Tone policing: cos'è e perché smaschera le dinamiche di potere

Il tone policing sposta l'attenzione dal contenuto di ciò che una persona esprime al modo in cui lo comunica. Ecco come si manifesta sul lavoro e nelle relazioni e quando può diventare una forma di controllo, invalidazione o manipolazione

Siete a una riunione di lavoro e non siete un maschio bianco, parlate di qualcosa che non va e lo fate con decisione: venite interrottə perché a qualcuno il vostro atteggiamento non piace. Oppure siete con il partner e mentre discutete di una sua presunta mancanza, lui vi dice di abbassare i toni. A volte accade perché in effetti siete agitatə o appassionatə, ma qualora la persona che vi spinge a notare il tono della vostra voce e non il messaggio non sia qualcuno di cui vi fidate, è possibile che la situazione rientri nel fenomeno del tone policing.

Il significato di tone policing

Tone policing significa letteralmente “polizia del tono”. Si tratta di una dinamica comunicativa in cui l’attenzione si sposta dal contenuto di ciò che una persona sta dicendo al modo in cui lo sta dicendo. Invece di affrontare un problema, una critica o una richiesta, si mette in discussione il tono, l’emotività o l’atteggiamento di chi parla.

Come spiega un articolo pubblicato sul sito dell’Università di Colonia, il fenomeno investe soprattutto le cosiddette minoranze: se si è donna, disabile, di discendenza africana o asiatica, o si fa parte della comunità Lgbtqai+ è probabilmente il modo comune con cui la propria prospettiva viene sviata sul posto di lavoro, dove i valori culturali dominanti sono la supremazia bianca e la mascolinità.

In altre parole, per individuare se quello che ci è successo rientra nel tone policing, dobbiamo chiederci se quello che abbiamo detto e come lo abbiamo detto avrebbe avuto lo stesso effetto pronunciato da un esponente di un gruppo dominante. Non si tratta solo del fastidio dell’essere interrottə, ma rafforza gli squilibri di potere.

Tone policing sul lavoro

I luoghi di lavoro spesso privilegiano il comfort rispetto a concetti come coraggio, inclusione e connessione. Di sovente quindi potrebbe essere difficile discutere, anche pacatamente, di qualcosa che potrebbe mettere a disagio i colleghi, come una loro mancanza di impegno nel team.

Il tone policing sul lavoro si manifesta ad esempio quando quando una persona solleva un problema concreto (un’ingiustizia, un carico di lavoro insostenibile, un comportamento discriminatorio o una decisione discutibile) e la conversazione finisce per concentrarsi sulla sua presunta aggressività, scortesia o eccessiva emotività di chi solleva il problema. Il punto centrale è che la legittimità di un’osservazione viene fatta dipendere da quanto è gradevole, rassicurante o accomodante il modo in cui viene espressa.

Non ogni richiesta di comunicare con rispetto è ovviamente tone policing. Dare feedback sul modo in cui si interagisce con colleghi e colleghe può essere legittimo: la dinamica diventa problematica quando il richiamo al tono serve a eludere il merito di una questione, delegittimare chi la solleva o imporre standard comunicativi diseguali.

La paura del tone policing può essere paralizzante: chi subisce la lamentela del “non mi piace il tuo tono” rischia di non avere i giusti tempi di reazione e apparire davvero arrabbiato o arrabbiata in seconda battuta.

Tone policing nelle relazioni

Il tone policing nelle relazioni affettive è una dinamica comunicativa in cui l’attenzione si sposta dal contenuto di ciò che una persona sta esprimendo al tono, all’intensità emotiva o al modo in cui lo comunica. Può accadere in una relazione di coppia, in un rapporto familiare o anche in un’amicizia. Una persona cerca di esprimere un disagio, una delusione, un bisogno o un limite, ma anziché trovare spazio per parlarne, si sente rispondere che sta esagerando, che è troppo arrabbiata o che dovrebbe calmarsi.

Il problema iniziale passa così in secondo piano. Non si parla più di ciò che ha ferito, frustrato o fatto sentire trascurata una persona, ma del fatto che lo abbia espresso con un tono ritenuto sbagliato. E questo può diventare un pretesto per non confrontarsi con ciò che quell’emozione sta comunicando.

Nelle relazioni, sentimentali o amicali, il tone policing può essere anche una forma di manipolazione, che il rapporto sia a due o all’interno di un gruppo di persone. Può configurarsi come un tipo di gaslighting: chi manipola sposta l’attenzione dal messaggio al modo, in maniera di prendere le redini della conversazione e sminuire sia messaggio che messaggero, instillando in quest’ultimo la possibilità di aver commesso un errore.

Ovviamente non ogni richiamo al tono è manipolatorio e non ogni episodio di tone policing costituisce gaslighting. La differenza fondamentale sta nel modo in cui viene utilizzato il richiamo al tono e nell’effetto che produce sulla persona che lo riceve. Quando viene usato ripetutamente per invalidare le emozioni, screditare le osservazioni o evitare di assumersi responsabilità, il tone policing può diventare uno strumento di controllo della comunicazione e, più in generale, della relazione.

