Lidia Poët, la prima avvocata d'Italia (che non poteva difendere nessuno)

Come nella serie tv, Lidia Poët è stata un'avvocata realmente ostacolata nella sua carriera: la sua vera storia tra attivismo e studio.

Quando le donne italiane non potevano esercitare l’avvocatura, una donna si è battuta per il suo diritto, ma anche per quello delle altre e per i diritti umani dei minori, dei detenuti e delle categorie neglette dalla società. Il personaggio di Lidia Poët è al centro di una serie tv di successo, ma forse non tutti e non tutte sanno che è un personaggio realmente esistito. A febbraio 2023 ha infatti debuttato su Netflix la serie originale La legge di Lidia Poët, biopic un po’ libero – come d’altra parte sono gran parte delle opere di intrattenimento fictional – ispirato a una donna reale vissuta in Italia a cavallo tra XIX e XX secolo. Il volto di Lidia Poët è quello della versatile attrice Matilda De Angelis: l’attrice è riuscita a incarnare la fierezza nello sguardo della storica avvocata. Scopriamo allora chi era Lidia Poët attraverso la sua vita.

Chi era Lidia Poët

Sì, come anticipato, Lidia Poët è davvero esistita, e come viene raccontata nella serie, è stata un’avvocata che si è battuta per la sua iscrizione all’ordine. In più è stata un’attivista per il suffragio universale e ha contribuito anche a delle rivoluzioni importanti nel sistema carcerario.

La biografia

Lidia Poët è nata a Perrero, in provincia di Torino, nel 1855, all’interno di una famiglia valdese benestante – i genitori si chiamavano Marianna Richard e Giovanni Pietro Poët, quest’ultimo era stato più volte sindaco. Da piccola si trasferisce a Pinerolo, dove già viveva il fratello Giovanni Enrico: studia dapprima al Collegio delle Signorine di Bonneville ad Aubonne, dove nel 1871 acquisisce la patente di Maestra Superiore Normale, mentre nel 1874 quella di Maestra di inglese, tedesco e francese. Nel 1877 è la volta della licenza liceale a Pinerolo, mentre quattro anni più tardi si laurea a Torino in giurisprudenza con una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne.

È in questo punto che inizia la sua lotta affinché lei e le altre donne potessero diventare avvocate – va ricordato che non solo tutte le parole declinate al femminile per i mestieri già di per sé esistevano in italiano, ma proprio “avvocata” era presente nel Salve o Regina, una preghiera cattolica di origine medievale. Lidia Poët effettua la pratica legale a Pinerolo dall’avvocato Cesare Bertea e consegue l’abilitazione professionale nel 1883.

Tuttavia, dopo un lungo dibattito e una guerra legale per il mantenimento dell’abilitazione, l’anno dopo la Corte di Cassazione sancisce la cancellazione di Poët dall’albo. Ma lei non si fermò, continuando a collaborare nello studio del fratello, anch’egli avvocato. Solo nel 1920, con la caduta della legge per l’autorizzazione maritale del lavoro femminile, Lidia Poët può ufficialmente iscriversi all’Ordine degli avvocati.

Muore a Diano Marina nel 1949 in un mondo completamente cambiato: la guerra ha portato le donne nelle fabbriche, la caduta del fascismo ha aperto le possibilità al di fuori da ruoli di genere predisposti, e nel 1946, per la prima volta, tutte le donne italiane hanno acquisito il diritto di voto.

L’attivismo

Come riporta il sito dedicato alla vera Lidia Poët, non solo fu la prima donna a entrare nell’Ordine degli avvocati, ma fu una pioniera dell’attuale diritto penitenziario: negli anni in cui collaborò con il fratello infatti, divenne attivista per i diritti dei minori, degli emarginati e delle donne, sostenendo anche la causa del suffragio femminile.

È grazie a lei che nacquero i tribunali per i minori, in cui il diritto non era equiparato a quello degli adulti, bensì volto al reinserimento nella società. La rieducazione interessò però anche le donne detenute, con un progetto del comitato della scuola di ricamo Bandera di Torino, di cui Poët era membro. Inoltre si è adoperata per l’emancipazione, la parità e il voto delle donne, partecipando, oltre che a congressi sul diritto penitenziario a congressi sui diritti delle donne. Durante la Prima Guerra Mondiale è stata infermiera volontaria per la Croce Rossa Italiana e membro del comitato per i profughi del Comune di Pinerolo.

La lotta di genere per l’avvocatura

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire con quali “scuse” a Lidia Poët fu impedita per lungo tempo l’avvocatura: questa parte della storia si trova in uno studio di Roberto Isibor dell’Università Bocconi e di Bojan Spaić dell’Università di Belgrado, dal titolo When legal interpretation is not about language – The curious case of Lidia Poët.

I due ricercatori puntano sul fatto che la Cassazione rigettò il diritto di Poët a lavorare come avvocata, poiché nel testo giuridico il nome avvocato fosse declinato al maschile, come fosse sottinteso che le donne dovessero essere escluse.

Nello studio però vengono enumerate anche argomentazioni sistematiche – l’esclusione per legge delle donne da una carica pubblica – e argomentazioni storico-naturali – in cui la differenza tra uomini e donne avrebbe avuto un peso nella pratica legale per via di una presunta inferiorità della donna. Fortunatamente, non solo questa ricerca sottolinea come tutto ciò fosse falso e pretestuoso, ma grazie a Lidia Poët molto di questo è cambiato.

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