Per molte donne, sentirsi dire che non posso fare qualcosa, di non essere all’altezza di mete prefissate, è un potente pungolo per il successo: a spulciarne la biografia e a vedere il documentario che Lorna Tucker le ha dedicato, Vivienne Westwood deve essere una di loro.

Vivienne Westwood. Punk, Icona, Attivista, in 78 minuti tenta di dar conto di vita e carriera della stilista britannica a cui si deve l’affermazione, nella moda, del punk negli anni Settanta, e del New Romantic nel decennio successivo. La regista, ex modella che spesso nelle interviste si è detta ispirata dalla fashion designer, dopo averla seguita per tre anni, riuscendo a filmare anche momenti più intimi, come il risveglio o qualche scontro professionale particolarmente acceso, ci riesce con risultati discontinui (tanto che lo stesso brand si è dissociato dal film, definendolo mediocre a causa – secondo le dichiarazioni fatte circolare – di una non esaustiva panoramica dell’impegno politico e sociale della stilista).

Affrontata in maniera forse a tratti troppo acritica la figura pubblica, a lasciare il segno è la luce che qua e là viene gettata sulla donna Vivienne Westwood, annoiata dal guardare al passato eppure generosa nel proporre spunti per una riflessione sul ruolo femminile nel processo creativo; già perché capace di reinventare se stessa e il suo lavoro ogni volta che una nuova sfida le si è posta dinanzi, lascia in più punti intendere quanto il rapporto con Malcom McLaren, secondo marito e manager dei Sex Pistols, sia stato provvido e sventurato insieme.

Lasciato il primo marito (Derek Westwood, di cui ha mantenuto il cognome), dopo aver partorito il primo figlio appena 22enne («Non stavo imparando nulla da lui», ha dichiarato in più di un’intervista), Vivienne conosce Malcom all’inizio degli anni Settanta: uomo colto e affascinante da cui si lascia “vampirizzare” per un decennio. Se è grazie al loro sodalizio che a Londra nasce al 430 di Kings Road il “Let It Rock” prima, “Too Fast To Live Too Young To Die”, il “SEX”, il “Seditionaries” e infine il “Wold’s End” («Cambiavamo il nome al negozio a seconda dello stile dei vestiti che disegnavo, come fossero delle collezioni di moda», spiega la stilista), è a causa di una ripicca di lui che il contratto con Giorgio Armani, disposto a farsi carico delle spese di produzione della “Pirate Collection”, salta agli inizi degli anni Ottanta: una firma che sarebbe potuta valere svariate migliaia di sterline non sarebbe stata messa.

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Un uomo, a detta della stessa Westwood, appagato solo nel vedere le sue lacrime («ho pianto talmente tanto in quegli anni che poi non ho più versato una lacrima: le avevo finite tutte»). Eppure la loro relazione s’è inasprita solo a causa dell’incapacità del marito di cambiare: «mi sono letteralmente annoiata con Malcolm».

Dieci anni dopo la separazione, sposa il suo studente Andreas Kronthaler, incontrato nel 1988 quando insegna Fashion Design alla Vienna School of Applied Art: 25 anni la differenza d’età, un matrimonio che dura da 28 anni, la certezza da parte di lei che malgrado sia alle soglie degli 80 anni (è nata l’8 aprile 1941), la sua pelle non sia levigata e il suo corpo non sia più tonico, non c’è donna che Andreas potrebbe desiderare di più.

Vivienne Westwood per decenni è stata considerata una sorta di scherzo nel mondo della moda: nel 1988 viene invitata alla trasmissione That Wogan Interview, condotta da Sue Lawley, e i suoi abiti vengono a più riprese sbeffeggiati dal pubblico in studio. Due anni dopo, nel 1990, viene premiata come stilista britannica dell’anno, riconoscimento che – prima volta nella storia – le viene attribuito anche l’anno successivo. Nel 1992, riceve dalle mani della Regina l’OBE, l’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico, (rimasta celebre l’immagine, scattata a Buckingham Palace, in cui fa roteare la gonna dell’elegantissimo tailleur grigio, mostrando agli obiettivi di essere senza mutande: «Volevo mostrare il mio vestito facendo roteare la gonna. Non mi è venuto in mente che, dato che i fotografi erano praticamente in ginocchio, il risultato sarebbe stato più affascinante di quanto mi aspettassi», ha poi spiegato). Nel 2004, il Victoria & Albert Museum di Londra le ha dedicato una retrospettiva, la più grande mostra mai dedicata a uno stilista vivente, nel 2006 viene onorata, sempre da Elisabetta II, dal titolo di “Dame”.

Se lo scherno dei detrattori, quello del secondo marito compreso, voleva fermare la sua ascesa, come spesso accade a donne molto caparbie, il risultato è stato tutt’altro.

Il docufilm firmato da Lorna Tucker è uscito nel 2018

Vivienne Westwood. Punk. Icona. Attivista: scheda del film

DomenicaDoc, la rassegna di documentari online organizzata dalla Fondazione Pistoia Musei, è stata l’occasione per vedere in streaming gratuito Vivienne Westwood. Punk. Icona. Attivista, il docufilm diretto da Lorna Tucker e disponibile in dvd pubblicato da Feltrinelli nella collana Real Cinema.

Il film, attraverso interviste alla stilista e ai suoi collaboratori più stretti, anche grazie a un ricco materiale d’archivio, ripercorre la vita e la carriera di Westwood, una donna che ha contribuito a dare una definizione stilistica al punk e oggi, alle soglie degli ottant’anni, continua a richiamare l’attenzione sulle sue collezioni sempre audaci e si espone urlando a gran voce in difesa dei diritti delle donne e per la salvaguardia dell’ambiente.

Nel 2018, il lungometraggio è stato scelto per il Sundance Film Festival dove ha debuttato con grande successo. Nello stesso anno, la regista è stata nominata sia da Harper’s Bazaar che da Elle Magazine come una delle cinque più grandi registe femminili dell’anno. È stata anche inclusa nell’elenco delle persone più influenti di Londra del 2018 Progress 1000 dell’Evening Standard.

Sfogliate la gallery per scoprire i momenti più importanti della carriera della stilista.

"Vivienne Westwood. Punk. Icona. Attivista": ritratto di una donna indomita
(Ufficio Stampa)
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Articolo originale pubblicato il 9 Dicembre 2020

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