Carla, fucilata a 17 anni, e le partigiane che lottarono per la libertà

Carla, Edera, Norma, sono solo alcuni dei nomi delle tante donne partigiane che durante la Resistenza lottarono per i loro ideali di libertà, talvolta sacrificando la vita per permettere agli altri di vivere la propria, al sicuro da dittatura e oppressione.

Carla, Norma, Irma. Sono tanti i loro nomi, diverse le loro storie, ma identico il destino che si erano scelte, quello delle combattenti. Erano giovani, alcune giovanissime, molte fra loro sono riuscite a vivere una vita lunga e serena, insignite delle più alte onorificenze per i loro gesti di coraggio, per altre, invece, il destino ha riservato una morte violenta e precoce e un posto d’onore nella schiera degli eroi che, come canta Guccini, son tutti giovani e belli.

Addio a Pierina Vitali, onore alla "biondina" che, torturata, non tradì

Le storie di queste donne partigiane che hanno scelto di combattere, al fianco dei loro uomini, contro l’esercito nazifascista raccontano di un’Italia pronta a unirsi per lo stesso ideale democratico, di un paese che è stato capace di mettere insieme ogni classe sociale disposta a lottare per lo stesso obiettivo. Fra Carla, Irma e le altre c’erano, infatti, molte donne e ragazze del popolo, ma anche provenienti da famiglie benestanti, che hanno scelto di scrollarsi di dosso le loro esistenze agiate per sporcarsi le mani e rischiare la vita.

Sia chiaro un concetto: in quel particolare contesto storico, in quel clima di guerra dove morte e violenza erano, purtroppo, all’ordine del giorno, non c’è mai stata una netta linea di demarcazione tra la parte “buona” e quella “cattiva”, se con questo intendiamo dividere le vittime dai carnefici. Furono commessi crimini atroci da ambo le parti, e molte vittime innocenti, o colpevoli solo di attirare sulla propria persona un semplice sospetto, furono trucidate impietosamente, da entrambe le fazioni.

Questo, tuttavia, non può e non deve in alcun modo intaccare il ricordo o l’ammirazione verso chi quella guerra è riuscita a combatterla, pur mantenendo saldi i valori umani, le persone che, spinte da un credo che parlava di libertà e di diritti, hanno spesso pagato con la vita la possibilità, per altri, di vivere la propria. Carla, Irma, Norma e le altre sono le madri, le nonne, che oggi hanno reso, per i loro cari, la vita per come la conoscono. E questo non può certo essere dimenticato.

1. "Carla", uccisa a 17 anni

Fonte: lauraboldrini.it

Carla, in realtà, si chiamava Santina Riberi. Era nata a Viverone, nel biellese, il 5 novembre 1926. Fu catturata il 9 settembre del 1944, come ha raccontato tempo fai il nipote Mario

sul sito lauraboldrini.it, che era mamma di un bambino di un anno e mezzo.

Immagino che l’essere donna e giovanissima mamma – dice Mario – abbia rafforzato gli ideali che la spinsero ad aderire alla divisione Garibaldi, a lottare con determinazione e correndo pericoli estremi per ottenere libertà ed emancipazione.

Carla fu fucilata nel cortile della caserma Freguglia di Ivrea dai componenti del battaglione fascista Barbarigo, dopo essere stata torturata per due giorni.

2. Norma Parenti, mamma coraggiosa

Fonte: iltirreno

Norma Parenti era nata nel 1921, e a soli 22 anni, nell’autunno del 1943, si è messa in contatto con le bande partigiane. Nonostante la gravidanza e l’arrivo di un figlio nel dicembre di quell’anno divenne una partigiana del Raggruppamento Amiata della 23ma Brigata Garibaldi, agendo con attività di propaganda, rifornendo i partigiani o aiutando i prigionieri russi e polacchi scappati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 a fuggire. Il 22 giugno del 1944 i tedeschi in ritirata andarono a prenderla a casa, una fattoria nei pressi di Massa Marittima. Norma Parenti fu arrestata con la madre, seviziata e uccisa con ferocia appena fuori Massa Marittima. Era stata tradita da un soldato che lei aveva fatto scappare. A Norma Parenti è stata assegnata la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

3. Vittoria Giunti, prima sindaca siciliana

Fonte: Ragusa News

Vittoria Giunti nacque in una facoltosa famiglia borghese toscana, nel 1917. Ebbe l’opportunità di studiare matematica e fisica all’Università di Roma, frequentando l’Istituto di Alta Matematica, e ricoprì anche il ruolo di assistente all’Università di Firenze.
Durante la Resistenza, racconta meridionews, conobbe il militante comunista Salvatore Di Benedetto. Nel 1945, quest’ultimo rimase ferito da un’esplosione che lo sfigurò. Ricoverato in ospedale, all’infermiera diede un biglietto con scritto il nome di Vittoria, inviata poco dopo dai vertici del Partito Comunista per proteggerlo.