Esempi di tone policing

Alcuni esempi di tone policing possono aiutarci a smascherare questa dinamica comunicativa così da correre ai ripari cercando di contrastare il fenomeno. Qui di seguito alcuni esempi sul lavoro e nelle relazioni.

Esempi di tone policing sul lavoro

Come anticipato, il luogo di lavoro è uno degli ambiti in cui il tone policing può manifestarsi

Situazione Frase che sposta l’attenzione sul tono
Una dipendente segnala una disparità di trattamento «Non c’è bisogno di essere così polemica».
Una lavoratrice contesta una decisione ingiusta «Potresti dirlo in modo meno aggressivo?».
Una collega manifesta frustrazione per un carico di lavoro eccessivo «Calmati, così non si riesce a ragionare».
Una professionista difende la propria competenza durante una riunione «Non essere sempre sulla difensiva».
Una dipendente denuncia un comportamento sessista «Sei troppo emotiva, stai prendendo la cosa sul personale».
Una lavoratrice insiste perché venga affrontato un problema ignorato «Con questo atteggiamento non vai da nessuna parte».

La conseguenza di questi atteggiamenti è che una lavoratrice può essere percepita come difficile da gestire, anziché come una professionista che solleva questioni legittime. Un atteggiamento del genere, oltre a svalutare le competenze, porta disagio emotivo nel bersaglio di questa strategia comunicativa così come una riduzione della partecipazione nei momenti di confronto tra colleghi.

Esempi di tone policing nelle relazioni

Come anticipato, il tone policing può manifestarsi anche nelle relazioni affettive, siano esse di coppia o amicali. Alcuni esempi di frasi, calate nel contesto in cui vengono pronunciate, possono essere le seguenti:

  • «Non puoi parlarmi così, sei sempre aggressiva».
  • «Sei troppo emotiva, non si può discutere con te».
  • «Stai facendo una tragedia per niente».
  • «Quando ti calmi, ne riparliamo».
  • «Con questo tono mi fai passare la voglia di ascoltarti»

Va da sé che non si tratta di frasi sempre manipolatorie, ma diventano problematiche quando la richiesta di calmarsi viene usata per evitare il confronto o il problema.

Tone policing, doppi standard e aspettative di genere

Il tone policing può intrecciarsi anche con gli stereotipi di genere che regolano l’espressione delle emozioni all’interno delle relazioni di qualsiasi natura. Alle donne, ad esempio, viene spesso attribuita una maggiore emotività, mentre agli uomini viene tradizionalmente riconosciuta una maggiore legittimità nell’esprimere rabbia, frustrazione o autorità. Questi stereotipi possono influenzare il modo in cui vengono interpretate le stesse parole, a seconda di chi le pronuncia.

Una donna che dice «Sono arrabbiata perché non mi sento rispettata» può essere liquidata come esagerata o instabile. Un uomo che manifesta lo stesso disagio può essere interpretato come deciso o semplicemente contrariato.

Non è una regola universale, né significa che il tone policing riguardi esclusivamente le donne. Anche gli uomini possono subire invalidazione emotiva, per esempio quando viene loro richiesto di non mostrare vulnerabilità o tristezza. Il punto è che le aspettative di genere possono determinare quali emozioni siano considerate accettabili e quali, invece, vengano svalutate.

Come affrontare il problema

Il primo passo è riconoscere ciò che è appena accaduto. Se si riconosce che quanto si stava affermando sarebbe percepito in modo differente in base a chi l’ha pronunciato, si tratta probabilmente di tone policing.

Il secondo passo è riportare l’attenzione su ciò che si è detto, senza negare i sentimenti degli altri, usando un linguaggio neutro e un linguaggio del corpo rilassato: in altre parole, si cerca di non accusare, ma di chiedere un’assunzione di responsabilità invitando tutti chi partecipa alla conversazione a fare meglio Ma come fare concretamente? Quando ci si accorge che una discussione sta scivolando dal problema al proprio tono, può essere utile provare a riportare l’attenzione sul contenuto, senza negare la possibilità di migliorare il modo in cui si comunica.

Queste frasi possono aiutare:

  • «Possiamo parlare di come ti sto dicendo questa cosa, ma vorrei che non perdessimo di vista ciò che sto cercando di comunicarti».
    «Non ti sto chiedendo di essere d’accordo con me, ma di provare a comprendere perché questa situazione mi fa stare male».
    «Se hai bisogno di una pausa, possiamo prendercela. Vorrei però che stabilissimo quando riprendere il discorso».
    «Mi sembra che stiamo parlando molto della mia reazione e poco di ciò che l’ha provocata».
    «Non pretendo di esprimermi sempre nel modo perfetto, ma vorrei che il mio disagio non venisse ignorato per questo».

Se il fenomeno si ripete, può essere utile osservare il modello complessivo della relazione: entrambi possono esprimere rabbia, delusione e dissenso? Entrambi possono chiedere di essere ascoltati? I conflitti portano a un confronto reale oppure finiscono sistematicamente con una persona che si scusa per aver manifestato un’emozione?

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