
Dai pantaloni alla minigonna: (anche) la moda ha liberato le donne
Pantaloni e minigonna possono essere dei capi di abbigliamento che talvolta diamo quasi per scontati, tuttavia rappresentano storicamente un simbolo di liberazione femminile.

Pantaloni e minigonna possono essere dei capi di abbigliamento che talvolta diamo quasi per scontati, tuttavia rappresentano storicamente un simbolo di liberazione femminile.

A volte vediamo della moda solo il lato negativo. La colpevolizziamo per i modelli femminili irrealistici proposti, la riconosciamo come unica causa dei disturbi alimentari, che invece rappresentano un fenomeno estremamente complesso, in cui i modelli femminili possono essere in alcuni casi solo la punta degli iceberg. Ma la moda nel tempo è stata anche e soprattutto specchio di una liberazione ed emancipazione progressiva delle donne, veicolo per il femminismo, cammino parallelo nella storia.
Basti pensare ad esempio ai corsetti, che nell’800 erano un capo intimo quasi obbligatorio e doloroso: sul tema possiamo ricordare la mamma delle sorelle March in Piccole donne, femminista ante litteram che, contraria ai corsetti, aveva l’ardire di parlarne e per questo era invisa in società. Per fortuna questo capo è stato progressivamente abbandonato, anche grazie all’apporto politico e culturale delle suffragette. Le donne non hanno bruciato i corsetti come successivamente è stato fatto con i reggiseni durante le proteste degli anni ’60 del Novecento, ma col tempo le cose sono per fortuna cambiate: stilisti come Vivienne Westwood e Jean Paul Gaultier li hanno infatti trasformati in capi comodi e sexy, da indossare anche in vista, forieri di un cambiamento culturale.
Se ripercorriamo la storia della moda, dall’epoca vittoriana a oggi, possiamo notare come le gonne si siano progressivamente accorciate e abbiano perso volume: dalle stecche ottocentesche che coprivano le scarpe, si è giunti alle caviglie scoperte, poi ai polpacci e infine alle cosce. E quando talvolta oggi si discute e si critica la lunghezza delle gonne, basterebbe ricordare quanto erano corte le gonne delle mamme e delle nonne di alcuni e alcune di noi negli anni ’60.

La minigonna ha rappresentato una vera e propria rivoluzione sul fronte della liberazione della donna, dato che si inserisce direttamente nei movimenti di rivoluzione sessuale. Inventata da Mary Quant, fu uno scandalo in alcuni ambienti dell’epoca, ma al tempo stesso avviò una reazione a catena, che portò nel tempo a coinvolgere identità personali e collettive: non a caso Quant era britannica, proprio come la rockstar David Bowie, che sulla scorta dell’androginia proposta dalla stilista, esplorò letteralmente nuovi mondi, sdoganando i concetti un tempo binari di orientamento sessuale e identità di genere.
Un semplice capo di abbigliamento contribuisce a un vero e proprio cambio di paradigma: cambia l’identità femminile, e la donna smette finalmente di essere l’angelo del focolare. E insieme alla minigonna si accompagnano altri mutamenti ben più radicali: si comincia a parlare di contraccezione e la pillola diventa un caso politico, in cui l’autodeterminazione della donna sarebbe diventata centrale. In altre parole, le donne possono mostrare il proprio corpo, la propria identità al mondo: e una “semplice” minigonna ha contribuito in questo complesso cambiamento.
L’“invenzione” dei pantaloni viene collegata di solito alla stilista Coco Chanel, ma in realtà fu Amelia Bloomer, una giornalista, a sdoganare nel 1849 questo capo – tradizionalmente considerato maschile – sulla copertina della sua testata The Lily, un giornale interamente fatto da donne. Quei pantaloni presero il nome di bloomers e si posero come capo comodo e versatile. Con l’arrivo dei pantaloni cambiarono anche le abitudini femminili. Ad esempio, nell’ambito dell’equitazione, non c’era più bisogno che le donne cavalcassero all’amazzone, con entrambe le gambe su un lato (anche se ci sarebbero voluti decenni per l’affermazione di questo stile).

Il retaggio degli ostacoli ai pantaloni sarebbe rimasto in sacche culturali a macchia di leopardo, e forse ancora oggi è così in alcuni luoghi. Nel 1989, la scrittrice Lara Cardella scrisse un romanzo diventato subito bestseller: nel suo Volevo i pantaloni, l’autrice raccontava, con una storia verosimile, dei retaggi antifemministi in una società patriarcale a lei contemporanea. I pantaloni diventano il simbolo della liberazione di una ragazza costretta in un mondo di uomini, che però riesce a liberarsi da tante limitazioni e perfino molestie sessuali.
Nel tempo i pantaloni sono diventati il capo di abbigliamento preferito di imprenditrici, manager, libere professioniste, politiche. Anche se Melanie Griffith e Sigourney Weaver indossavano ancora in massima parte le gonne in Una donna in carriera, film del 1988, tutto sarebbe cambiato rapidamente e i tailleur giacca-pantaloni sarebbero presto apparsi nei guardaroba delle donne più potenti del mondo, finendo per fare capolino nella campagna presidenziale dapprima di Hillary Clinton e poi di Kamala Harris, senza contare tutte le politiche europee che vi ricorrono quotidianamente.
I pantaloni diventano così il simbolo della ricerca dell’abbattimento del soffitto di cristallo e con il passare degli anni il simbolo resta potente: i pantaloni, come la minigonna, non più un indumento di protesta o rottura, sono certamente diventati comuni sì, ma continuano a esercitare il loro fascino rivoluzionario.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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