In quel periodo nasce il legame che lì unirà per la vita. Seguendo il marito, infatti, Vittoria si trasferì in Sicilia, diventando, nel 1956, la prima sindaca dell’isola, di Santa Elisabetta, provincia di Agrigento, dove istituì il bilancio partecipativo e, ricorda il giornalista Gaetano Alessi, autore di una sua biografia, “guidò le donne che aprivano i cortei, affinché i gabellotti mafiosi non potessero usare violenza nella vera guerra civile siciliana, in cui si contarono più di duemila morti. Fece una lotta casa per casa, nelle strade, nei luoghi d’incontro della comunità”.

Vittoria Giunti è morta il 2 giugno del 2006.

4. Francesca Rolla e la rivolta delle donne carraresi

Fonte: YouTube

In centinaia tremavano, avevano paura davanti alla mitragliatrice tedesca, ma di quel tipo di paura che in un attimo si trasforma in razionalità e forza.

A raccontare di questo episodio era Francesca Rolla, partigiana che guidò la rivolta di Carrara del 7 luglio 1944, condotta proprio dalle donne toscane per opporsi al decreto di sfollamento emanato dal Comando tedesco.

Quando il Comando tedesco ordinò di abbandonare le nostre case, per trasferirci nel paese di Sala Baganza, perché la città era sulla Linea Gotica, decidemmo di opporci pacificamente, ma con decisione, radunandoci in piazza delle Erbe. Buttammo all’aria i banchi di verdura e facemmo chiudere i negozi. Quando ci trovammo davanti i militari tedeschi, noi che eravamo in prima fila, capimmo che se avessimo mostrato la nostra paura tutto sarebbe stato inutile e le donne che erano dietro sarebbero fuggite. Allora ci siamo fatte coraggio e a mani nude ci siamo avventate come belve contro il Comando tedesco, per impaurire i soldati e prenderli alla sprovvista“.

Le donne hanno abbandonato il presidio solo dopo la revoca della predisposizione nazista. Francesca Rolla è diventata presidente dell’Anpi provinciale di Massa Carrara, ed è morta, a 95 anni, nel 2010. La città di Carrara le ha dedicato un murales proprio su un palazzo di Piazza delle Erbe, dove la rivolta ebbe inizio.

5. Irma Bandiera, trucidata per non aver fatto la spia

Fonte: Wikimedia

Nata a Bologna l’8 aprile 1915, Irma Bandiera proveniva da una famiglia benestante, era una moglie e una mamma, ma scelse di schierarsi con i partigiani, divenendo una staffetta nella 7a G.A.P.
Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre rientrava a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé aveva anche dei documenti compromettenti. I fascisti la seviziarono per sei giorni, ma lei non tradì mai i suoi compagni di lotta, rifiutando di rivelare i loro nomi.

Per Irma Bandiera, che 7 giorni di tortura uccisero, ma non piegarono

L’ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: “Lì ci sono i tuoi – le dissero – non li vedrai più, se non parli“, ma lei non parlò. I fascisti infierirono sul suo corpo martoriato, la accecarono prima di portarla ai piedi della collina di San Luca, dove la trucidarono scaricandole addosso i loro mitra, il 14 agosto 1944. Il suo corpo fu lasciato, come ammonimento, per strada un intero giorno.
Irma Bandiera è Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

6. Piera Vitali

Fonte: milano.repubblica

Nota come “la biondina della Val Taleggio”, Piera Vitalia nel 1944 partecipò alla cattura di un alto ufficiale della Gestapo, un certo Dick. Pochi mesi dopo l’episodio che cambiò la sua vita: venne mandata a Primaluna, in Valsassina, dove era imminente un rastrellamento fascista, per condurre in salvo la moglie di un comandante partigiano. Con sé aveva una lettera di presentazione per la donna, che non la conosceva, ma durante il tragitto venne fermata a un posto di blocco. Senza documenti, dato che ormai i fascisti la conoscevano, venne condotta in caserma, dove fece a pezzi la lettera, che fu però scoperta dai militari.

Scoperta la sua identità Pierina Vitali fu torturata: la misero al muro e si divertirono a sparare il più vicino possibile al suo corpo, per poi proseguire con schiaffi, insulti e minacce, ma lei non parlò mai.

