori della pace, dell’uguaglianza e nella necessità di rivedere uno status quo basato sulla tutela dei privilegi di pochi, a danno della vita di molti innocenti, percepiti come troppo lontani e troppo altro da noi per farci sentire in colpa. 

Lorenzo costringe a interrogarci su quanto facciamo nel concreto per le nostre idee, su quello cui siamo davvero disposti a rinunciare per un mondo più giusto, su quanto siamo disposti a uscire da quell’individualismo, sul quale lui si diceva disilluso, ma non abbastanza per non cercare di scardinarlo a costo della vita, per fare la differenza.

Non facciamo retorica da quattro soldi. Rispettare Lorenzo e celebrarlo, con tutta la difficoltà a comprenderne la scelta e le contraddizioni con i propri ideali, non significa sostenere che siamo tutti codardi e che quella di questo ragazzo, che avrebbe potuto avere una vita ben più lunga e felice, secondo i nostri parametri non i suoi, sia l’unica scelta possibile, né la migliore.

Ma Lorenzo ci interroga.
Ci inchioda alle nostre responsabilità. Alle colpe della nostra indifferenza. All’alibi del “cosa posso fare io di fronte a tutta questo orrore?” con cui ci laviamo la coscienza e torniamo vivere “sicuri
nelle [nostre] tiepide case”, dove troviamo “tornando a sera il cibo caldo e visi amici”, buoni a parole, incapaci di gesti quotidiani che, senza necessità di essere eroi, santi, pazzi o combattenti, potrebbero fare la differenza nel nostro piccolo e nel quotidiano.

Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo […]
Ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.

Non serve condividerne le scelte, né ammirarle, per lasciarci interrogare da Lorenzo.
Ma almeno questo glielo dobbiamo.

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