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Stefania Siani: "Com'è cambiata la rappresentazione delle donne nella pubblicità"

"Il mondo è diverso da come lo rappresentiamo: è molto più evoluto e complesso".

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Questo contenuto fa parte della rubrica “Women at work”

È una donna che supporta le donne Stefania Siani.
Ha sicuramente vissuto su di sé, come tutte noi, il peso della discriminazione di genere, prima di arrivare a essere quello che è oggi, ma non le interessa recriminare.

Accenna all’imbarazzo che provava, agli esordi, quando assisteva ai casting femminili: “Succedevano cose inenarrabili ed erano considerate la normalità. Ora le cose sono cambiate, molto, anche se c’è ancora tanto da fare”.

Del resto, è una donna più interessata a quello che può fare per cambiare le cose che lamentarsi di quanto sia stata dura. E, infatti, ci dice: “È importante sì, denunciare, ma è più efficace essere propositivi e valorizzare le voci che rappresentano il cambiamento”.

In tempi in cui è forte la tentazione di puntare il dito sulle cose, tante, che non vanno o che sembrano tirarci indietro nel tempo, lei non sembra lasciarsi distrarre, né prendere dallo sconforto: la sua è una voce fuori dal coro e molto indaffarata a creare.

Non è un caso che arriviamo nel suo ufficio all’indomani della sua promozione a vice president e chief creative officer in Italia di DLV BBDO, senza dubbio una delle realtà creative più interessanti a livello internazionale.

E non è un caso, del resto, che lei sia parte attiva, ora anche vicepresidente dell’ADCI, l’Art Directors Club Italiano, che ha ideato e promosso il Premio Equal, che “premia le aziende e i creativi che  lavorano per evolvere l’immaginario verso l’uguaglianza attraverso le loro campagne”.

Un premio dal nome evocativo, che serve a dire che “la gender e la diversity responsability non sono solo un tema sociale o di beneficienza, ma business”. Stefania Siani ne è sicura:

Il futuro premierà le aziende che decideranno di investire in una nuova rappresentazione più reale e complessa del mondo.

Perché è questo il punto. Non si tratta di dare quote speciali alle donne o alle diversità di etnia, religione, orientamento sessuale; né di ammettere ai casting persone disabili, con malattie invalidanti o di età diverse come se fosse un fatto di magnanimità:

La questione è che il mondo è diverso da come lo rappresentiamo: è molto più evoluto e complesso.
Rappresentare tutte le persone, nella loro diversità e con le loro specifiche storie, significa riconoscerle.

Di fatto, oggi, la pubblicità e la comunicazione non sono chiamate a fare altro che raccontare come è davvero il mondo. Invece di crearne, come ha fatto finora, uno stereotipato, semplificato e non rispondente al vero, che non fa bene a nessuno.