Venne trasportata al carcere a Monza dove rivide il colonnello Dick che le propose di passare dalla loro parte, ma, al suo rifiuto, ricevette altri insulti e torture. Passò anche un periodo in carcere a San Vittore per poi essere caricata su un pullman diretto ai campi di concentramento tedeschi, ma Pierina Vitali ruppe un finestrino, gettandosi fuori e riuscendo a salvarsi e a fuggire con altri partigiani. Camminò per giorni, finché riuscì a tornare a casa, il 30 dicembre 1944, due mesi dopo la sua cattura. Finita la guerra venne riconosciuta dal governo come ex patriota combattente.

È morta il 16 febbraio 2020, a 96 anni.

7. "Luisa" Virginia Tonelli, uccisa dopo 10 giorni di torture

Fonte: anpiudine.org

Nata a Castelnuovo del Friuli, in provincia di Pordenone, il 13 novembre 1903, orfana di padre aveva iniziato a soli 11 anni a lavorare come sarta. Divenne poi anche infermiera e, per aiutare la famiglia con uno stipendio fisso, si trasferì a Venezia dove per quattro anni fece la vigilatrice all’ospedale infantile del Lido. Già in quel periodo aveva però sviluppato una chiara coscienza politica che l’aveva portata, nel 1930, a militare nell’organizzazione comunista clandestina. Dopo l’emigrazione in Francia e il matrimonio con il militante comunista Pietro Zampollo, nel ’37, la sua casa a Tolone divenne un importante punto di riferimento per gli esuli italiani, i perseguitati e gli antifascisti.
All’inizio del 1943, d’accordo con la Direzione del PCI, Virginia tornò però a Castelnuovo, per unirsi alla lotta di liberazione che era ormai prossima.
“Luisa” riuscì ad organizzare in Friuli manifestazioni antifasciste femminili, e il suo ruolo divenne mano a mano sempre più importante: organizzava le riunioni clandestine, si preoccupava della stesura e della diffusione del materiale di propaganda, raccoglieva fondi e materiali per sostenere le formazioni partigiane, e spesso andava a Milano per mantenere i contatti con il comando del CLN Alta Italia.
All’alba del 19 settembre del 1944, mentre con Wilma Tominez Padovan, altra coraggiosa militante comunista, trasportava documenti e stampa clandestina delle Brigate Garibaldi da Udine a Trieste, fu arrestata. Rinchiusa nelle carceri del Coroneo, “Luisa” fu torturata per dieci giorni, senza mai rivelare nessuna informazione utile ai fascisti; il 29 settembre 1944 allora i suoi aguzzini la portarono alla Risiera di San Sabba, dove la arsero viva. Del corpo di Virginia Tonelli non rimase la minima traccia.
Virginia Tonelli è Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Nel suo paese una lapide, con un’iscrizione del poeta Tito Maniacco, la ricorda così.

In memoria di coloro che non piegarono / e di Virginia Tonelli ‘Luisa’ / che quando la terra era sotto il piede nazista e fascista / oscura parlò, convinse, lottò. / Catturata trasformò in silenzio l’odio del popolo / e in silenzio morì alla Risiera di San Sabba. / O tu che passi per il tuo pacifico lavoro / ricordati di ricordare

8. Edera Francesca De Giovanni, che fece tremare i fascisti

Fonte: storiaememoriadibologna.it

Nata a Monterenzio, nel bolognese, il 17 luglio 1923, Edera Francesca De Giovanni era cresciuta in una famiglia antifascista e faceva la domestica presso una facoltosa famiglia bolognese. Già durante il regime aveva scontato 20 giorni di carcere per aver polemizzato con un gerarca fascista del suo paese, ma fu con la caduta di Mussolini, prima ancora che la Resistenza si organizzasse, che lei, con altri giovani di Monterenzio, chiesero alle autorità del paese che il grano ammassato nei depositi fosse distribuito alla popolazione. Su suo impulso si sarebbe costituita la 36a Brigata Garibaldi.

Il 30 marzo del 1944, durante un’azione di prelevamento di armi nel centro di Bologna assieme ad altri partigiani, Edera De Giovanni fu catturata dalla polizia, avvertita da un traditore. Torturata per un giorno intero, la ragazza non si lasciò sfuggire la più piccola informazione, e all’alba del 1° aprile 1944 fu fucilata contro il muro di cinta del Cimitero in via della Certosa.

Prima che i suoi carnefici sparassero, Edera De Giovanni gridò loro

Tremate. Anche una ragazza vi fa paura!

Con De Giovanni caddero il suo compagno, Egon Brass, e i partigiani Ettore Zaniboni, Enrico Foscardi, Attilio Diolaiti e Ferdinando Grilli.

Articolo originale pubblicato il 21 Aprile 2022

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